Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Savona, 25 luglio 1943
La caduta del fascismo, Lina e Maria uccise
La mia famiglia e nonno Gio Batta Rossello

Uno sguardo che abbraccia un passaggio significativo della storia della mia famiglia fra accadimenti cruciali, in uno dei più travagliati momenti attraversati dalla mia città d’origine, Savona, insieme al resto della Nazione. L’intenzione è che il senso della cronaca si faccia profondo, non come redazione di eventi ma come selezione di valori e ideali, utili per affrontare meglio il nostro futuro.

di Antonio Rossello e immagini di Igor Belansky

Cronache ufficiali e vicende di famiglia che si intersecano e si aggrovigliano, in uno dei più difficili attimi della nostra storia nazionale. nazionale.

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo, che non si riunisce dal 1939, approva l’ordine del giorno che sfiducia Mussolini. La mozione è presentata da Dino Grandi (nel ritratto realizzato da Igor Belansky), presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni.

19 sono i voti favorevoli (Acerbo, Albini, Alfieri, Balella, Bastianini, Bignardi, Bottai, Cianetti (ritira il giorno successivo), Ciano, De Bono, de Marsico, De Stefani, De Vecchi, Federzoni, Gottardi, Grandi, Marinelli, Pareschi, Rossoni), 7 i contrari (Biggini, Buffarini-Guidi, Farinacci, Frattari, Galbiati, Polverelli, Scorza, Tringali Casanova) e un astenuto (Suardo).

ll 25 luglio è una domenica che a Savona trascorre tranquilla, fa caldo ma per fortuna nelle zone in ombra l’aria mitiga la calura ligure. Il fronte di guerra, che pure si è avvicinato dopo lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia — il giorno 9 del mese —, è molto meno preoccupante degli allarmi aerei, i quali si ripetono quasi quotidianamente, dopo il pesante bombardamento di Savona e Vado Ligure avvenuto nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1942.

A Roma, sono intanto le drammatiche ore in cui Mussolini viene destituito e il generale Badoglio, per incarico del Re, assume il potere.

La sera, alle 22,45, i savonesi, come tutti gli italiani, ne apprendono notizia. La voce dello speaker, Giovan Battista Arista, interrompendo un programma di canzonette, legge lo storico dispaccio diramato alle 22.25 dall’Agenzia “Stefani”: «Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, presentate da Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini ed ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato Sua Eccellenza il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio».

Poche parole per suggellare la fine della dittatura fascista. Data l’ora tarda e la stagione estiva, gli ascoltatori sono relativamente pochi. L’impatto della notizia si fa apprezzare soltanto l’indomani e nei giorni immediatamente successivi.

Infatti, il 26 luglio, in tutto paese, si verificano manifestazioni popolari spontanee. Esplode il sentimento popolare di avversione per il regime, di entusiasmo, per la sua caduta, e la speranza di pace. In alcune città, già dalla notte, la gente si riversa nelle vie e nelle piazze. I simboli del fascismo – statue e fregi, che hanno segnato il volto della nazione – sono divelti e distrutti.

A Savona, alle prime luci di quella giornata, nei pressi della chiesa di San Lorenzo (situata in cima alla viuzza che da piazza Brennero sale alla collina, ancora rigogliosa d’alberi e di orti), si riunisce il Comitato Federale del Partito Comunista Italiano. Si decide di promuovere uno sciopero generale contro la guerra e di contattare altre forze democratiche. In giornata si istituisce, quindi, il Comitato d’Azione Antifascista, che proclama lo sciopero generale. Le parole d’ordine sono: liquidazione totale del fascismo; ripristino di tutte le libertà civili e politiche; abolizione delle leggi razziali, ristabilimento della giustizia; costituzione di un governo con i rappresentanti di tutti i partiti e armistizio per la fine immediata della guerra.

La mobilitazione prende avvio alla “Scarpa & Magnano”. Già con il primo turno di lavoro, un gruppo di operai di quell’officina si radunano, dinanzi alla portineria in via Fiume, per spiegare ai loro colleghi quanto sia doveroso manifestare in piazza il pieno sostegno ad un avvenimento del quale tanti non sono neppure a conoscenza. La sirena dello stabilimento chiama a raccolta con un fischio prolungato – come d’uso per il cessato allarme (quello dell’inizio è dato da cinque brevi fischi) – la popolazione dei rioni di Villapiana e Lavagnola. La gente, che incuriosita sta alle finestre dei palazzi circostanti, scende anch’essa in strada, sulla via Fiume, colmandola.

Si forma, dunque, un grande corteo che, al seguito di bandiere tricolori e a qualche cartello improvvisato con su scritto: «VIVA IL RE, VIVA L’ESERCITO, VOGLIAMO LA PACE!», si incammina su per via Milano sino a piazza Brennero, scendendo poi la via San Lorenzo.

Il primo edificio pubblico che, lungo il proprio cammino, probabilmente incontrano i manifestanti si trova proprio a metà di questa via, sulla sinistra. È la sede dell’Opera nazionale maternità e infanzia (conosciuta anche con l’acronimo ONMI). Un ente assistenziale italiano fondato nel 1925 allo scopo di proteggere e tutelare madri e bambini in difficoltà, che verrà sciolta nel 1975.

Agli occhi della folla in marcia, lo stabile appare pressoché identico a come – dopo aver negli anni, successivamente all’OMNI, ospitato anche il laboratorio di “Igiene e Profilassi” ed altre strutture comunali – oggi risulta dalla foto seguente:

In quell’istante, la gente, che sotto vi transita, può intravedere un grande fascio littorio affisso sulla facciata principale, il cui l’ingresso è invece sormontato dall’alto rilievo (tuttora visibile), raffigurante una donna con in braccio un fanciullo, e dalla scritta “Casa della Madre e del Bambino“, la denominazione con cui comunemente l’ente sarà indicato fino alla soppressione:

Le mie memorie familiari mi conducono ora ad un fatto avvenuto in questo preciso frangente. Ne è protagonista mio nonno paterno, Gio Batta Rossello.

Egli, classe 1898, è stato carabiniere ausiliario; la partecipazione come combattente alla Grande Guerra gli varrà l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto, come risulta dalla tessera a lui rilasciata dall’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci.

Al termine del conflitto, è stato impegnato con l’Arma a fronteggiare i moti tenutisi durante il cosiddetto «Biennio rosso» a La Spezia, Sarzana e in Lunigiana.

Congedatosi, nella metà degli anni Venti, prende servizio in qualità di cantoniere presso l’amministrazione provinciale di Savona, da cui localmente dipende l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, a cui viene trasferito nel 1935, essendo nominato custode della sede di Via San Lorenzo. Un incarico che svolge sino al pensionamento avvenuto nel 1961; la successiva foto lo raffigura poco prima della scomparsa, a 84 anni, nel giugno 1982.

Nella prima mattinata di questa memorabile giornata, nell’ambito delle sue funzioni lavorative, mio nonno è pertanto presente all’interno della struttura, proprio mentre sfilano i manifestanti che esultano per la caduta del regime. Ma ecco che capita l’imprevedibile. L’incitazione della folla che si accalca nella via, indirizzando strali a ripetizione contro il fascio littorio collocato sulla facciata, lo spinge a salire d’impulso su di una lunga scala. Tra il tripudio dei presenti, quindi procede con veemenza ad abbattere, a colpi di martello e scalpello, il tanto odiato simbolo. Igor Belansky interpreta la scena con una sua suggestiva illustrazione.La naturale irruenza del suo carattere, acuita da una comprovata fede antifascista – ha sempre votato per il Partito Popolare Italiano fino alle ultime libere elezioni e ha rifiutato di prendere la tessera del partito, nonostante i vantaggi evidenti che la stessa comporta- lo portano ad essere, se non il primo, tra i primi in città, autore di un gesto per il quale, dopo l’8 settembre 1943, tradito da delatori, verrà fermato dalle autorità della RSI, rischiando la deportazione nei campi di concentramento in Germania.

La sua testimonianza diretta ha orientato sin da bambino le principali scelte in campo civile e politico della mia vita. Anche grazie a lui, ho imparato ad aborrire ogni forma di totalitarismo.

La cronaca prosegue con la massa proveniente da Villapiana che si inoltra verso il centro, con le maestranze dell’Ilva che, a loro volta, escono dalla fabbrica. Altrettanto avviene presso gli altri stabilimenti della città. La maggior parte dei savonesi è nelle strade, nelle piazze. È una folla festante, incontenibile. La collera popolare distrugge le icone del ventennio. Viene dato assalto al palazzo della Federazione fascista ed al carcere di Sant’Agostino, dove sono reclusi diversi detenuti politici. Sono arsi ulteriori emblemi, vessilli e simboli del fascio.

L’autorità si preoccupa ed invia per controllare la situazione alcuni contingenti militari, ma questi non eseguono particolari interventi e, piuttosto, in vari casi fraternizzano con la popolazione. Avviene però un fatto tragico, in corso Vittorio Veneto. Due donne, Lina Castelli e Maria Pescio, vengono inauditamente trafitte dai proiettili sparati dalle mitragliatrici della Milizia Portuaria. In segno di protesta per l’efferatezza dell’accaduto, la mattina del 27 luglio si tiene un comizio in piazza Mameli (vedi foto della folta presenza di popolo), nel corso del quale prendono la parola l’avvocato Alberto Campanile, l’avvocato Cristoforo Astengo (che sarà fucilato dai repubblichini presso Forte della Madonna degli Angeli, a Savona, il 27 Dicembre 1943) e l’operaio Piero Molinari.

A parte rari episodi, come il precedente, sono assai limitate le violenze alle persone e alle abitazioni private: si chiede invece con rabbia nelle piazze italiane la punizione degli uomini del regime e di Mussolini per primo, la confisca dei loro beni. Ma più ancora si chiede il pane, il lavoro e, soprattutto, la pace. Emerge l’orientamento ormai chiaro dell’opinione pubblica, stanca di un’avventura militare per la quale il paese non era preparato. La guerra è stata di fatto, e sempre più è stata sentita, come una guerra fascista. La caduta del fascismo viene spontaneamente associata all’idea, alla certezza, che la guerra sarà presto finita, con la rinnovata speranza di vedere tornare a casa dal fronte i giovani chiamati alle armi. Intanto, dietro agli atti di giubilo e alla ripresa dell’attività dei partiti antifascisti, si stanno profilando minacciosi i segnali che tra poco sarà iniziata una nuova tragedia…

Antonio Rossello

 

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A. Rossello

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