Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Liguria ponentina: riti di religiosità popolare e un libro anni Trenta. E fra Ginepro: da Pompeiana, al cospetto di Mussolini, al convento di Loano

C’è ancora chi ricorda fra Ginepro da Pompeiana, morto al S. Corona di Pietra Ligure il 2 luglio 1962. Studente universitario si innamorava dell’ideale francescano ed entrava fra i cappuccini. Notevolissima la sua opera di cappellano durante la guerra e la promozione culturale svolta a favore della natia Liguria mercè saggi, articoli, conferenze. Anni or sono il teologo e scrittore Don Ennio Innocenti, del clero romano, ha dimostrato come fra Ginepro avvicinasse alla fede Benito Mussolini e ne accogliesse la confessione.

di Gian Luigi Bruzzone

Fra Ginepro, padre cappuccino,  al secolo Antonio Conio, nato a Pompejana (IM) nel 1903 e morto al Santa Corona di Pietra Ligure nel 1962.  La città di Loano gli ha dedicato un monumento in bronzo.
Diventato prete dopo aver discusso una tesi di laurea dal titolo “Francesco d’Assisi, il più italiano dei Santi”, partecipò alla campagna di Grecia come cappellano militare e, dopo essere stato gravemente ferito, fu fatto prigioniero e rinchiuso in un campo inglese in India. Tornato in Italia nel ’43, in seguito ad uno scambio di prigionieri feriti o malati, dichiarò ai giornalisti, accorsi ad intervistare i reduci a Taranto, che ogni giorno, nel campo di prigionia, benché fosse proibito, aveva celebrato di nascosto la Messa pregando per il Duce. Commosso, Mussolini volle conoscerlo. Lo convocò a Palazzo Venezia e gli affidò la presidenza del Comitato di assistenza agli ex prigionieri.

Con questo scritto ci riferiamo a un volume suggestivo, dallo stile entusiasta e a tratti dannunziano che parla dell’amata Liguria[1]: per Antonio Conio, nato a Pompeiana il 7 aprile 1903, divenuto fra Ginepro come cappuccino, la Liguria va essenzialmente da Ventimiglia ad Imperia.

Uno dei periodi liturgici più sentiti è quello natalizio, si sa, in particolare la notte Santa. In molte località dell’entroterra ponentino, un tempo caratterizzate dalla pastorizia, si celebravano riti suggestivi ed antichissimi. Era anche il momento di scivernà, ossia di svernare, di scendere verso pascoli dal clima meno rigido. Da Realdo, da Briga (non germita allora dalla grandeur gallica), da Verdeggia, da Triora i pastori scendevano verso le pasture di Pietrabruna, Boscomare, Lingueglietta – patria dei conti della Lengueglia[2]Cipressa, Terzorio, Castellaro, Dolcedo e via enumerando.

A Pompeiana rimase a lungo, viva ancora fino alla seconda guerra mondiale, la patetica usanza e con la stessa freschezza soave di 300 anni fa; quando venne pattuita negli statuti, dove al contratto per l’affitto delle ‘bandite’ è annesso da parte dei pastori l’obbligo di dare un agnello al Parroco, la notte di Natale, e un altro, per Capodanno, ai giovani del paese i quali a loro volta sono tenuti a regalare ai pastori un sigaro ciascuno, e un ‘panetto’ di fichi bianchi per tutta la compagnia.

E così nella notte santa i pastori, al lume di un lanternino e sotto lo scintillio delle stelle, scendono dai colli vicini, convengono dai casali sperduti, nella chiesa di Pompeiana dove sono attesi con ansia fraterna dai fedeli del paese. Scendono insieme le singole famiglie, nel loro costume caratteristico: con le braghe corte di stamegna, stretti al ginocchio dai lunghi calzettoni di lana bianca, con la giubba alla cacciatora e l’immancabile bastone ben nocchieruto, gli uomini. Le donne con una sottana ampia e pieghettata, con una striscia di velluto ai cappelli. I fanciulli specialmente sono una delizia: bianchi e rosati. Sembrano impastati di latte con petali di rosa.

In tutto sono una ventina ed il più anziano con l’agnello in braccio – un agnellino candido, innocente come una tortorella, ornato di nastro azzurro o rosso al collo – entra in chiesa e con gli altri si va a sedere nella banca più vicino all’altare. Un bisbiglio di ammirazione, un vocio sottomesso sottolinea sempre l’entrata dei pastori che con devozione esemplare assistono alla santa Messa. E quando cade il velo che ricopre la statuetta di Gesù Bambino, quando l’organo e i cantori intonano solennemente Gloria in excelsis Deo non poche volte l’agnellino emette il suo belato di letizia.

Quando infine il celebrante si stacca dall’altare e viene alla balaustrata a far baciare il Bambinello fasciato in trine bianche e dorate, i pastori si alzano dal loro posto e sono i primi a procedere al bacio di pace; i primi a offrire il loro mistico dono. L’offerta procede per ordine di anzianità. Prima il vecchio nonno, con il figlio, dietro il nipote e ultimo un fanciullino. Il primo con una riverenza piena di grazia e di semplicità, tenendo in braccio l’agnellino che se ne sta tutto mite, bacia il Bambinello che gli presenta il Pievano; quindi passa l’agnello al figlio che a sua volta dopo aver baciato Gesù Bambino passa al terzo; e così via fino all’ultimo il quale lo lascia in regalo al Celeste Infante di cui l’agnello e simbolo.

E chiunque ci sia in Chiesa – priori o prioresse, fabbriceri o massari,  il sindaco o, ai suoi tempi, il Marchese Gentile – i pastori sono sempre i primi a porgere la loro candida offerta al Figlio di Dio. Del resto non fu così a Betlemme? Non furono i semplici pastori i primi ad adorare il Salvatore, chiamati dal volo degli angeli, dal canto celeste annunciante ‘Gloria in cielo e pace in terra agli uomini di buona volontà’?

Mentre gli altri fedeli procedono essi pure all’offerta, e bambini recano arance dorate, dal coro, dalla triplice nave della Chiesa si spandono, si levano tra nuvole d’incenso le dolci nenie pastorali, simili e sospiri della umanità:

Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo

e vieni in una grotta al freddo e al gelo…

I versi di sant’Alfonso de’ Liguori cantati dal popolo e dai pastori al puro Agnello che s’immolerà per la nostra redenzione risuonano nella loro cantilena come il tremulo belato degli armenti e spesse volte l’agnellino offerto dai pastori, quasi consapevole della cerimonia simbolica, s’accompagna all’organo, unisce la sua voce di lode a quella del popolo.

Così continua a cantare il popolo che non si stanca di cullarsi in queste ninne-nanne pastorali esperimenti l’ineffabile mistero di Palestina. Il quale nel nostro borgo rivive nella rappresentazione quanto mai suggestiva, spontanea…  Sono precisamente queste costumanze che ci rivelano quanto commovente nella sua ingenuità, quanto sublime nella sua semplicità sia la poesia del Natale. Certamente non c’è festa che come questa raggruppi intorno al desco, al focolare, alla Chiesa, tanta soavità di affetti, tanta poesia di ricordi”. (pp 78-81).*

Festeggiato quanto mai era, ed è, San Giovanni Battista, e a ragione sia perché non surrexit  maior Ioanne Baptista, sia per essere patronus totius Liguriae. In molti paesi la vigilia ferve con preparativi per il tradizionale falò. In alcuni l’evento assume una particolare solennità. È il caso di Terzorio. “Una settimana prima e anche più, i ragazzi e giovanotti del paese sono affaccendati a raccogliere frasche e brocche, rami e tronchi secchi sparsi per la campagna e li ammucchiano sulla piazza della chiesa fino a formare la grandiosa catasta che si accende dopo la benedizione della vigilia”.

Subito si avverte un crepitìo che si fa sempre più vivo e scoppiettante, un contorcersi spasimoso di rame secche, e poi la fiamma rossa sopravanza trionfale l’alto mucchio; viene portata dal vento in un turbinio di faville che si sperdono nel cielo e cadono qua e là come spicchi di stelle d’oro. Il fuoco arde per tutta la notte, lambendo la facciata della chiesa che ne rimane mirabilmente illuminata; tanto che chi guarda da Pompeiana o da Riva o da Santo Stefano, sembra ricamata di splendori. A questi paesi giungono pure i canti di gioia dei gruppi giovanili che s’indugiano ad attizzare la fornace e nell’impeto dell’allegria la circuiscono, la scavalcano, procurando che le ultime fiammelle guizzino quando il campanaro dìviene a suonare a doppio, dando i primi segni della festa maggiore.

Festa veramente di fama regionale, che qualche anno ebbe la fortuna di vantare per oratore niente meno che il predicatore del Papa, venuto appositamente da Roma con padre Clemente, l’illustre e caro cappuccino del paese sul cui saio volle morire, nel bacio di Cristo, Paolo Boselli[3]. Sagra tonante in cui si sparano centinaia di mortaretti che si succedono fitti come batterie, esplodono, rintronano per tutto il giorno della Messa cantata, ai Vespri in musica, dal principio della processione che si volge a zig-zag per il labirinto di viuzze,  al panegirico il quale segna la sparata finale, culminante, la più formidabile quindi che sembra scoppiarne nella chiesa piccolina col piazzale oblungo, la torre e metà del paese” (pp 89-90).*

La Riviera richiama gli oliveti e l’olio, il più leggero e fragrante di tutti. L’incompetenza odierna ignora che l’olio deve condire, non ungere. Ed ecco l’elogio dell’ulivo e dell’olio cantato dal nostro fervido cappuccino. “Io amo il pio, generoso e antico ulivo la cui mite malinconia è tutta pace e quiete, tutta chiarità di cielo e di anima. Amo i suoi rami protesi al cielo quasi braccia e aneliti evocanti, i suoi tronchi forati contorti pazienti i quali hanno qualcosa d’infinitamente profondo e d’intimamente religioso, come se conservassero la sacra eco della preghiera e del pianto di Gesù nell’orto. Qui dove il frantoio del Getsemani stillava l’olio dorato di Palestina, sotto il torchio del più straziante fra i dolori, gemette il Figlio di Dio, fino a trasudare le prime gocce sanguigne della Redenzione.

Amo l’ombra serena e soave dell’oliveto che si stende tra fusto e fusto e avvolge gli angoli più casti e fragranti della campagna, con le umili casette di pietra fiorite di timo, con i solchi di ortaggi e il pergolato. C’è tutto attorno una laboriosità tranquilla, una pace operosa, una vita patriarcale di cui l’olivo è il domestico lare, il simbolo antico sempre risorgente.

L’albero sacro infatti dà la tenue luce che rischiara le stanze e i vicoli dei nostri borghi montani dove non è ancora giunta l’elettricità; dà il condimento gustoso ai parchi cibi e l’alimento della fede alla lampada del sacerdozio; dà l’olio per i santi sacramenti, mediante i quali una goccia d’olio diventa una fiumana di grazia e di misericordia; imprime il supremo bacio di Dio, accompagna e veglia l’infermo sino alla morte del buon cristiano.

Infine se la polpa spremuta dà l’olio per la lampada del Santissimo e per la nicchia della Madonna, il nocciolo non stritolato serve a formare i grani del Rosario. Ne ho visto al mio paese parecchie di queste corone, compagne fedeli delle nostre nonne alle quali sono passate di generazione in generazione, come un testamento di pietà, come un incitamento alle opere di misericordia.

Quante volte la bellissima delle preghiere fu mormorata, sgranando una siffatta corona, benedetta dal Pontefice che ritornava trionfante dalla cattività napoleonica ed al quale i nostri popolani andavano incontro come a Gesù, sventolando i rami d’ulivo! Quante volte tra un rosario ed un altro balenò nella mente pura l’idea di un’opera buona: di quelle opere umili e santamente nascoste delle quali era intessuta tutta la vita dei nostri vecchi”. (pp 3-4).

Con l’allusione all’eroico Pio VII, prigioniero dal 1809 al 1814, unico sovrano che – vecchio e solo – tenne testa al tiranno d’Europa concludiamo la poetica rievocazione di Fra Ginepro.

Gian Luigi Bruzzone

[1] GINEPRO da Pompeiana, Riviera d’oro, Torino, Sei, 1932.

[2] Da non confondersi con Laigueglia, a ponente di Alassio.

[3] Paolo Boselli (Savona, 1838 – Roma, 1932) celebre uomo politico, al governo dal 1870 alla morte, più volte ministro.

DA ‘IL GIORNALE’ DEL 15 OTTOBRE 2009

Si terrà domenica prossima a Loano la consueta, annuale commemorazione di fra Ginepro da Pompeiana. La cerimonia, giunta ormai al suo quarantasettesimo anno di età, avrà, stando ai programmi, una cadenza semplice ed essenziale: riunione dei partecipanti alle 9 presso il convento dei frati cappuccini, alle 10 e trenta Messa al cimitero presso la tomba del frate, e conclusione con pranzo in una trattoria del centro rivierasco.
Occorre soffermarsi sul significato di questa semplice cerimonia, e sulla figura di Ginepro.
Antonio Conio (suo nome al secolo) fu frate cappuccino, giornalista, predicatore, scrittore, poeta, cappellano militare, prigioniero di guerra, sostenitore della causa fascista, detenuto. E poi ancora anima dei perseguitati politici del dopoguerra, nuovamente scrittore, ancora e sempre sacerdote.
Circolano molte inesattezze o leggende su di lui, alcune espresse in buona, altre in cattiva fede. Vanno corrette, se non smentite. Alcuni indicano Ginepro come «cappellano delle Camicie nere», o addirittura «capomanipolo della Milizia fascista». Egli non vestì mai tale divisa, né ricoprì tale grado. In base a precisi e inoppugnabili documenti conservati presso l’Ordinariato Militare di Roma, fra Ginepro da Pompeiana fu sempre e soltanto cappellano militare del 42° Reggimento Fanteria, in Africa Orientale inquadrato con la Divisione «Cosseria», e in Albania inserito nell’organico della Divisione «Modena». Che poi all’interno della Divisione ci fosse un reparto di Camicie nere, che le sue maggiori e personali simpatie andassero a queste, che egli abbia servito Messa e impartito Sacramenti – come era nelle sue specifiche funzioni di cappellano – anche a tali reparti, non costituisce assolutamente una colpa o, soprattutto, un «arruolamento» forzato e postumo.
È stato erroneamente scritto (da destra per rafforzare la sua immagine di militante, da sinistra per screditarlo e dipingerlo come fazioso) che egli sia stato nientemeno che uno dei più ferventi collaboratori del periodico «Crociata Italica», diretto da Don Tullio Calcagno. Il periodico – finanziato dal leader fascista cremonese Farinacci, noto massone – ebbe vita nel periodo travagliato della Repubblica sociale del Nord Italia, ponendosi come promotore e catalizzatore di una chiesa nazionale, filofascista e alternativa alla Santa Sede.

Don Calcagno, pur sostenendo tesi che esprimevano anche le aspettative di alcuni strati del popolo cattolico, si pose evidentemente in rotta con le gerarchie ecclesiastiche romane, assumendo posizioni filonaziste e scismatiche, tanto che Don Calcagno si prese la sua bella (e inevitabile) sospensione «a divinis».

Fra Ginepro, pur essendo amico e collega della maggior parte dei redattori della testata cremonese, non vi scrisse mai, neppure una riga. Don Angelo Scarpellini, anch’egli cappellano militare e collaboratore di «Crociata Italica», ha smentito categoricamente ed in epoca non sospetta (1962) l’affiliazione di Ginepro al gruppo dei sacerdoti «scismatico-fascisti». Anzi, lo stesso ha confermato che, benché invitato a collaborare, Ginepro abbia educatamente, ma fermamente, rifiutato. A margine di questa smentita, può essere utile ricordare che il direttore Don Calcagno fu fucilato dai partigiani a Milano il 29 aprile 1945 insieme al poeta cieco Carlo Borsani, e che il gerarca cremonese Roberto Farinacci, pur essendo stato in vita anticlericale e massone, si avviò a passo deciso verso il supplizio accompagnato da due sacerdoti di Vimercate (Milano), ai quali affidò una grossa cifra da destinare agli orfani del paese.
Occorre ancora spendere due parole su alcune delle tante «leggende metropolitane» che sono state diffuse sulla figura di fra Ginepro da Pompeiana. Al momento dell’arresto da parte di partigiani comunisti genovesi della «Brigata Buranello», la stampa antifascista locale («L’Unità», «Avanti!», etc.) non perse l’occasione per denigrare pesantemente la figura del cappuccino, descrivendolo come «sporco» e «donnaiolo». Non eravamo presenti quel giorno di agosto del 1945, e non possiamo esprimerci sullo stato dell’igiene personale del frate, ma certamente possiamo affermare che i «71 nomi e indirizzi di donne» non erano altro che i recapiti di congiunti di caduti in guerra, cui fra Ginepro dedicò, per tutta la durata dell’esistenza, ogni sforzo affinché ne venisse ricordato il supremo sacrificio al servizio dello Stato.
Qui va precisato che i comunisti della «Buranello» fecero sfoggio di un certo tatto: dei tre partigiani che lo prelevarono presso il convento genovese di San Barnaba, uno era stato militare nella «Cosseria» in Etiopia proprio con fra Ginepro, e l’altro aveva uno zio prete. L’indomani gli permisero di servire Messa nel convento di Sestri Ponente e successivamente fu accompagnato in Questura dal cappellano partigiano Don Berto Ferrari. Viaggio – gratis – sul tram e niente manette.

Lo stesso Don Berto, avvicinato pochi anni or sono dallo scrivente, ricordò perfettamente il fatto, descrivendolo con precisione e correttezza. Fra Ginepro, nella sede della comunistissima «Brigata Buranello», non rinnegò le sue simpatie fasciste, né la personale amicizia con Mussolini, e si assunse fino in fondo tutte le eventuali responsabilità del suo operato durante la Rsi.
Del frate cappuccino ligure ci rimangono oggi i suoi scritti, ben 40 tra libri e opuscoli, alcuni postumi, tutti appassionanti. Restano alcune biografie, una bella statua custodita nel convento di Loano, e l’«Associazione Amici di fra Ginepro» gestita dall’infaticabile segretario genovese Carlo Viale, animatore di un sodalizio nato nel 1962 (all’indomani della morte del frate) e fondato dagli Onorevoli Ezio Maria Gray e Mitolo, dalle Medaglie d’Oro Luigi Ferraro e Giuseppe Zigiotti, da scrittori, giornalisti, sacerdoti, militari mutilati e decorati.
Ci resta anche, e non sembri poco, l’annuale cerimonia che – testardamente – un gruppo di amici fedeli tiene ogni anno a ottobre, sulla tomba del grande cappuccino ligure.

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