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Don Abbondio: la peste ‘scopa della Provvidenza’. Padre Cristoforo: castigo e misericordia divina. Manzoni…

Don Abbondio, rinunciatario, codardo e imbelle, ritiene che la peste eserciti il ruolo di “scopa della Provvidenza” che “ spazza via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più…”; padre Cristoforo, incarnazione dell’ortodossia cattolica, configura nell’epidemia il castigo e la misericordia divina in quanto “la condotta più cauta e innocente non basta a tener lontani i guai e quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore”.

di Francesco Domenico Capizzi*

Una conclusione – chiosa Manzoni“ benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta da metterla come significato di tutta la storia”, così rappresentando una struttura sociale fondata sul moralismo pietistico.

La Storia e la vita di ogni giorno, nei fatti, smentiscono questa concezione: le azioni umane non coincidono con le gesta di una massa di dannati! La vita di ciascuno e la convivenza civile sono e sono state costruite giorno dopo giorno con l’intelligenza, il coraggio e il lavoro e l’impegno di tutti, donne e uomini, credenti e non credenti, acquisendo ed esercitando il libero arbitrio e l’autodeterminazione, correggendo errori, conquistando diritti e riconoscendo doveri incentrati sul bene comune, in nome del quale, soppiantati pietismo mysterium iniquitatis, è divenuto possibile continuare a sciogliere i tanti nodi della Storia.

In questa direzione si collocano le Costituzioni, le Leggi e i Trattati internazionali che garantiscono la piena autonomia alla Ricerca scientifica e, in generale, alla Cultura proteggendole dalla “ufficialità” e dalla “ortodossia”, le cui qualità non potendo sopprimere, ovviamente, la libertà interiore ne impedirebbero l’esposizione pubblica.

Dunque, rientra nella normalità chiedere ed ottenere chiarezza e verità a coloro che hanno accettato il carico di ricercare con metodo scientifico e di amministrare la res publica in tempi segnati profondamente dalla pandemia.

Non devono, in permanenza, sussistere dubbi e incertezze a fronte di notizie incalzanti di gravi ed irreparabili eventi avversi seguiti a somministrazione di vaccini e dopo che Nazioni europee ne hanno sospeso o limitato la loro fruibilità ritenendo opportuno modificare i criteri di somministrazione. Sebbene l’incidenza di complicanze post-vaccinali risulti molto bassa, quasi impercepibile nel novero dei grandi numeri, non è ammissibile che non vengano pronunciate espressioni chiare e informazioni inconfutabili rivolte alle popolazioni sempre più titubanti e timorose di fronte a notizie incalzanti che si caricano, magari a torto, di ombrosità premonitrici.

Innanzitutto sarebbe necessario mettere in chiaro che ogni somministrazione di farmaci, ogni indagine diagnostica ed atto medico, senza esclusione alcuna, può essere causa di eventi avversi anche molto gravi ed irreparabili. Ma, sul piano personale si pone una differenza sostanziale fra una situazione patologica conclamata, o sospetta, e la decisione di accedere alla vaccinazione. Rientra nella normalità comune sottoporsi ad iter diagnostico-terapeutici a fronte di sintomatologie avvertite o che destino sospetti, al contrario i vaccini devono essere accettati nel pieno benessere rischiando di acquisire il senso dell’invadenza personale. E’ necessario puntare sull’unica motivazione davvero centrale e carica di senso di responsabilità personale: la difesa collettiva del bene comune, un atto di generosità civile.

Soprattutto è inaccettabile l’ambiguità delle risposte fornite a fronte delle molte dozzine di vaccinati che dopo pochi giorni hanno accusato gravi disturbi della coagulazione sfociando nella “coagulazione intravasale disseminata (CID)”. Si tratta di eventi rari, è vero, che comunque non possono essere liquidati con il metodo del solo confronto epidemiologico che stabilisce una “sostanziale equivalenza” dei dati fra il gruppo dei vaccinati e dei non vaccinati. Sono almeno due i motivi che suscitano dubbi: il primo è dato dall’esiguità dei numeri nei due gruppi che potranno subire spostamenti talmente minuti, sul piano della significatività statistica, da non risultare apprezzabili; il secondo risiede nel processo fisiopatologico che conduce alla CID, la quale riconosce sempre uno o più fattori scatenanti. Le indagini eseguite dopo gli eventi avversi hanno chiarito interamente questi fattori e ricostruito tutto il processo patologico fino all’epilogo?

Non è dato saperlo e tuttavia si continua a sostenere che non esista un rapporto diretto di causa-effetto fra le vaccinazioni pregresse e gli eventi avversi registrati, sebbene di recente viene ammessa una qualche connessione subito compensata dall’affermazione che “i vantaggi sono superiori ai rischi di contrarre la malattia”. E’ chiaro che queste ambivalenze danno fiato ai no-vax e agli scettici in genere e, soprattutto, ingenera inquietudini, sospetti e dubbi sulla bontà delle procedure analitiche adottate e sul reale baricentro su cui si muove l’intera vicenda.

Ancora un aspetto suscita molte perplessità: un vaccino, dopo sperimentazione e validazione, raccomandato per le età inferiori ai 55 anni è finito, in corso d’opera, per essere, al contrario, raccomandato nelle età avanzate ed escluso proprio per le età medie e addirittura al di sotto dei 30 anni in Gran Bretagna. E intanto le prove su una conseguenzialità fra vaccinazione e complicanza continuano ad accumularsi rendendo legittima ogni preoccupazione tanto che Canada, Germania, Islanda, Svezia, Finlandia, Francia e Italia, dopo brevi totali sospensioni, sono giunte a consigliare l’uso del vaccino Astra-Zeneca, che nel frattempo ha cambiato nome e tipologia di bugiardino, nelle età al di sopra dei 60-65-70 anni, a seconda delle decisioni specifiche adottate. Il raziocinio di quest’orientamento sta nell’incidenza delle complicanze trombotiche che si sono manifestati in prevalenza nelle età giovanili, molto meno esposte a contrarre la forma grave di malattia virale ed essendo la copertura risultata, nella sperimentazione e dichiarata dall’Azienda, inizialmente del 65%, poi valutata del 79% e subito dopo del 76%.  In uno studio recente l’incidenza di complicanze trombotiche gravi accertate oscilla da uno su 25.000 trattati con detto vaccino in Norvegia ad uno su 87.000 in Germania (Radboud University Medical Center, 31 marzo 2021).

Nell’ultimo numero della Rivista scientifica Science si afferma che “il vaccino Astra Zeneca offre un alto livello di protezione contro tutti i casi gravi da Covid-19 e che questi benefici continuano a superare di gran lunga i rischi dati dall’infezione da Covid 19”. Nell’ultimo comunicato dell’AIFA si legge che “la scelta italiana è ispirata alla massima cautela. Aifa ha lavorato con Ema per valutare questi eventi molto rari e l’analisi dei dati ha confermato una plausibile relazione causale che ha ingenerato un segnale d’allarme molto preciso. Molti farmaci in commercio hanno effetti collaterali frequenti o più frequenti. Sono situazioni non prevedibili. La decisione, presa in via precauzionale, anche se il vaccino è valido in tutte le fasce d’età, è di consigliare il vaccino prodotto da Astra Zeneca preferibilmente nelle fasce di popolazione al di sopra dei 60 anni”.

Questi comunicati tanto scarni e piuttosto generici, anziché ridurli, incrementano il persistere di dubbi e preoccupazioni tali da indurre numeri importanti di cittadini a rinunciare alla campagna vaccinale, anche se già prenotati o in attesa della seconda dose. Forse sarebbe utile prendere in considerazione quanto afferma in un recente comunicato l’Istituto di virologia dell’Università Goethe di Francoforte: “l’argomento che si continua ad ascoltare è che il rapporto rischio-beneficio è ancora positivo. Ma non abbiamo un solo vaccino, ne abbiamo diversi!” (Scienze.fanpage.it).

Francesco Domenico Capizzi

* Già docente di Chirurgia Generale nell’Università di Bologna e direttore di Chirurgia generale negli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna

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