Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Savona non dimentichi l’ultimo femminicidio. E promuova una nuova cultura della donna. 212 le vittime giunte al San Paolo. La campagna di Uil Liguria

Le donne hanno sguardi sicuri per vedere il domani ma il loro cuore è ancora troppo pieno di lividi.

               di Gianfranco Barcella

Leggo su un’ agenzia Ansa di Mercoledì 21 settembre 2022: “Maltratta ripetutamente la sua compagna, la picchia procurandole lesioni e poi la rinchiude nella loro abitazione senza permetterle di uscire, fino all’intervento di una conoscente che libera la donna.  La vicenda è stata segnalata ai carabinieri di Albisola che hanno svolto le necessarie indagini e hanno chiesto all’Autorità Giudiziaria un provvedimento restrittivo nei confronti dell’uomo, autore delle violenze. Nel frattempo per evitare ogni ulteriore rischio, la donna era stata accompagnata presso una residenza protetta. L’uomo, trentottenne, è stato arrestato stamani, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dall’autorità giudiziaria”.

Un insulto, una molestia un livido sul corpo: sono questi i campanelli d’allarme che 365 giorni l’anno devono allertare <una macchina di soccorso> pronta ad andare in aiuto a chi è stato colpito da una violenza che sovente deve raggiungere il Pronto Soccorso. Sono state 212 le donne vittime di violenza che sono giunte all’ospedale savonese  nel 2021; una settantina, le storie prese in carico dal Telefono Donna, una ventina le denunce sporte ai Carabinieri nella cosiddetta <sala rosa.> E per quanto riguarda la Liguria è al secondo posto in Italia per numero di casi registrati nell’ultimo biennio. Dovrebbe essere sempre maggiore il numero di psicologi, di avvocati, di mediatori e di tutori dell’ordine pronti ad intervenire per mettere in campo tutte le misure necessarie per proteggere le donne dalle violenze di genere, provocate da un partner, da uno sconosciuto, da un ex da chiunque dica di amare fino al punto… di uccidere la persona amata.

Savona Antonio Santangelo e la moglie Nadia Zanatta

A Savona ha appena lasciato tutti increduli e sgomenti, la tragedia familiare avvenuta di recente in via Niella dove il marito Antonio Santangelo ha ucciso a coltellate, la moglie Nadia Zanatta, e poi si è tolto la vita, lanciandosi nel vuoto da quindo piano della palazzina dove abitava. “Raggiungo la mamma in cielo”, ha scritto l’uxoricida in un biglietto di addio, rivolto ai due figli che vivono a Milano. In pochi, pochissimi erano a conoscenza che tra i due le cose non andavano bene; l’intenzione era quella di separarsi. All’apparenza però, la loro sembrava una storia d’amore come tante altre e non doveva finire in un modo così tragico. Stando a quanto riferito Nadia è stata ritrovata avvolta in un lenzuolo matrimoniale, con due evidenti ferite da arma da taglio (un coltello, che è poi stato ritrovato) di cui una al collo, che probabilmente è stata fatale. L’omicidio sembra possa essersi consumato nella notte con Santangelo che avrebbe <vegliato> il corpo della moglie fino alla decisione di farla finita. E pensare che ogni giorno Antonio accompagnava Nadia al lavoro, nell’ufficio anagrafe del Comune di Savona, in compagnia del loro pastore maremmano Oliver a cui lei era tanto affezionata. Era una donna instancabile, sempre dedita al lavoro: “Mai una lamentela, ma sempre un grande sorriso”, hanno raccontato le colleghe che la descrivono come una persona “solare, precisa e molto riservata”. Anche sui social sono stati numerosi i messaggi di ricordo delle donne, tutti pieni di dolore, amarezza e grande incredulità per l’accaduto.

Milena Speranza, segretaria generale Uil Fpl Liguria

Nadia ha lasciato un grande vuoto nelle persone che  la conoscevano a cui si presentava sempre sorridente: “Era amata e benvoluta da tutti”, dicono. Un cordoglio particolare ha espresso la UIL. Nadia infatti si era candidata da indipendente nella liste della Uil Fpl alle ultime elezioni Rsu.”Apprendiamo con dolore e sgomento della morte violenta di Nadia Zanatta– ha commentato Milena Speranza, segretaria generale Uil Fpl Liguria, e Sheeba Servetto, segretaria generale Uil Liguria- Era una donna che aveva una grande passione e tanta voglia di partecipare alla vita sindacale. Vogliamo esprimere vicinanza a chi le voleva bene e a chi rimane a piangere la sua morte” E poi è giunta la condanna: “Le donne sono ancora troppo sole nelle  loro battaglie quotidiane, vivono solitudini e indifferenza e sono ancora costrette nel 2022 a vivere i propri drammi da sole. Le istituzioni sono ancora troppo lontane; per questa ragione la Uil Liguria, insieme alle categorie e al coordinamento pari opportunità, ha iniziato una campagna di sensibilizzazione per riconoscere e contrastare la violenza domestica e nei luoghi di lavoro. Occorre lavorare insieme alle istituzioni per costruire politiche rivolte al contrasto, alle violenze e alle molestie, a partire dalle scuole per arrivare ai luoghi di lavoro dove spesso il muro di omertà è difficile da abbattere a causa dei rapporti di forza”.

Si evince che il lavoro di prevenzione deve essere fatto ancora con maggior impegno sul piano sociale e culturale. Gli strumenti repressivi non sono sufficienti. Il fenomeno è sempre più rilevante…..In merito alla violenza sulle donne, ogni giorno la Procura di Genova, attiva almeno cinque codici rossi. Il Codice Rosso diventa legge il 19 Luglio 2019. Per la precisione è la numero 69 che recita così: Modifiche al Codice Penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”.

La legge fu presentata durante il Governo Conte I,  su proposta del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il provvedimento entrò in vigore il 9 Agosto dello stesso anno. Introdotto tre anni fa, il Codice Rosso, puntava a contrastare la violenza di genere tramite i criteri della tempestività di intervento e dall’avvicinamento della vittima alle istituzioni preposte alla sua tutela. Le nobili intenzioni del testo stridono ancora però con la realtà dei numeri che continua a registrare violenze e femminicidi. La legge comunque introduce una corsia veloce e preferenziale per le denunce e le indagini riguardanti casi di violenza contro donne e minori come dovrebbe avvenire nei pronto soccorso per i pazienti che necessitano di un intervento immediato.

Dal punto di vista procedurale viene previsto che la polizia giudiziaria, una volta acquisita la notizia di reato, la riferisca immediatamente al pubblico ministero anche in forma orale. Una volta informato dal polizia giudiziaria, il pubblico ministero, nei casi di delitti di violenza domestica o di genere, entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, deve assumere informazioni dalla persona offesa. In alcuni specifici casi è prevista la possibilità di proroga dei tre giorni: in presenza di imprescindibili esigenze di tutela dei minori o della riservatezza delle indagini, pure nell’interesse della persona offesa. Il provvedimento introduce diversi inasprimenti di pena per reati di natura violenta contro le donne o minori e l’allungamento dei tempi per sporgere denuncia: la vittima ha tempo fino a 12 mesi.

Il Codice Rosso inasprisce le pene: per maltrattamenti contro familiari e conviventi vengono comminati da un minimo di un anno a un massimo di sei ani e sei mesi. La violenza sessuale viene punita da 6 a 12 anni. La violenza sessuale di gruppo va da un minimo di 8 a un massimo di 14 anni. Sono state introdotte nuove fattispecie di reato; sfregio del volto che, se provoca la morte della vittima, prevede l’ergastolo, unitamente al revenge porn e la costruzione o l’induzione al matrimonio. Tra le modifiche si annoverano anche la possibilità di garantire il rispetto del divieto di avvicinamento tramite l’utilizzo del braccialetto economico. I reati può comuni sono previsti dall’art.572 del codice penale, ovvero il maltrattamento in famiglia l’art. 609 (dal bis sino all’opties) include tutte le violenze sessuali semplici e aggravate, atti sessuali contro i minori la corruzione di minorenni e la violenza sessuale di gruppo; l’art 6112 bis contempla gli atti persecutori: lo stalking nelle ipotesi aggravate perché coinvolgono persone legate da relazioni affettive o conviventi. In questi casi e solo in questi casi il p.m. fa scattare il codice rosso e assume informazioni dalla persona offesa e da chi ha presentato denuncia, querela o istanza entro il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato che viene comunicata dalla polizia giudiziaria. Il provvedimento favorisce non solo una maggiore speditezza delle indagini, ma anche l’intervento diretto e celere del pubblico ministero il quale è tenuto a convocare in brevissimo tempo la persona offesa, oppure il denunciante.

Gli atti d’indagine delegati dal pubblico ministero alla polizia giudiziaria devono avvenire senza ritardo. Se il p.m. ritiene che ci siano esigenze di riservatezza delle indagini o di tutela della persona offesa anche minore di 18 anni oppure si tratta di una persona reticente, magari per paura, emette un decreto che rimane agli atti del fascicolo in cui spiega la deroga dei tre giorni per ascoltare la persona offesa. Non solo plausi ma anche critiche. E tra quelle avanzate al codice rosso, vi è la difficoltà delle Procure di agire nei tre giorni, non essendoci risorse sufficienti per queste ultime né per le forze dell’ordine. Fra le misure cautelari ritenute adeguate alla tutela delle vittime, è previsto l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Per irrobustire la tutela 387 bis del codice penale che sanziona, con la reclusione da sei mesi a tre anni, la violazione degli obblighi e dei divieti stabiliti nell’ordinanza applicativa delle stesse misure cautelari.

La ratio del Codice Rosso è quella di ridurre le distanze fra le vittime e l’intervento dell’autorità giudiziaria. La Polizia giudiziaria è l’organo che, per primo, viene chiamato a fronteggiare il paventato episodio criminoso ai danni della persona offesa; l’intervento è pressoché immediato. Il corretto inquadramento dei fatti e l’utilizzo qualificato degli strumenti giuridici a disposizione della polizia giudiziaria potrebbero, comunque, evitare o limitare tragici eventi, ancor prima dell’autorità giudiziaria. La Legge del Codice Rosso prevede a tal proposito, specifici obblighi formativi proprio per il personale delle forze dell’ordine.

Valutare il rischio di violenza sulle donne è possibile tramite anche l’utilizzo di strumenti scientifici; nel 2018 è stato introdotto in Italia il CODICE SARA, creato in Canada: è un metodo rivolto agli addetti ai lavori per individuare il rischio di recideva di comportamenti violenti in base a 10 fattori di rischio e 5 fattori di vulnerabilità della donna che il valutatore deve prendere in considerazione, nel loro insieme. Dal pronto soccorso, al centro antiviolenza, dalla caserma dei carabinieri alla questura passando persino dagli uffici di polizia giudiziaria della Procura:sono questi i luoghi in cui chi è vittima di violenza  può rivolgersi per denunciare.

Francesco Cozzi già Procuratore  capo della repubblica a genova

E’ indispensabile che il personale sia pronto ad accogliere sotto ogni profilo, la persona che chiede aiuto. Per questo il Codice Rosso prevede un’apposita formazione per la Polizia Giudiziaria. Ma nonostante i provvedimenti ad hoc che questa legge fa scattare a tutela delle vittime, violenze e femminicidi non si arrestano. Particolarmente attento l’ex procuratore Capo, Francesco Cozzi, alla guida della magistratura genovese, anche nell’anno in cui la legge 69/2019 entrò in vigore un buon provvedimento-dice- “Ma richiede una forte specializzazione, una forte attenzione e risorse da mettere in campo”.

E’ necessario fare rete fra tutti gli enti preposti alla tutela della donna scambiandosi continue informazioni: questo è il primo step per arginare una violenza per arginare una violenza, frutto di una società che ha sottolineato l’ex numero uno della Procura Genovese: “Non è in grado di neutralizzare e assorbire le tensioni che ci sono a livello relazionale per la cultura predominante del maschio, per la cultura della sopraffazione che sempre più definisce tutti i rapporti”. Quando questo valore ancestrale entra in crisi, il rischio è che si sfoci nella tragedia: “Tali fatti, talvolta – evidenzia Cozzi- non sono segnalati bene e organismi non specializzati non riescono a coglierli in tutta la loro gravità”.

Ecco perché, probabilmente, è necessario un meccanismo di valutazione del rischio riconoscibile per tutti. Qualcosa del genere esiste, come già accennato in precedenza, ed è il codice SARA, metodologia canadese, importata in Italia da alcuni anni, che individua l’escalation del rischio, tramite parametri definiti, relativi al tipo di episodio e alla frequenza nel tempo. “E’ richiamato-ha spiegato l’ex procuratore- nel decreto del Ministero della Salute a partire dal 2018 nei pronto soccorso. Da parte delle forze dell’ordine ed anche nell’ambito della Magistratura c’è invece una certa riluttanza ad accettarlo perché può diventare un algoritmo che porta a valutazioni automatiche. Ma secondo me non deve spaventare: è un affinamento delle tecniche di indagine già esistenti”.

Per Francesco Cozzi, ogni strumento deve essere utilizzato per riconoscere i campanelli d’allarme della violenza; “Ci devono essere degli anticorpi nella società in grado di cogliere e reagire di fronte ai segnali perché sono comportamenti predittivi. Vicini e parenti devono essere in grado di recepire questi fatti e portarli a conoscenza di soggetti specializzati, come i centri antiviolenza, quelli di recupero per maltrattati, le stesse forze dell’ordine”. “Il controllo sociale– ha sottolineato ancora l’ex magistrato- deve essere maggiore di fronte a certe evidenze: non ci si può meravigliare poi dicendo<era una famiglia normale> o<non accettava la separazione>. Dobbiamo renderci conto della gravità inaudita di queste valutazioni>.Per l’ex procuratore capo che le forze dell’ordine restino inerti di fronte ad un grido d’aiuto <è sempre più raro, perché il Codice Rosso ha portato ad una cultura di maggiore specializzazione che significa capacità ed analisi del problema: certo però che se uno è permeato di una cultura ancestrale con pregiudizi di genere non c’è da aspettarsi molto. E purtroppo esistono a tutti i livelli con la cultura dominante del maschio anche nell’ambito delle istituzioni”.L’appello di Cozzi è stato quello di rivolgersi <ai centri antiviolenza, ma anche ai servizi di polizia giudiziaria specializzati che sono la Terza Sezione della Squadra Mobile della Questura. Il nucleo investigativo operativo dei Carabinieri o il nucleo specializzato della Procura della Repubblica formato dai poliziotti e poliziotte, carabinieri e carabiniere in pari misura”. “E se si ritiene che ci sia stata una sottovalutazione- ha insistito –  bisogna pretendere gli interventi”. La sopraffazione è,per l’ex procuratore capo, l’elemento discriminante tra i segni predittivi di violenza e bisogna intercettarlo. I <può capitare>, la scrollata si spalle rischiano di costare vite molto preziose. “E questo- ha concluso Cozzi– è frutto di una cultura basata sugli stereotipi di genere. Chi ce l’ha, anche nelle istituzioni deve cambiare. O dee cambiare mestiere!”

Intanto il tempo passa inesorabile e pertanto dobbiamo aprire finalmente gli occhi sul dramma dei femminicidi, sulle violenze e sui maltrattamenti subiti dalle donne soprattutto in famiglia. Per contrastare questi delitti occorre operare non solo sul piano repressivo ma  agire anche in campo preventivo. La Costituzione Italiana recita così all’art 37: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua eventuale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale, adeguata protezione”.

Siamo indietro, ancora troppo indietro sulle diseguaglianze di genere, molto più della gran parte dei Paesi Democratici. Eppure abbiamo una delle costituzioni più attente ai diritti della persona, rimasta in gran parte inattuata anche e soprattutto nel suo art.3. La situazione è molto grave ed è ancora sottovalutata. Si può parlare di una vera e propria emergenza democratica. Metà delle donne del nostro Paese sono escluse dal lavoro e pertanto non hanno un’autonomia economica ed una piena dignità sociale. Siamo 14 punti sotto la media europea del tasso di occupazione femminile, 23 sotto la Germania,15 sotto la Francia, penultimi prima della Grecia. Abbiamo un milione di donne che vorrebbero lavorare ma non riescono a trovare un’occupazione per i motivi più svariati e 8 milioni di loro neppure lo cercano. Quanto a occupazione femminile delle giovani dai 25 ai 29 anni siano all’ultimo posto. Il divario con l’Europa è in questo caso ancora più alto; arriviamo a più di 17 punti percentuali. E anche così per la fascia delle donne che va dai 30 ai 34 anni. Questi numeri rivelano che non c’è un presente né un futuro dignitoso per il nostro paese se non cambierà il modus vivendi di molte donne. Infatti un terzo delle dipendenti di questa età è a tempo determinato contro il 20% dell’Europa. Anche la Spagna ha un tasso di occupazione più alto di 14 punti. Non consideriamo l’alta percentuale tra le lavoratrici di tutte le età, limitate al part time involontario, doppio rispetto all’Europa e remunerato con basse paghe. Una donna donna su cinque poi lascia il lavoro alla nascita di un figlio e il tasso di occupazione delle donne con figli piccoli è molto più basso di quelle senza figli perché non trovano un sostegno adeguato per allevare i figlioli. In Italia inoltre solo il 30% delle lavoratrici lavorano nella Pubblica Amministrazione, nella Sanità, nell’Assistenza o nel settore dell’istruzione. In Europa  si è raggiunta la percentuale del 38% e più in particolare in Francia il 45% e in Germania il 40%. Di certo noi siamo sottodimensionati in questi settori. E tutto questo penalizza le donne. Ma tutto questo non basta. Un terzo delle giovani dai 30 ai 34 anni hanno la laurea contro il 20% degli uomini. Culturalmente le donne, almeno nella giovane età, sono più preparate degli uomini. Il problema però è garantire alle donne maggiore accesso alle materie scientifiche. E’ un problema di emergenza democratica escludere a metà del genere umano l’esercizio dei propri diritti fondamentali. Noi viviamo ancora una democrazia a metà. Inoltre anche dal punto di vista economico ne abbiamo nocumento. Escludere l’altra metà del cielo dal processo produttivo, priva noi tutti di un benessere maggiore. Forse non combattiamo come si dovrebbe la violenza in famiglia contro le donne perché queste ultime non sono soggetti economici rilevanti? Spero proprio di no! Inoltre c’è da sottolineare ancora che parliamo di emergenza demografica ma come si può indurre le donne a partorire più figli, se li desiderano, quando il sovraccarico di lavoro familiare non viene ridistribuito nella coppia e retribuito dalla società. Forse non siamo del tutto consapevoli di questi problemi altrimenti metteremo in campo nuove strategie sociali con gli investimenti adeguati, per attuarle.

Gianfranco Barcella

 

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G.F. Barcella

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