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Crisi industriale savonese e gli esponenti locali di Cgil. Il ministro Giorgetti fantasma

Ancora sulla crisi industriale della provincia di Savona. Questa è la dichiarazione rilasciata dagli esponenti della CGIL Savonese in queste ore.

di Franco Astengo

Non solo lavoro dipendente ma anche autonomi , artigiani, commercianti e rischia di essere una Caporetto del lavoro con gli aumenti non più sostenibili di energia e materie prime. Continuiamo, purtroppo, a non vedere la giusta preoccupazione, la giusta consapevolezza da parte delle istituzioni locali di ciò a cui stiamo andando incontro: una ‘tempesta perfetta’  tra crisi industriali non risolte e nuove crisi causate da caro energia e caro materie prime”, hanno proseguito dai sindacati.

E le motivazioni, secondo Cgil Savona, sono da ricercarsi in primis nella scarsa attenzione della politica: “Siamo ancora più preoccupati, – hanno aggiunto ancora, – di ciò che la politica nazionale e regionale ‘non sta mettendo in campo’. Cinque governi e nessuna crisi industriale savonese risolta ( con il ministro Giorgetti che non ha mai convocato nessuna riunione per discutere delle crisi Industriali savonesi) e una Regione Liguria che politicamente è sempre meno autorevole quando si tratta di interloquire con il governo o i ministeri.Seppur con molte opportunità, il nostro territorio rischia più di altri, perché l’occupazione è troppo fragile, perché precaria già in condizioni normali rispetto ad altri territori”.

E qui arriva la “ricetta” di Cgil Savona: “Sono necessarie scelte politiche precise, coraggiose, partendo dalla tutela dell’occupazione minacciata dal rallentamento di alcune produzioni (a partire dalle vetrerie in Valbormida) e la messa in campo di strumenti di tutela dei redditi e del potere d’acquisto adoc per le lavoratrici e i lavoratori interessati dalle sospensioni, con una cassa integrazione specifica con l’integrazione al 100% da parte delle imprese o dal governo, perché la cassa integrazione evita i licenziamenti ma non tutela il reddito e soprattutto il potere d’acquisto in una situazione in cui l’inflazione tocca circa il 9% e le bollette sono triplicate”.

Siamo consapevoli del fatto che non è elegante autocitarsi ma in questo caso ne vale proprio la pena. Riprendiamo allora quanto scritto nel 2016 al momento del lancio della proposta di decreto di area di crisi industriale complessa poi varato nel settembre del 2016 con l’entrata in scena di Invitalia.

LUGLIO 2016: “Manca la comprensione dello strumento economico complessivo di riconversione del modello di sviluppo territoriale. Oltre, infatti, a un rischio commissariamento RegioneInvitalia, che va scongiurato con patti seri e certificabili, c’è la questione delle risorse strutturali disponibili. Il rischio che si corre e che è già stato segnalato da situazioni analoghe è quindi di legarsi ad accordi di governance dove, ci venga scusato il gioco di parole, non si governa. Magari si partecipa come oggetto dell’intervento di crisi, come oggetto d’intervento su fondi e politiche d’immediata emergenza. Ma dove, alla lunga, i soggetti forti sono altri, come la sinergia Regione – Invitalia, e dove i fondi reali appaiono fortemente vincolati dalle politiche di tagli del governo.

Ci sono poi altre questioni di fondo che non possono essere trascurate. Questioni che non ci risultano finora essere state discusse, in modo approfondito, in sede istituzionale. Prima tra tutte: si ha un’idea dell’impatto che un accordo sulle aree a industrializzazione complessa avrà sull’economia complessiva del territorio? C’è poi la questione della sinergia politica industriale -ambientale (tema particolarmente delicato nel frangente) e politica economica complessiva del territorio e strumenti finanziari .”

Fin qui la dichiarazione del 2016, cui aggiungiamo soltanto una nota che risale al maggio di quest’anno (in mezzo ci sarebbero i testi di un carteggio molto nutrito, spesso oggetto di interventi giornalistici). Di conseguenza sorgevano, allora come sorgono adesso, una serie di domande che possono essere ri-proposte tenendo conto che in questo momento ci troviamo anche alle prese con l’attuazione possibile del PNRR:

  1. Se la richiesta dell’ottenimento di aree di crisi industriale complessa sia più adatta per l’emergenza, vedi questione fondi che la Regione può attivare, che non per la programmazione reale.

  2. Se non ci siano delle criticità rispetto a un ruolo subordinato degli enti locali entro questo genere di architettura istituzionale. Se l’architettura istituzionale che vede un ruolo forte della possibile sinergia Invitalia -Regione sia adatta per le esigenze della nostra città.

  3. Quanto queste politiche possano produrre saldi occupazionali positivi, di lungo periodo ed economicamente significativi. Quale modello possa poi coprire il resto ovvero la parte significativa di popolazione che non verrà raggiunta dalle politiche industriali e del lavoro.

  4. Come in sede locale si possa ricavarsi un proprio incisivo spazio di governance multilivello fatto concretamente di collaborazioni, sinergie, istituzioni che cercano e indirizzano fondi bypassando lo spazio nazionale. E sterilizzando il primato dell’impresa così come è previsto dal diritto comunitario.

Rimane la domanda finale: quali risultati sono stati fin qui ottenuti? Nel frattempo abbiamo assistito a una complessiva riduzione di capacità di governo da parte dell’Amministrazione Provinciale, attraverso la quale avrebbero potuto emergere soluzioni coerenti riferite all’area vasta. Il tema diventa allora quello della comprensorialità che nel caso di Savona (dove il Comune capoluogo non fa parte dei comuni dell’area industriale di crisi complessa) significa poter affrontare al meglio questioni vitali concernenti il territorio come quelle dei servizi, delle infrastrutture, dell’utilizzo delle aree, dello sviluppo economico, della portualità. Occorre non separare le diverse partite ma trovare la sede per riunificarle in un luogo di confronto strutturato, di dialogo costante verificato democraticamente, di progettualità condivisa.

Tra l’altro l’area del Savonese non può essere considerata semplicemente quella costiera ma deve necessariamente comprendere l’entroterra e, in ispecie, la Valbormida punto strategico di approdo per la questione di uno sviluppo della rete delle infrastrutture che rimane quella decisiva per far uscire il nostro territorio dall’isolamento.

Franco Astengo

 

 

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F.Astengo

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