Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Il prete: ‘perchè La Covid al femminile’. Poi la minestra (onestà) di Sansa. E le brioches avvelenate alla Bubu-Toti

Dopo 47 giorni di silenzio post-elezioni(12-09-2020), scrivo di nuovo con una premessa come riflessione e alcune informazioni importanti e decisive, almeno per me.  Specialmente in questo tempo di «arrabbiati»e di superficialità spaventosa e rischiosa. Vi invito a prendervi un quartod ’ora perché potrebbe succedere che vi venga voglia di riflettere oltre l’occasionale e anche decidere di dare una mano per evitare di correre verso il basso…senza fine”. Pubblichiamo alcuni stralci di un lungo articolo scritto dal genovese don Paolo Farinella.

 

 di Paolo Farinella, prete

Conseguenze regionali in Liguria –  Si vedono le prime conseguenze della riconferma della destra di Toti in Regione con Lega e rimasugli di Forza Italia. La mancata vittoria di Ferruccio Sansa ha svelato il vuoto della Regione riguardo all’epidemia della Covid-19 che annovera la Liguria tra le più colpite. Dico «La Covid-19» come asserisce il teenager Umberto Gabriele di Sora (10 anni e mezzo) che mi ha corretto, avendo consultato l’Accademia della Crusca, la quale conferma la correttezza del genere femminile–La Covid–trattandosi di malattia, epidemia, pandemiae, aggiungo io,di imbecillità ignorante di una minoranza irresponsabile.

Si capisce perché in campagna elettorale,Toti-Bubu abbia rifiutato e disertato tutti i confronti elettorali, proposti da Sansa e pure quello organizzato dalla Diocesi di Genova in Piazza San Lorenzo, davanti alla Cattedrale. Non voleva né poteva rispondere alle domande tipo «Cosa ha fatto in questi mesi per prevenire una nuova ondata autunnale della Covide per i trasporti?».

Bubu-Toti, dipendente Mediaset, delfino di Berlusconi, pende per la piazza dell’alcool/movida e degli imprenditori, i quali,quando c’è da spartire dividenti sono «privati», quando c’è da prendere «sono pubblici».

Da maggio a settembre 2020, la Regione non ha predisposto alcun piano per la mobilità degli studenti, sapendo con certezza che il 14/09 sarebbe iniziatala scuola; non ha preso misure per i pendolari né ha predisposto un efficace trasporto cittadino, di concerto col sindaco di Genova, Bucci-Bibi che si vanta dei successi del «metodo Genova», che mi auguro finisca e sia sepolto a Genova. È bello fare il commissario con i soldi a pioggia del Governo cioè dell’intera Nazione e dei Benetton!

Quando si tratta di misurare le capacità amministrative «ordinarie», sua signoria Bucci-l’americano non è eccezionale in nulla. Sono in vena di profezia. Ci rivedremo fra quattro anni: solo allora i Liguri sapranno quanto pagheranno le conseguenze amare della gestione regionale Toti-Bubi e in che stato sarà il territorio del comune di Genova, sotto Bucci. Toti-Bubu se ne andrà, lasciando una sanità più privata e meno pubblica; un territorio più corroso e cementificato; opere inutili,come terzo valico e gronda, i cui debiti e conseguenze pagheremo nei decenni a venire(non io che non lascio eredi, ma) i figli e nipoti che i Liguri oggi condannano senza possibilità di appello. La Liguria non ha voluto mangiare la minestra di Sansa, condita di interesse pubblico e onestà personale? Si goda le brioches avvelenate di Toti e si prepari ad auto-ghigliottinarsi.

Anniversario da prete – Il 1° novembre 2020 ricorre il 48° anniversario del mio servizio di prete diocesano di Genova. L’ho sempre celebrato con mio fratello Calogero (lui all’organo) facendo insieme memoria dei nostri genitori, Giuseppe e Rosa, e dei fratelli deceduti (Santo e Salvatore).

Poiché la Messa non è privata, insieme ai miei, in San Torpete abbiamo sempre ricordato i defunti di tutta la comunità eucaristica e di tutti gli amici e amiche che in qualche modo ho incrociato nella mia vitae che sono legati a ciascuno di noi. Il 1° novembre è sempre stato un «giorno corale». Quest’anno, perla prima volta trascorrerò la giornata «nel grande silenzio», senza celebrazione e senza comunità «fisica»perché San Torpete resta chiuso per i motivi appena descritti, in attesa di risorgere.

Eppure, San Torpete, pur chiuso è sempre aperto perché la relazione tra le persone non muore né si estingue chiudendo un battente, ma si nutri di amicizia, preghiera, desiderio, condivisione, attenzione. In una parola l’Amore non finisce mai. Noi non abbiamo l’ossessione del«precetto», e nemmeno come disse un mio amico dell’Emilia «il vizio di andare a Messa», ma ci attestiamo alla grande tradizione ebraica e monastica che sono meno fiscali e più aperte allo Spirito e al cuore di Dio.

In questa occasione, desidero dire una parola agli amici e alle amiche, di cui sento e condivido l’affetto e la stima. Sono prete da 48 anni e desidero restarlo fino alla morte. Nella mia vita non ho mai desiderato altro. Ho avuto molte occasioni per fare altro e guadagnare tanto denaro, ma, senza tentennamenti, ho sempre scelto di «essere prete», solo prete, senza proprietà, senza beni materiali e anche senza macchina personale.

Ho rifiutato anche posizioni e ruoli per cui altri avrebbero anche ucciso, ma a me non importavano nulla. Sono nato per essere prete e morirò da prete. Ho vissuto, fino ad oggi –e spero di non impazzire all’improvviso –il mio servizio «con disciplina e onore», anche in forte contrasto con alcune gerarchie, senza mai contrabbandare la mia coscienza, ma pagando i prezzi esorbitanti e inesorabili –e ingiusti –senza vittimismo e recriminazioni.

La libertà non si esercita né si rivendica: si è liberi o si è schiavi. Anche quando, isolato dentro la chiesa locale, nel dubbio di sbagliare tutto, ho fatto quattro anni di analisi per verificare se ero coerente o eventualmente se stavo sbagliando io. Il risultato fu limpido: ero nato per essere prete (cito le parole dell’analista)«di frontiera e da crinale, nella scomoda posizione certa di prendere botte da dentro e da fuori. Lei può andare via e fare dell’altro, ma se resta deve sapere qualè sarà la sua vita non facile».

Senza esitazione, decisi di restare, scegliendo la solitudine come dimensione spirituale della mia vitae mettendo al bando ogni ripiegamento su di me senza possibilità di crogiolarmi nel vittimismo persecutorio: sono io che scelgo, per fedeltà alla mia coscienza, di essere chi sono, accettando emarginazione e conflitti come dimensioni di vita. Al card. Siri in un colloquio privato, dissi: «Non posso essere Paolo senza essere prete e non posso essere prete senza essere Paolo. Quindi, si rassegni, ma se non le andasse bene, poiché io non ho alcuna intenzione di lasciare laChiesa, lei, sig. cardinale, è libero di andarsene e lì c’è la porta».

Stesse parole, ma con più decisione,ripetei al miscredente cardinale Bertone. Ho cari ricordi, pubblici e personali, del card. Canestri e del card. Tettamanzi. Oggi, dopo 48 anni rinnovo quella scelta e la rafforzo. Non sono per nulla pentito e per me, oggi vivo la stessa passione e lo stessoentusiasmo del 1°giorno, in attesa della morte che sento familiare e compagna di vita. Il mio pensiero va a tutte le persone incontrate, ai bambini e ragazzi accompagnati, a quanti ho aiuto spiritualmente, psicologicamente, materialmente (sono tanti, tanti, tantissimi), senza mai trarre profitto personale da alcuna circostanza o situazione. Se Dio c’è, penso che non avrà problemi a testimoniare, ma credo che sia «in tutt’altre faccende affaccendato». Non ho debiti, ho solo crediti,ma nella migliore tradizione biblica, non pretendo alcuna restituzione. Sono un dono e non c’è dono più grande che dare la vita per i propri amici e amiche. Grazie.

Paolo Farinella, prete

COMMENTO SU LA REPUBBLICA DI DOMENICA 1 NOVEMBRE 2020

FIRMATO DA DON PAOLO FARINELLA

“……Sono un prete anomalo, perché non  irregimentabile e libero di pensiero e di spirito, difenderò  sempre la libertà senza sottomissioni   illecite o ingerenze indebite, basate  su luoghi comuni, non sufficientemente verificabili. Resto sempre aperto alla ricerca, alla domanda e al dubbio su Dio che non è affatto scontato. Penso che le religioni siano state una sciagura nella storia e oggi abbiano compiuto la loro parabola; resta  negli uomini e nelle donne il bisogno di una spiritualità intensa e alta  che annaspa verso prospettive e orizzonti che ancora non si vedono, ma che si possono intuire.

Ciò esige il ripensamento del concetto stesso di Dio come la teologia lo ha sequestrato, in attesa che un pensiero laico, libero da condizionamenti datati, possa porre domande senza sconti”.

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P. Farinella

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