Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Antiche neviere in Liguria? Sul Monte Guardiabella, a Bormida e a Ceranesi

In questi giorni si può tornare a parlare di alcuni importanti componenti del paesaggio rurale come le neviere, elementi tipici di un antico mondo in cui non erano presenti strumenti per la conservazione dei cibi e soprattutto in cui il freddo e il ghiaccio erano fortemente legati ai fenomeni naturali.

di Danilo Bruno

La neviera di Mele (GE)

Oggi di esse si conservano ancora tracce o segni anche se esse esistevano già dal Medioevo e ormai sono rimaste come aspetti curiosi ed importanti del paesaggio agricolo ove si sono conservate.

Dal sito http://www.quotazero.com traggo una breve descrizione della sistemazione della struttura in un interessante articolo relativo alla neviera di Mele (GE) firmato da Delorenzi nel 2007.
Le neviere erano realizzate  a forma di tronco di cono rovesciato con diametro interno fino a 10/12 metri ed altezza fino a 5/6 metri.L’isolamento era garantito da uno spesso strato di foglie secche e da una copertura conica,ultimata con un manto di paglia,ove era sistemata una apertura per il caricamento e svuotamento dell’impianto.
Lo sviluppo del commercio del ghiaccio divenne talmente importante,che il lungimirante Stato Genovese,non si lasciò sfuggire l’ opportunità di istituire una gabella della neve.A partire dal 1625, nasce l’imposta sulla neve e dal 1640 viene concesso l’appalto per l’approvvigionamento del ghiaccio ad un unico imprenditore per la durata di cinque anni,durante i quali doveva essere garantito un costante rifornimento per i fabbisogni cittadini.
La produzione del ghiaccio aveva inizio con la raccolta della neve,che impiegava decine di braccianti,che venivano assunti dall’imprenditore tra i contadini ella zona. La neve veniva immessa nella neviera,opportunamente battuta e costipata, successivamente ricoperta da uno spesso strato di foglie secche.
Con la copertura finale della neviera veniva garantito l’isolamento necessario affinché il materiale introdotto si trasformasse in ghiaccio e fosse conservato fino all’estate successiva. Sul fondo dell’impianto vi era un canale di scolo che permetteva all’acqua di defluire all’esterno e di non compromettere quindi il restante materiale.
Una volta solidificata la neve ,veniva tagliata in blocchi del peso di circa 80 chilogrammi,che,avvolti in sacchi ditela,venivano trasportati a dorso di mulo durante le ore più fredde della notte nel deposito di vico della Neve, presso la zona di Soziglia e dal XIX secolo nel deposito di Piazza Acquaverde”.
La descrizione evidenzia uno degli strumenti di sistemazione del paesaggio , che meritano sicuramente di essere individuate e censite quali strumenti di un antico passato ma soprattutto quali componenti essenziali di un paesaggio,che si è progressivamente evoluto nel tempo.
Oggi di questi elementi permangono importanti resti,che possono divenire utili elementi per la riscoperta del territorio così ad esempio la proposta culturale del FAI , che propone un apposito percorso per la riscoperta delle neviere di Ceranesi (GE) e zone limitrofe (www.fondoambiente.it/luoghi/l-anello-delle-sette-neviere/) ma molte altre si possono progressivamente riscoprire sul Pizzo d’Evigno, sul Monte Guardiabella, a Bormida,…comunque tutte collocate ovviamente ad una certa altitudine dove vi fosse una frequente presenza di neve e dove fosse possibile creare il ghiaccio e trasferirlo velocemente nei depositi cittadini.
Si tratta quindi di antichi segni di una civiltà antica che ha però profondamente segnato il paesaggio ancora una volta grazie all’utilizzo degli elementi naturali ed in primo luogo delle pietre.
Danilo Bruno

 

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