Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

Settimanale d’informazione senza pubblicità, indipendente e non a scopo di lucro Tel. 350.1018572 blog@trucioli.it

Intervista impossibile/Jacopo Da Varagine, nato a Varazze, patrono, arcivescovo di Genova, poeta, proclamato Beato. Autore della ‘Legenda aurea’


Jacopo da Varagine, nato a Varazze (nella frazione di Casanova) nel 1228 e morto a Genova nel 1298, è stato un vescovo cattolico, poeta e agiografo italiano, frate domenicano e arcivescovo di Genova; è stato proclamato beato della Chiesa cattolica e il suo culto fu confermato nel 1816 da papa Pio VI.

di Tiziano Franzi

Varazze, che gli ha dato i natali, lo ha nominato Patrono della città, insieme a S. Caterina da Siena e ne conserva i resti mortali in un’urna d’argento in una cappella laterale del Convento dei Padri Domenicani, con un bel polittico del XV secolo, che lo raffigura al centro, con accanto Santa Caterina e la Maddalena.

Come scrittore, la sua opera più importante è stata la “Legenda aurea”(Legenda sanctorum), raccolta delle vite dei santi , soprattutto a uso dei predicatori e in particolare dei Padri Domenicani, del cui ordine faceva parte. Scritto in latino a partire dagli anni sessanta del XIII secolo e rielaborato fino alla morte dell’autore, è stato il libro più diffuso in Italia e in Europa nel Medioevo, dopo la Bibbia, soprattutto grazie ai numerosi volgarizzamenti..

Eccellenza, mi permetta di rivolgermi a Lei con questo epiteto, dato che Ella è stato Arcivescovo di Genova . Le notizie sulla sua nascita, infanzia e adolescenza non sono molto note, anche perché su di esse non ci sono documenti di certa attribuzione. Ci vuole raccontare Lei qualcosa in proposito?

E’ vero. Sulle prime tappe della mia vita terrena non ci sono documenti noti (almeno fino a oggi) e questo è più che logico. La mia fama, soprattutto legata ai miei scritti e a ciò che ho potuto realizzare, con l’aiuto del Signore, nella città di Genova, è ovviamente posteriore a quegli anni e in quell’epoca non c’erano storici locali che si interessassero alla mia persona, in particolare agli anni della mia formazione. Inoltre, tenga presente che i documenti scritti erano tutti opera di amanuensi e vergati solitamente su pergamena o altro materiale di non facile reperimento, risultando pertanto costosi.

Sono nato nella piccola “villa” di Casanova di Varagine nel 1228, in una famiglia discendente dalla nobile famiglia dei De Fazio.

Sono stato battezzato nella chiesa di S. Donato, la più antica di Varagine, un tempo dedicata a san Michele: di entrambi i santi ho raccontato la storia, molti anni dopo.

La cappella in cui sono conservate le reliquie del Beato

La cappella dedicata al Beato Giacomo, eretta in frazione Casanova nel luogo dove, secondo tradizione, nacque il Beato

La mia infanzia è trascorsa serena. Di quel periodo mi è rimasto impresso nella memoria l’avere assistito all’eclissi di sole del 1239: avevo poco più di dieci anni e quell’evento astronomico, di cui non si era allora in grado di dare una spiegazione scientifica, mi impressionò molto, con quel buio totale, improvviso, grazie al quale le stelle brillavano in cielo in pieno giorno e che mi ha fatto già da allora riflettere sui misteri di Dio e dello Spirito. Di quell’evento un cronista anonimo ha scritto: ” Il quell’anno il venerdì 3 giugno , poco dopo le 12, essendo il tempo sereno e chiaro, il sole si oscurò, e per qualche tempo si fece notte e non vi era nessuno che ricordasse di avere visto qualcosa di simile in altri tempi, né così grande oscurità di giorno e che durasse tanto a lungo. Sicché moltissimi ne furono colpiti e spaventati“. E più tardi scrissi: ” Quell’anno le stelle brillavano nel cielo come nelle notti serene. Anche noi, sebbene allora bambini, vedemmo quelle stesse risplendere nel cielo.

Un altro fatto portentoso a cui ho assistito è stata l’apparizione di una cometa, avvenuta nel 1264, che ho visto e ammirato per quaranta giorni, come poi scrissi nella mia Chronica: ” Abbiamo guardato spesso questa cometa e ci siamo interrogati su che cosa Dio volesse annunciare con quell’insolito e inaudito prodigio e se attraverso ciò volesse indicare che sarebbe accaduto qualcosa di grande.”

Divenuto ragazzo, scendevo spesso in paese (la strada sterrata allora seguiva un percorso diverso rispetto a quello attuale) e mi fermavo nella chiesa di san Donato o in quella sulla collina di Tasca, retta dai vescovi Betlemmitani e affidata a un praepositus. Lì ho imparato a leggere e a scrivere e mi sono avvicinato alle sacre scritture e ai testi religiosi.

I miei non erano benestanti e così, all’età di sedici anni, nel 1244, entrai nell’Ordine dei Padri Domenicani, ordine di predicatori, per seguire la mia vocazione e -secondo l’abitudine dell’epoca – per compiere gli studi. Sempre in paese, ma nella zona a est, detta del Solaro, mi sono più volte fermato in raccoglimento di fronte a un’immagine della Vergine che la tradizione popolare considerava miracolosa, in un’umile edicola custodita da un monaco eremita e perciò chiamata «Santa Maria degli eremitani»

Poi la mia famiglia si trasferì definitivamente a Genova.

I primi studi teologici li compii nella chiesa di S. Maria di Castello a Genova e nella cattedrale di san Lorenzo. In seguito, entrai come frate predicatore nell’ordine dei Padri Domenicani. Si trattava di un ordine conventuale di recente istituzione. Fondato da san Domenico di Guzmán nel 1215, e costituito da un primo nucleo di chierici inviati in Linguadoca per la predicazione contro gli albigesi. L’ordine fu approvato da papa Onorio III nel 1216 e assunse la regola di s. Agostino (ma con proprie costituzioni), orientando fin dall’inizio propria attività nelle due direzioni della difesa della fede (in particolare da un punto di vista dottrinale) e della predicazione . Nel suo testamento egli scrisse: “Habbiate la charità; osservate la humiltà; possedete la volontaria povertà.” Per questa ragione nelle sue indicazioni è sempre presente la sigla O.P, che sta per l’appunto per Ordo Praedicatorum.

Gli storici affermano che fu San Domenico stesso ad introdurre nella potente Repubblica Marinara i suoi religiosi durante uno dei suoi viaggi dalla Spagna, attraverso la Francia meridionale, verso Roma.

Quando vi entrai, il 7 luglio 1244, il convento di Genova era ancora in costruzione, ma non mancava di uomini dotti e di maestri nelle sacre dottrine, per cui gli austeri studi che vi ho compiuto mi aiutarono nella formazione intellettuale e spirituale, favorita forse dal mio carattere volitivo, la mia ottima memoria e la mia sete di sapere. Ho scritto: “In quell’anno in cui il papa Innocenzo venne a Genova, per ispirazione della Grazia del Salvatore, entrai nell’ordine dei predicatori dove dall’adolescenza alla vecchiaia fui nutrito e maternalmente educato.”

Quali furono le tappe della sua attività nell’Ordine dei Padri Domenicani?

Innanzitutto il voto di obbedienza, recitato pubblicamente di fronte ai confratelli secondo la formula delle Constitutiones domenicane: “Ego facio professionem et prometto oboedienciam Deo et Beate Marie et tibi Priori huius conventus vice magistri Ordinis Praedicatorum et successo rum eius secundum regulam Beati Augustini et instituctiones fratrum Ordinis Praedicatorum. Quod ero oboediens tibi tuisque successoribususque ad mortem.”

Poi mi applicai agli Studia Conventualia, sotto la guida di un lector. I mie insegnanti – bontà loro – riconobbero presto in me una spiccata propensione per lo studio e per la scrittura. Iniziai così a scrivere le prime prediche che i miei confratelli rivolgevano dal pulpito delle chiese. Ancor giovane venni nominato priore dell’Ordine, prima a Como, poi a Bologna e quindi ad Asti e nel 1267 fui nominato provinciale dell’Ordine per tutta la Lombardia e in seguito vicario generale e “deffinitor” , carica che ricoprii per diciassette anni.

Chiesa e convento di San Domenico a Genova alla fine del Medioevo.

Ma in seguito fu Genova la città dove Ella ha fatto grandi cose.

Non so se “grandi”, ma sempre seguendo il volere del Signore.

Nel 1288 l’imperatore Enrico IV mi affidò l’incarico di far assolvere i Genovesi dalla Scomunica in cui erano incorsi per aver preso partito a favore dei siciliani ribelli al Re di Napoli. Da questo fatto è iniziato il mio percorso a Genova.

Restata vacante la Sede arcivescovile di Genova, fui eletto dal Capitolo Metropolitano ad Arcivescovo per due volte. Rifiutai la prima nomina, ma nel 1292 dovetti accettare la seconda, anche perché sia il Senato sia il popolo genovese approvarono con voti solenni e grandi feste la elezione fatta dal Capitolo.

Fui così nominato arcivescovo di Genova nel 1292. Di questo scrissi più tardi nel Chronica : ” Frate Jacopo da Varagine dell’ordine dei predicatori, ottavo arcivescovo, cominciò nell’anno del Signore 1292 e vivrà quanto a Dio piacerà. Egli fu creato arcivescovo dal papa Nicolò IV, dell’ordine dei Frati Minori. Quel papa l’aveva chiamato con le sue lettere alla sua presenza per imporre la dignità della consacrazione e conferirgli il pallio ma giunto in Roma nella domenica delle Palme, vi trovò il pontefice colpito da grave e pericolosa malattia per la quale rese a Pasqua l’anima a Dio ed entrò come crediamo nel palazzo celeste. Allora il venerabile collegio dei cardinali, radunato ne l’ottava di Pasqua, ordinò che per l’onore del Comune di Genova si dovesse fare avere in breve il suo arcivescovo; perciò egli fu consacrato nell’ottava di Pasqua dal venerabile padre Signor Latino Ostiense e in quel giorno ovvero nella settimana ricevette il pallio e così fece ritorno con gaudio alla sua città e fu ricevuto dal popolo con riverenza.”

Erano anni, quelli, difficili per la città, contesa tra i Rampini (guelfi) e i Mascherati (ghibellini) e con accese rivalità tra gli esponenti delle due parti avverse, guidate dalle rispettive famiglie nobili per tradizione e per censo. Dopo avere ottenuto una prima pacificazione, alla ripresa delle contese anche armate, dovetti scendere in campo personalmente e mi interposi fra i combattenti, ottenendo così la deposizione delle armi da entrambe le parti. Ma nel 1295 scoppiarono ancora incidenti violenti durante i quali fu incendiata la cattedrale di S. Lorenzo, i cui danni furono così gravi che dovetti chiedere al Papa un risarcimento che fu concesso il 12 giugno 1296.

A Genova Ella fu molto amato e apprezzato e corrispose con altrettanto, se non maggiore amore a quello della cittadinanza, instaurando con tutto il popolo una intensa relazione di fiducia reciproca.

Sì. Genova è stata davvero la “mia” città e nei dieci anni in cui vi ho svolto la mia missione, sette dei quali come Arcivescovo, mi sono sempre impegnato nella difesa del popolo e dei suoi interessi, scontrandomi talvolta anche con chi deteneva il potere e non accettava intromissioni da parte della Chiesa. Al centro del mio operato mi sono sforzato di mettere sempre i poveri, i bisognosi, dei quali tanti, troppi, esempi si presentavano ogni giorno ai miei occhi: bambini orfani, vedove senza mezzi di sostentamento, famiglie rimaste senza un tetto, malati e feriti. Per soccorrere i poveri non ho esitato a vendere le ricche suppellettili e i preziosi mobili che il mio predecessore aveva raccolto nel palazzo vescovile e, col permesso del Papa, ho alienato anche due castelli coi rispettivi territori che assicuravano la rendita per la mensa vescovile. Quando ebbi esaurito quelle risorse, sensibilizzai le famiglie benestanti perché aiutassero i fratelli colpiti dalla sventura, e la loro risposta è sempre stata straordinariamente solidale.

E poi….tutto il resto è storia, fino al mio “transito” , il 14 luglio 1298.

Ma il Suo nome è rimasto nei tempi legato soprattutto ai Suoi scritti e, in particolar modo, a uno : la “Legenda Sanctorum” o “Legenda aurea”. Ce ne vuole parlare brevemente?

Fin dall’inizio del mio ingresso nell’Ordine dei Padri Domenicani, mi resi conto della grande importanza della predica dell’officiante al popolo, non solo per la sua formazione religiosa, ma anche per la conoscenza degli episodi più significativi, oltre che del Vangelo e delle Sacre scritture, anche della vita e dei fatti dei Santi . Il popolo infatti, che non aveva i mezzi né le conoscenze per poter leggere i testi scritti, si affidava o, per l’appunto, alle parole del predicatore, o alle immagini dipinte sulle pareti delle chiese o sui ( pochi ) quadri che la adornavano. Non per nulla si dice che la pittura religiosa fu, per secoli, la “Bibbia pauperum“.

Dopo avere letto molto, documentandomi sui testi agiografici antichi, decisi quindi di esporre in un unico volume le vite dei Santi, cosicché il predicatore avesse a disposizione materiale utile per la sua azione e che, nel contempo, potesse suscitare l’interesse se non perfino la curiosità del popolo.

E’ nata così la “Legenda Sanctorum” in cui, come ben si sa, il vocabolo “legenda” deve essere inteso nella suo significato latino di “cose da leggersi. A questa opera ho dedicato gran parte della mia vita, dal 1260 fino al mio “trapasso”.

Si tratta di un’opera agiografica, di un santorale organizzato secondo l’anno liturgico con il racconto delle vite di più di centocinquanta santi, privilegiando i santi antichi, ma senza trascurare quelli della mia epoca. Le vite dei santi sono intercalate da una trentina di capitoli dedicati alle principali feste cristologiche, mariane e liturgiche, più alcuni racconti legati alla Leggenda della Vera Croce. Il mio intento è stato quindi quello di scrivere non un’opera di erudizione, ma di servizio, utile non solo ai confratelli predicatori del mio Ordine, ma a tutti e- soprattutto- alla conoscenza popolare, con racconti piacevoli ed edificanti.

Legenda aurea, prologo, edizione a stampa del 1499

Un’altra opera “di servizio” come Lei la definisce sono stati i “Sermones”.

I Sermones, opera a stampa del 1572

Anche in questi tre libri ho cercato di compendiare i contenuti, le formule e gli schemi delle prediche religiose al popolo, suddividendoli, secondo il calendario liturgico in  Sermones de omnibus sanctis et festis, o nel Vangelo della Domenica, Sermones dominicales, o ancora durante la quaresima Sermones quadragesimales. Di questi Sermones ho scritto due stesure: la prima “multum diffusum“, l’altra “magis breve et angustum

I Sermones, opera a stampa del 1572

E ancora, oltre le tantissime opere di contenuto teologico e religioso da Lei scritte, è per noi liguri molto importante la sua “Cronaca genovese” .

Il suo titolo è Chronicon Ianuense. Anche quest’opera la intendo come di “servizio”, non religioso questa volta, ma storico.

Dopo essermi a lungo documentato sugli scritti dei miei predecessori riguardanti le vicende storiche di Genova- essendo in questo facilitato dall’accesso alle più importanti biblioteche e scriptoria non solo della Liguria, ma anche della Lombardia e di altre francesi- ho esposto in un volume i fatti salienti della storia di Genova dalle origini al 1297. Non essendo io uno storico, mi sono riservato in quest’opera un approccio squisitamente cronachistico, annotando gli eventi così come li ho desunti dalle fonti.

Il testo si divide in dodici parti: le prime cinque trattano della fondazione della città, delle prime fasi della sua storia, delle origini del nome, della conversione al cristianesimo e del suo progressivo sviluppo fino all’anno 1294; seguono quattro parti in cui tratto della natura e della tipologia del governo secolare e dei modelli del rector e del civis cristiano; concludono l’opera tre parti dedicate, la prima alla trasformazione di Genova da sede vescovile a sede arcivescovile, le altre due alla rassegna in ordine temporale dei vescovi e degli arcivescovi e dei principali avvenimenti accaduti a Genova e nel mondo durante il loro mandato; infine concludo l’opera con una sorta di autobiografia, trattando dei fatti accaduti durante gli anni in cui sono stato arcivescovo di Genova.

Il ChroniconIanuense in un’edizione a stampa in italiano del 1962, curata da Giovanni Monteleone.

 

Tiziano Franzi


Avatar

T.Franzi

Torna in alto