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A Draghi: dove vai se i partiti non ce l’hai… Più di uno in Democrazia

Partito e Democrazia al giorno d’oggi in Italia: per una legge sui Partiti. Dobbiamo confermare con serietà e maturità che per la prima volta forse nella storia repubblicana abbiamo un Presidente del Consiglio in grado di farsi seguire a livello continentale e mondiale. Ma, altrettanto, dobbiamo riconoscere che per tenere dritto il timone, Draghi ha dovuto imbarcare una ciurma e dei capetti (ministrelli e ministrucoli) davvero imbarazzante. Cosa sono? Sono il prodotto di forme organizzative vitali per la Democrazia e la buona gestione dello Stato, per la democrazia amministrativa, gravissimamente malate in Italia: i Partiti Politici.

di Sergio Bevilacqua

Ormai è necessario in Italia correre alla conformazione di un istituto giuridico sul loro funzionamento: la legge sui Partiti, prevista dal nostro ordinamento e oggi davvero urgentissimo intervento di salute istituzionale.

Oggi, nel cambiamento epocale dato da globalizzazione economica, moltiplicazione dell’umanità e comunicazione di tutti verso tutti, che chiamiamo “Globantropocene mediatizzato”, la funzione del Partito rimane necessaria e qualificante per la Democrazia di uno Stato: esso è Istituzione certo meno forte, ma pur sempre persistente e funzionale alle esigenze di tutti, di fronte all’incedere di altra specie di colossi globali.

In Italia e nella filosofia democratica occidentale, gli antichi partiti, quelli che si erano affermati negli ambienti totalitari (nazismo, fascismo, comunismo e la gamma della possibile loro declinazione non-democratica) non concepivano (concepiscono…) una distinzione netta con lo Stato. L’ipotesi fondante, che costituisce la critica moderna a detti sistemi, è che la frequentazione continuativa dell’organismo statale (troppo spesso descritto come una “macchina”, che non è: è invece organismo) fosse fattore positivo.

In effetti, il dubbio potrebbe sorgere. La evidenza clinica è però altra: l’ipotesi di dare allo Stato (e in extremis alla Società) lo statuto di “macchina” e il suo funzionamento, significa snaturarla: esso è organismo adattivo, intrinsecamente variabile e biologico, e solo dispositivi di egual natura, variabili e biologici, possono gestirlo appropriatamente ed ecologicamente. Così, a maggior ragione, la Società umana, ad esempio nazionale, regionale, eccetera.

Ecco perché la Democrazia e non i totalitarismi.

Il segno di appropriatezza? Semplice: l’insorgere, in assenza, della violenza. Per ottenere la corrispondenza al pensiero unico (che, detto per inciso, corrisponde abbastanza psicologicamente al funzionamento di sola mezza umanità, quella maschile, e invece urta con l’altra metà quella femminile, se non costretta, e oggi sostanzialmente liberata…) i totalitarismi devono attuare riduzioni della complessità (che è natura) e ciò avviene tecnicamente con l’uso della forza e del taglio, dell’amputazione, della censura, del carcere politico, del confino e del lager. Non così in democrazia.

D’altra parte, essendo la democrazia un dispositivo civile molto più complesso del totalitarismo, in quanto in essa avviene il rispetto dei punti vista molteplici presenti nella società umana, è anche molto più fragile, soprattutto se non vengono rispettati alcuni suoi capisaldi istituzionali. Tra questi il maturo e necessario aggregarsi della varietà umana nell’espressione politica, cioè quella del controllo e indirizzo dello Stato e dell’umanità tutta (novità del Globantropocene mediatizzato) attraverso “partiti”, parti, dunque, rappresentative della umana varietà legittima, cioè coerente con capisaldi civili, anche stringenti ma dinamici, e non tramite élite ma elezioni.

Che governino lo Stato, dunque, E l’umanità tutta.

Ma sempre, vecchi (non “antichi”…) e nuovi, partiti organizzati.

Più di uno in Democrazia.

Ma un primo dubbio grave può sorgere: nel Globantropocene mediatizzato hanno ancora senso gli Stati? Le Amministrazioni Pubbliche di vario modello e dimensione?

Stati e AA. PP. indubbiamente incorrono in un grande mutamento. Prima di addentrarsi, però, nell’eventuale disamina, si può dire in estrema sintesi che ancor’oggi non esiste miglior dispositivo di Stati e AA. PP. per dare quei servizi alle comunità che la mediatizzazione propone a tutti, erga omnes.

Quindi, i globalizzatori, realtà naturali a loro volta, non potranno produrre nessun definitivo Grande Fratello. La letteratura alla letteratura: il Globantropocene ha all’interno l’antidoto al totalitarismo e tale antidoto è la mediatizzazione.

Ciò ci rassicura, anche se occorre sempre vigilare, ma non toglie che la situazione di un organo democratico fondamentale come il partito è ridotta in Italia in modo pietoso. Vediamo patologie evidenti, come leaderismo e carismatismo, vaghe manovre e nessun adempimento sostanziale delle funzioni richieste ai partiti in democrazia matura: 1. visione dello Stato e progetto organico per tutte le sue funzioni, 2. corretta selezione di candidati all’elezione nelle posizioni di amministrazione e di governo, 3. servizi alla comunità.

Motivi di questo disadattamento politico: la storia dei cattivi funzionamenti (ricordiamo “Mani Pulite”) e lo squallido e inconsapevole cavalcarne la superfice attuata dal grillismo e dal Movimento 5 Stelle, sostenendo un’idea delirante di democrazia diretta, priva di senso concreto in qualsivoglia società di massa, data la complicazione intrinseca al dispositivo pubblico di servizi che il mondo evoluto produce e le dimensioni demografiche di praticamente tutti gli Stati moderni.

È certo che tutto ciò non si genera da solo: occorrono denari per far funzionare i partiti e conseguentemente la democrazia.

Il calcolo che serve per avere organismi di partito efficienti è presto fatto. Un organismo-partito efficiente deve avere strutture locali, seppur minime, nel territorio che aiutino gli attivisti e ne controllino l’opera di proselitismo, nonché gestiscano il rapporto con la comunità delle funzioni di servizio: nucleo che possiamo considerare di almeno 4 addetti professionali per provincia (100000 €. all’anno più costi diretti e indiretti per 50000 €.). Moltiplicato 100 province, 15.000.000. Una struttura regionale di almeno 10 addetti, annessi e connessi per 20 regioni, totale 6.000.000. Una struttura centrale, nazionale, di almeno 30 persone professionali, annessi e connessi 1.000.000. Spese generali, almeno 3.000.000.

Dunque, giusto per fare cifra tonda, un partito in Italia che, ben gestito, managerialmente, svolga la sua funzione, costa da 25 milioni a 30 milioni di euro, producendo comunque 650-700 posti di lavoro quanto mai opportuni e strategici per la democrazia. Calcolando che di partiti ce ne devono essere almeno 2, la democrazia per il versante rappresentanza democratica, in Italia viene comunque a costare circa 100 milioni di Euro. (2/3/4 partiti).

Si può calcolare con una legge tale investimento da parte della comunità con meccanismi di rimborso e sistemi di credito all’organizzazione, seriamente monitorati e poi riconosciuti alla luce del risultato elettorale.

2/3/4 partiti, ai quali deve essere consentito il finanziamento privato, che serve per muovere i primi passi e che qualora perduri va a detrazione dell’onore pubblico, ma non del tutto, in modo che esista un incentivo al raccordo con la società civile, riconoscendo dunque il contributo da parte di persone fisiche e giuridiche e monitorandone poi con istituti di legge la collaborazione politica in logica di trasparenza anti-clientelare.

Non possono essere ottenute confluenza finanziarie da nessun soggetto espressione dello Stato o legato a esso da rapporti continuativi di servizio, considerando opportunamente la natura dei rapporti di fornitura.

Questo per la parte economica del discorso. In questa luce, il miglior cambiamento che possiamo auspicare sono organizzazioni di partito efficaci, efficienti e manageriali. Che interpretano così correttamente e fedelmente il ruolo a loro donato della rappresentanza democratica del popolo nelle istituzioni. Il pluralismo (2/3/4 partiti) è un’altra delle condizioni necessarie, accanto al voto per tutti.

I partiti per attuare davvero la democrazia insufficientemente nominale del “diritto di voto” dovrebbero avere quindi un controllato e auto-controllato funzionamento manageriale. Ogni altra forma non rassicura rispetto all’attuazione della migliore democrazia, e cioè la formulazione del miglior progetto per lo Stato, la miglior selezione dei candidati a tutte le posizioni elettive secondo competenza specifica d’indirizzo e di controllo (l’ho messo in grassetto perché è soprattutto qui la carenza) e il raccordo con la società civile, sotto forma di servizi alla comunità e di sana integrazione con le forze economiche (sano lobbismo, che è il contrario istituzionale della clientela). Di certo leaderismo e anche carismatismo sono malattie dell’organismo Partito, della sua unica garanzia di corretta funzione, che è quella manageriale e meritocratica.

Se capi troppo personalisti sono una malattia interna, nella storia abbiamo visto come partiti sbagliati, malati, possono indurre gravissime disfunzioni. Il Partito è sempre organo parziale della vita democratica, me non può travalicare il suo ruolo istituzionale occupando altri organi dello Stato. Infatti, la partitocrazia, l’eccesso di potere nell’organizzazione dello Stato del Partito, è una deformazione gravissima. Ma… se una gamba è deforme la si raddrizza, non la si taglia: altrimenti il corpo non è più corpo. Non si buttano bambini con acqua sporca, com’è stato fatto dalla ingenua, incompetente e opportunistica retorica grillina, per poi ricredersi in modo pietoso su tutta la linea. Ma non prima di aver prodotto gravi danni istituzionali e civili a sua volta.

Anche la sola, presente e analizzabile esperienza dei Paesi occidentali, senza voli da menti ottenebrate in deliri psicotropi, è istruttiva. E se in Italia si fanno ancora discorsi dubbiosi e superficiali, ed è per ignoranza. La democrazia è un’acquisizione antropologica, un salto civile. Mi permetto di citare un illustre illuminista, mio omonimo in francese, Boileau: “Lasciamo pure all’Italia di tutti questi fatti suggestivi l’eclatante follia: tutto deve tendere al buon-senso”.

Aveva (ed ha) pienamente ragione.

Sergio Bevilacqua

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