Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Le nostre care usanze, tra storie paesane e popolari. Per non dimenticare

Le  nostre storie paesane e popolari, tra la  fine dell’ Ottocento e l’inizio del Novecento,  per usi, consuetudini,  tradizioni  e per  personaggi particolari hanno fatto da cerniera tra passato e presente e  a distanza di pochi decenni sembrano uscite  da un libro di favole.

di Gian Luigi Taboga

Gian Luigi Taboga anima  storica di Assoutenti è stato l’ultimo segretario eletto della Democrazia Cristiana a Borghetto S. Spirito e quando aveva ancora una sede. Quando il locale fu chiuso andò a ritirarsi un grande tavolo che aveva dato in uso: “Aprendo la porta è caduto a terra un vecchio crocifisso, finito a pezzi, l’ho portato a casa e rimesso a nuovo. Uno dei ricordi di vita nello scudo crociato”

Nel limite delle mie conoscenze e  di chi  ricorda  quelle epoche  per averle vissute, cercherò di  tramandare,  a futura memoria,  gli aspetti più originali e irripetibili di un tempo che fu. Le relazioni umane erano concentrate nella ristretta cerchia famigliare  e  nell’ambito di una comunità che trovava, tramite  la  solidarietà, lo  stimolo e  la  forza per superare momenti spesso difficili, a volte  disastrosi,  causati da  miseria,  guerre, malattie e tanta ignoranza.

Esisteva come antidoto la saggezza popolare e  l’esperienza di intere generazioni che,  con mezzi limitati ma ben saldi, riuscivano  a vivere decentemente senza mai lamentarsi. Le stagioni della vita  ritmavano il tempo, la nascita e la morte ne testimoniavano la sacralità con una sequenza  puntualmente celebrata.

Si nasceva e si moriva in casa,  circondati dagli affetti più spontanei e naturali e con il supporto diretto di tre personaggi indispensabili e straordinari: la levatrice, il medico, il sacerdote, il direttore dell’Ufficio postale, il maresciallo dei carabinieri.

Caratterizzavano tali eventi  il  “venire alla Luce” e  lo “spegnersi al mondo” condividendo gioie e dolori tra parenti, amici o semplici conoscenti in un contesto  solidale  oggi desueto. La naturalità della vita era accettata già dal suo manifestarsi e ne accompagnava  l’evoluzione  armonica, senza i traumi  e le fobie che caratterizzano i giorni nostri.

Già da bambini  si sperimentavano situazioni ed eventi ora preclusi alle nuove generazioni  perché  considerati traumatici,  quali la nascita o la morte viste da vicino nel loro misterioso e affascinante percorso. L’evoluzione dei costumi e dei comportamenti  è stata così travolgente che solo chi l’ha vissuta può rendersene conto e darne testimonianza.

Ricordo cose che da adulto non ho più vissuto e forse non rivedrò mai  più:

-la nascita dei pulcini che escono dal guscio assistiti dalla chioccia;

-la monta del toro, perché allora non esisteva l’inseminazione artificiale delle vacche ;

-la pesca con la “sciabica” e la caccia col vischio agli uccellini, ora severamente proibite;

-l’incedere possente dei cavalli da tiro pesante, veri e propri monumenti di carne e muscoli;

-il bue per arare i campi;

-l’asino o il mulo bendati per la ‘noria’ che attingeva acqua dai pozzi e innaffiare le coltivazioni;

-lo sbuffare, il fumo e la potenza delle locomotive a vapore;

-la straripante e prosperosa femminilità delle balie che allattavano per conto e a favore  di altre mamme bisognose del loro aiuto;

– il fervore e l’eloquenza forbita dei predicatori che dal pulpito arringavano i fedeli durante, le novene in preparazione delle festività religiose;

-i cantastorie e i saltinbanchi nelle fiere e nelle sagre  sotto “ l’albero della cuccagna”, l’uomo mangia fuoco e la donna cannone;

-lo spazzacamino, l’arrotino, il calderaio e  le “pescelle” con il carretto del pescato ………e gatti al seguito;

-le donne con i cesti sul capo  con un portamento da indossatrici o in chiesa con il capo sempre coperto da un velo come penitenti;

-il frate “cercone” che girava con una gerla  per le campagne e i casolari a raccogliere le offerte per il convento;

– la” cartolina precetto “ e la chiamata alla leva con la visita medica, tutti nudi e in fila, noi maschietti  come coscritti;

-i falò in strada nella ricorrenze di San Giovanni Battista o di San Pietro (in alcuni paesi c’era l’usanza di mettere in una brocca di vetro l’albume di un uovo fresco la notte e il mattino si trovava una ‘barca’, un veliero che durava tre, quattro giorni;

-i bambini che in occasione del Natale si recavano di cosa in casa per recitare la poesia e ricevere un piccolo premio in lire;

-nelle sala da ballo se si voleva scendere in pista e ballare bisognava pagare e munirsi di un ‘tagliando’, una corda sorretta a mano, da un’estremità all’altra,  divideva i paganti e gli aspiranti in attesa;

-e l’albero della cucagna che non mancava mai in ogni festa grande, perlopiù religiosa dove arrivava gente anche dai paesi vicini;

-non c’era paesi e paesino soprattutto nell’entroterra dove il giorno del Corpus Dominci non si infiorasse le strade e i muri dove passava la processione;

-nelle antiche chiese si trova il pulpito (realizzato con arte e decoro nella nata principale, più vicino all’altare maggiore) utilizzato per le prediche in occasioni solenni e soprattutto dai ‘predicatori’ che venivano da fuori;

-nei paesi di campagna e di montagna era facile ricorrere al ‘praticone’ capace di ‘rimettere in sesto’ da una slogatura agli arti inferiori o superiori, alla schiena, ma anche al colpo di sole, perlopiù si trattava di persone semplici, campagnoli o pastori.

-nella settimana della Passione Pasquale, con le campane legate, si annunciavano le funzioni religiose con le raganelle, in aree di montagna per la sveglia mattutina si ricorreva  alla ‘Taramasca’;

-nessuna donna entrava in chiesa senza il capo coperto da un velo e si moriva generalmente in caso anche quando si finiva ricoverasti in ospedale, da qui la tradizione della celebrazione del rosario serale con il defunto adagiato nel letto;

-la maggioranza dei terreni, fino a metà del Novecento, era condotti da mezzadri ed il proprietario anzichè denaro riceveva il ricavato dalla coltivazione;

-per chi possedeva oliveti c’era il frantoiano di zona che passava di casa in casa dai produttori a ritirare le olive riposte nei sacchi e che pagava brevi mano, numerose tuttavia le famiglie che a loro volta avevano in casa il frantoio e il torchio per l’uva, come il forno a legna per il pane e le torte verdi, di patate e dolci; chi aveva il grano (in collina e montagna) ricorreva al mugnaio del paese;

-c’era l’usanza della ‘lesciva’ per lavare le lenzuola e gli indumenti bianchi, si trattava di cenere prodotta nel forno e deposta in una sorte di ‘botte’ in metallo.

Questi sono solo alcuni particolari di un mondo che fu; nella prossima puntata cercheremo di ricordare alcuni personaggi  che ne furono   protagonisti  in carne ed ossa.

Gian Luigi Taboga.

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