Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Margherita, la nobildonna sarda (e santa mancata) che finanziò la statua del Redentore sul Saccarello. E mons. Reggio,
il Beato vescovo di Genova morto a Triora

Due storie, nel capitolo ‘novecento’, tratte dal libro La Grande Podesteria di Sandro Oddo. Un santo, mons. Tommaso Greggio, già arcivescovo di Genova, deceduto a Triora nel 1901 nel palazzo Stella dove era ospitato per celebrare l’inaugurazione del monumento Redentore sul Saccarello. A finanziare l’opera fu soprattutto un’affascinante nobildonna cagliaritana, Margherita Brassetti, la cui esistenza terrena  racchiude pagine da ‘libro cuore’, al limite del martirio, dedita alla penitenza e alla carità, con una fanciullezza triste ed umiliante. Vicende precise e documentate, ricostruite con nomi e fatti, che rasentano l’incredibile.

Sul sito nazionale dell’Azione Cattolica compare  una  biografia, in breve, con una foto.

di Sandro Oddo

La nobildonna Luigia Margherita Brassetti

Margherita incarna e vive, nella complessità della sua personalità, un’esperienza certamente degna d’essere raccontata, forse anche meditata. Ella esplicita, durante la sua vicenda esistenziale, uno stile di vita che offre una lettura particolarmente dura, ma non per questo meno autentica, del motto che, per lungo tempo, ha caratterizzato l’essere dell’Azione Cattolica: preghiera, azione, sacrificio. Una vita, quella di Margherita, fatta di preghiera, una vita che, in buona sostanza, diviene preghiera in un quotidiano, continuo immergersi e perdersi, prima con la mente e poi con il cuore, dentro il Mistero di Dio. Una vita, quella di Margherita, fatta di sacrificio e di azione, finalizzata a dare significato profondo ad una scelta esistenziale: stare nel mondo per esercitare e vivere tutte quelle virtù che la condizione laicale permette di esercitare e mettere in pratica.

1901 – TOMMASO REGGIO: UN BEATO UN PO’ “NOSTRO”

Domenica 3 ottobre 2000, unitamente ai papi Giovanni XXIII e Pio IX, fu proclamato beato anche mons. Tommaso Reggio, già arcivescovo di Genova, deceduto a Triora il 22 novembre 1901, nel palazzo Stella in piazza della collegiata. Qui era stato ospitato per celebrare le funzioni per l’inaugurazione del monumento al Redentore sul Saccarello. Per ricordare il triste evento pubblichiamo la relazione scritta dalla nobildonna cagliaritana, Luigia Margherita Brassetti, che assistette il celebre infermo e che, speriamo, possa essere anch’ella annoverata fra i beati. 

“Il giorno del 16 settembre tutta la popolazione ed i numerosi pellegrini che ancor si trovavano a Triora, muovevano alla Chiesa nella speranza d’ascoltare la Messa dell’Arcivescovo…Ma presto la loro speranza venne delusa dalla voce mestissima che li invitava a pregare per la pronta guarigione dell’amato Pastore. L’Arcivescovo è ammalato…ecco la voce che si ripercosse in tutte le case e che i pellegrini portarono ai loro paesi.

Più tardi venne chiamato il bravo sanitario del luogo Dott. Giovanni Gandolfo, al quale ultimamente il R.° Governo conferì la Croce di Cavaliere della Corona d’Italia per onorare l’ingegno, la volontà ferrea lo spirito di abnegazione dell’insigne uomo, e perché, a sua volta, l’onorificenza ricevesse novello lustro e splendore dalle virtù preclare del decorato.

Se il dottore non manifestò timori, tuttavia fece intendere che la cosa sarebbe andata per le lunghe e chiese tosto un collega, che con lui dividesse la responsabilità dell’illustre infermo. Al secondo, presto si aggiunse il terzo ed il locale Medico condotto avea sempre a’ suoi fianchi il Dottor Costa, Chirurgo primario ed il Dottor Penco Edoardo, medico degli ospedali della Duchessa di Galliera. L’Arcivescovo fin dai primi giorni ebbe l’intuizione della fine del dramma e, chiamatosi al letto il confessore, dissegli: “Mio caro, la macchina si sfascia…”. A vincere la malattia nulla valsero le risorse della scienza medica che seguì tutte le fasi del male, e parlò, oltreché per bocca dei dottori curanti, anche colla favella delle due grandi celebrità residenti a Genova, il Prof. Fiorenzi ed il Prof. Novaro. I favorevoli giudizi di questi due augusti rappresentanti l’Ippocrate non risposero allo stato oggettivo della malattia ed il lieto soggettivismo che produssero presto dovea essere smentito dai nuovi dolorosi fenomeni che si successero. L’illustre infermo nel letto delle sue sofferenze, rassegnato alla volontà di Dio, paziente ne’ suoi dolori, non mancava d’ilarità e di trovate amene. Il dì che fece il suo testamento disse al Dottor Costa: “Professore, ho fatto bene il mio testamento?”. E questi, scherzando, risposte: “Monsignore, non potrei pronunziarmi, perch’io finora non ho fatto testamenti…”. Un altro giorno disse ai medici: “Signori, quando la vostra scienza avrà riportato vittoria del mio male, le forze naturali si saranno già dileguate”. Rifiutò costantemente ed energicamente l’invito, la preghiera di lasciarsi trasportare a Genova. “No, no.” – diceva e sopraggiungeva: “Se piacerà al Signore di prolungarmi la vita, tornerò lieto e sano alla mia amata Sposa; se poi dovrò soccombere, Triora, la mistica Triora che con tanto amore veglia alle sponde del mio letto, s’abbia le mie spoglie e riposin queste alle falde del monte dalla cui punta torreggia la statua del Redentore.” E scriveva nelle sue memorie: “Morendo in Triora, desidero che la mia salma venga sepolta in questo Cimitero”.

I parenti, molti del Clero di Genova, della Diocesi di Ventimiglia, il Vescovo stesso personalmente, anche un rappresentante del Vescovo di Alberga, si recarono a visitarlo e tutti riceveva con quell’affabilità che sempre gli era naturale e che tanto lo rendeva caro ai ricchi ed ai poveri, ai nobili ed ai plebei, ai dotti ed agli ignoranti, al Clero ed al laicato…Agli incoraggiamenti rispondea con volto ilare: “Si compia la volontà di Dio…”. Il Re, la Regina Madre, Cardinali, Vescovi, uomini politici, tutti chiedevano notizie dell’illustre infermo.

Il Dottor Gandolfo chiese: “Perché non si domanda all’Arcivescovo la benedizione? E subito tutte le voci si accordarono: “Monsignore, ci benedica!” La voce dell’Arcivescovo echeggiò sonora: “Sì, benedico Genova, benedico Ventimiglia, benedico tutti voi…fatevi tutti santi!”. E spirò. Quando il Verdi morì, si disse che un genio lasciava la terra; quando l’Arcivescovo Reggio discese nella tomba, tutti credettero che un Santo salisse al Cielo. L’ultimo verbo è una provocazione alla santità, l’ultimo anelito uno sforzo dell’anima per ricongiungersi a Dio.

Presto la campana funerea ai vicini, il telegrafo ai lontani, annunziarono la passata all’eternità di Mons. Reggio…Da Genova partì tosto una delegazione del R.mo Capitolo e del Municipio, per assistere ai funerali e Mons. Vescovo di Ventimiglia con due Canonici delegati dal Rev. Capitolo si recò a Triora allo stesso scopo, ai medesimi assistette in corpo il Municipio di Triora, tutta la popolazione ed una calca di gente venuta dai paesi vicini. Quante lagrime bagnarono quella bara funebre! Quante preghiere s’innalzarono al Cielo a suffragare quell’anima che, candida colomba, da Triora avea spiegato il volo per l’eternità! E dove ne riposeranno le ossa? Son nostre, rispose Triora…la volontà dei moribondi è sacra ed inviolabile, e l’ultima manifestazione della pietà figliale è il rispetto a questa volontà. No, son nostre, rispose Genova, son le ossa del figlio amatissimo ed illustre, del Padre santo. Se la sua umiltà lo spinse a desiderare un angolo nel tuo cimitero, il nostro affetto, la nostra riconoscenza, il nostro diritto non possono essere pregiudicati dall’eroismo della sua pietà. Dammi, dammi, o Triora, le ossa del Padre mio, perché colle mani di tutti i miei, le componga a dormire in pace il sonno dei giusti. No, riprese Triora, no; il prezioso deposito è il mio ed io lo veglierò con pietà di figlia; Monsignore volle morire fra le mie braccia, volle da me essere adagiato nella tomba, ah! No…, o Genova…E Genova: Dammelo, io ti manderò un busto del compianto comune Padre. E Triora: Noi rispettiamo il tuo dolore, le tue lacrime per avere, almeno morto, il tuo Arcivescovo. Insieme ne abbiamo raccolto l’ultimo anelito…insieme le porteremo all’ultima dimora che gli hai preparata, ma deh!, non dimenticare la tua promessa di inviarci le sue sembianze scolpite nel marmo; noi le collocheremo solennemente nel nostro civico ospedale che al tuo glorioso figlio intitoleremo. Ed io, ripiglia Genova, a sollievo de’ tuoi figli sofferenti, manderò ancora una generosa oblazione.

I funerali, a Triora, riuscirono imponentissimi. La Messa venne pontificata dall’inclito presule di Ventimiglia. Alle autorità amministrative si associarono l’uffizialità del presidio militare, con a capo l’amatissimo Cap. Francesco Tamagni il quale, lungo la malattia, si presentò più volte a chiedere notizie ed esprimere le sue condoglianze. Non mancavano il Pretore, il corpo insegnante del luogo e delle frazioni colle rispettive scolaresche. Il Municipio dispose perché la banda cittadina onorasse colle meste sue note il funerale. Dopo il servizio funebre si contesero l’onore di trasportare la salma fino alla vicina frazione dei Molini e dalla Chiesa al furgone, il presidio e la congregazione di San Luigi…contesa che venne risolta colla divisione amichevole della strada.

Il trasporto della salma fu un vero trionfo della santità cristiana. Molini, Agaggio, Montaltoligure, Badalucco, Taggia mossero incontro alle venerate spoglie come alle reliquie di un santo. Molini, Badalucco e Taggia le vollero nella loro Chiesa, stipata di popolo. Il Clero le ricevette nelle sue vesti di lutto. Badalucco sovra le altre si distinse, ché si presentò col Municipio in corpo, con tutte le Congregazioni locali, col Capitolo e Clero, e colla banda. Anche lungo il litorale le popolazioni si commossero e le autorità ecclesiastiche e civili si presentarono al treno per ossequiare Mons. Vescovo di Ventimiglia che, coi due rappresentanti del Capitolo di Genova e di Ventimiglia e con Can. Prevosto di Taggia, accompagnava il cadavere, e per manifestare le loro condoglianze.”

LUIGIA MARGHERITA BRASSETTI

(1877-1927) 

La salma della nobildonna Margherita Brassetti sul letto di morte nel 1927

Veramente incredibile è la storia di quell’affascinante nobildonna cagliaritana di nome Luigia Brassetti. La cronaca della sua vita terrena, particolarmente quella trascorsa a Triora, ebbe inizio con l’inaugurazione del monumento al Redentore e terminò con la costruzione della cappella rifugio sul Saccarello. Giunta nell’alpestre borgo nel settembre 1901, proprio per ospitare nella vasta casa attigua alla chiesa di San Dalmazzo numerosi pellegrini in viaggio verso la più alta vetta ligure, aveva alle spalle una vita di rinunce, di privazioni e di grandi dolori.

Nata a Cagliari il 25 marzo 1877, segnata nell’animo sin dalla tenera età di cinque anni dalla perdita della mamma[1], aveva dovuto sopportare la convivenza con una matrigna che non l’amava, anzi non perdeva occasione per maltrattarla. La svolta, nella vita di Luigia, l’attimo destinato a cambiare la sua esistenza, già improntata da una grandiosa fede, fu quando, all’età di dieci anni, ricevette la prima comunione dalle mani di don Bosco a Torino, dove si era trasferita in seguito alle nuove nozze del padre. Il santo dei Salesiani le rivolse parole indelebili:

  • Sarai destinata a grandi opere e a grandi patimenti, fa’ di conservarti pura al presente e Gesù porrà in te le sue più care compiacenze.

Da quell’incontro riuscì talmente sconvolta da non poter gustare cibo per l’intera giornata, restando come alienata dai sensi. Una grave malattia colpì il padre[2], cui era molto attaccata, costringendola a trasferirsi a Genova. Qui, vedendo aumentare l’odio della matrigna verso l’adorata figlia, il padre ne affidò l’educazione alle suore pietrine, presso le quali avrebbe dovuto rimanere per sette anni. Ben presto fu costretta a versare lacrime amarissime per la morte dello sfortunato genitore, rischiando per il dolore di morire anch’essa. Ma il Signore, cui Luigia si rivolgeva ogni giorno con devozione, sottoponendosi anche a privazioni, ad umiliazioni e a frustrazioni, aveva deciso diversamente.

Non si fece suora, in quanto, proprio alla vigilia della vestizione, l’otto dicembre 1897, si sentì pervadere da un dubbio e, nel breve giro di un anno, decise di deporre le sacre bende per servire il Signore in uno stato di profonda abiezione, sotto la guida di un sacerdote confessore. Era costui il canonico Giuseppe Giauni, ideatore del progetto del monumento al Redentore sul Saccarello, cui la Brassetti si era rivolta su consiglio dell’arcivescovo di Genova monsignor Tommaso Reggio.

Si può affermare che l’odissea di questa donna, bella, ricca e dai modi raffinati, abbia avuto inizio proprio in quegli anni. Mutato, per volontà dell’arcivescovo genovese, il proprio nome in Margherita, si sottopose, proprio allo scopo di mortificarsi ed umiliarsi, a prestare servizio presso una famiglia ventimigliese, che non la trattò per niente bene. Oltre a ciò, accentuò le penitenze corporali, digiunò per lungo tempo, cibandosi unicamente dell’eucarestia.

Quando il canonico Giauni la costrinse a versare l’allora ingente somma di diecimila lire per l’erezione del monumento, ubbidì a malavoglia, nella convinzione che tale arduo compito avrebbe distolto il sacerdote triorese da più importanti doveri e compiti. Sopportò critiche, rimproveri, umiliazioni, non ultima quella di veder assegnato alla nobildonna ventimigliese Clara Porro il compito di indirizzare una sottoscrizione alle Figlie di Maria di tutta Italia per raccogliere fondi per l’erigendo monumento. Dalla sua penna non erano potute uscire idonee ed efficaci frasi per questa impresa, considerata veramente enorme. Giunse perfino a predire al suo confessore che la statua non sarebbe stata elevata sul piedestallo. Salirà anche lei sul Saccarello, nonostante la stanchezza e le non buone condizioni di salute, mescolandosi tra migliaia di pellegrini. Sarà il suo diario a descrivere in modo toccante la cerimonia.

“Il cielo era plumbeo – scrisse – una fitta nebbia impediva ai lontani la vista della statua gigantesca a cui erano rivolti gli occhi degli astanti. Anch’io contemplavo commossa la statua che mi era costata tante lacrime e dolori. Il Vescovo di Ventimiglia, salito sopra un’impalcatura, rivolse agli astanti commoventi parole di circostanze e procedette all’incoronazione. Il silenzio era profondo, tutti gli sguardi convergevano in un punto, al Sacro Cuore di Gesù, che sembrava sorridere ai suoi figli. Nell’atto che il Pastore ne redimeva la fronte, un raggio di sole squarciò le nubi e illuminò per qualche momento quel volto divino, ispirante bontà e misericordia, simbolo di quella luce, di quel fuoco che si sprigiona dal Cuore di Gesù”[3].

Invece di trovarsi fra le autorità, tramandate ai posteri con le numerose, troppe lapidi apposte sul piedestallo, stette sola, in disparte, proprio lei che, per aver contribuito a gran parte della spesa, avrebbe meritato un posto in prima fila o quanto meno una lapide ad imperituro ricordo.

Tornata a casa, sola com’era salita, ebbe l’amara sorpresa di apprendere le gravi condizioni in cui versava monsignor Tommaso Reggio. Lo assistette amorevolmente e quando morì, sebbene non fosse materialmente presente, seppe descrivere al proprio confessore, anche nei minimi particolari, il tristissimo evento. Con la morte dell’arcivescovo il suo patrimonio, già in dotazione al prelato, andò al canonico Giauni. Margherita ebbe in dono quelli che chiamava “gioielli”, cioè gli strumenti con i quali il vegliardo si flagellava.

Quando il 4 agosto dell’anno seguente, dopo inauditi sforzi ed enormi spese, la statua fu elevata sul piedestallo, il color oro della ghisa si trasformò, a causa della pessima doratura, divenne simile al carbone. Per aver predetto, l’anno prima, che la statua sarebbe rimasta a terra, Margherita dovette, per castigo, trascorrere una novena di preghiere e penitenze nella chiesa di Verdeggia. Lo fece con incredibile tenacia, digiunando e pregando per lunghissime ore, sottoponendosi anche a pene corporali. Non pago, il canonico Giauni la costrinse a dare alle stampe una relazione sul monumento, che è la più viva testimonianza di quell’ardita impresa[4].

Margherita seppe farsi voler bene dai Trioresi, aiutando i poveri anche con cospicue somme, tratte dal suo patrimonio in dotazione al canonico Giauni, assistendo gli ammalati, recandosi anche nelle lontane frazioni e villaggi per soccorrere i bisognosi. Dopo l’allontanamento del suo confessore dal seminario di Ventimiglia per rapporti a lui sfavorevoli, Margherita si sentì senz’altro meno vincolata, anche se continuò ad attenersi scrupolosamente a quanto le scriveva il vescovo monsignor Ambrogio Daffra.

Risale al 1909 la fondazione delle Figlie di Maria che, con ben centotrenta giovani iscritte nel primo anno, furono additate quale fulgido esempio per tutta la diocesi. Per le giovani creò un laboratorio di cucito e ricamo, aprì un teatro ed un modesto cinematografo per dare al pubblico un sano passatempo. Con le sue Sacramentine si occupò della preparazione e della riparazione degli indumenti sacri della chiesa. Questa intensa attività creava anche malumori e critiche, invidie e ripicche. Sorsero così numerose sale da ballo, alle quali le Figlie in base al regolamento non potevano accedere, oltre un teatro che rappresentava spettacoli non sempre decenti.

Per aver espulso dalla congregazione una giovane appartenente ad una delle più nobili famiglie del luogo, Margherita fu addirittura imprigionata dai reali Carabinieri. Per sua fortuna l’ufficiale, che ben la conosceva ed era al corrente dei rigidi regolamenti, la scarcerò immediatamente. Le invidie e gli insulti, nonostante tutto, continuavano ed una notte, mentre tornava dall’assistere un malato, fu aggredita e percossa da alcuni giovinastri, di cui non volle mai svelare i nomi, e lasciata svenuta sulla strada. Sconsolata e delusa, pensò anche di andarsene da Triora, ma il vescovo seppe confortarla ed esortarla a rimanere.

La sorte, già maligna, le riservò altri dolori. Nel 1919 perdette il fratello Alessandro, mentre il 17 febbraio dell’anno successivo le coperte del proprio letto macchiate di sangue le fecero presagire una sciagura. Partita subito per Tortona, dove abitava la sorella Emilia, si trovò dinanzi ad un’atroce scena. L’adorata congiunta, assieme alla nipote Rosetta ed alla domestica, era stata massacrata da alcuni ladri penetrati nella villa. Il nipotino Ugo si salvò miracolosamente, ma restò per sempre segnato nella propria esistenza.

Nel 1924, pur debole e malata, volle far parte di un comitato per ricordare il venticinquesimo anniversario dell’erezione della statua del Redentore sul Saccarello, che pure le aveva procurato non poche amarezze. Un gruppo di cittadini, sotto la presidenza del parroco don Benedetto Barla, coadiuvato dal canonico Carlo Mandracci, aveva intenzione di edificare sul monte una cappella-rifugio, al fine di celebrarvi le sante messe in occasione dei temporali ed anche per evitare il trasporto degli altarini. I lavori iniziarono nell’agosto 1926 ed ebbero termine nell’anno successivo. All’inaugurazione, avvenuta il 7 agosto 1927 con la celebrazione di ben venti sante messe, Margherita non c’era: era volata in cielo, dal Suo sposo, il 24 aprile di quello stesso anno. Tre giorni prima di morire aveva voluto al suo capezzale don Felice Ausenda, rettore della chiesa di Creppo. Ai presenti che le facevano rilevare che il reverendo non si trovava a Triora ribadì fermamente la propria richiesta. Il bravo prete, che si trovava in visita ai suoi genitori proprio a Triora, si recò immediatamente al capezzale dell’ammalata. Fu lui a confessarla e comunicarla per l’ultima volta.

La gente sapeva dell’agonia di Margherita, ma sperava comunque in un miracolo. Il 24 aprile, poco prima delle cinque della sera, le campane, invece dei consueti rintocchi, annunciarono la dipartita della benefattrice triorese; il triste concerto fu più prolungato del solito. La gente, quella umile e povera, soprattutto quella che aveva usufruito della bontà e dei servizi della cagliaritana, sospese le proprie abitudini quotidiane, recandosi verso la modesta abitazione, dove Margherita riposava per sempre. Fu un passa-parola continuo, con una frase ripetuta di continuo: “E’ morta una santa!”.

“Le solenni onoranze ad essa tributate riuscirono addirittura un’apoteosi spontanea, plebiscitaria, quale si doveva a colei che presiedette con zelo instancabile ed intelletto d’amore alle varie istituzioni religiose parrocchiali ed alle organizzazioni cattoliche femminili locali, di cui essa fu anima e fiamma viva. La camera ardente fu per tre giorni meta di pietoso pellegrinaggio.

Dopo la celebrazione delle sante Messe, prima di procedere alle rituali esequie, il Rev. Can. Prevosto della Parrocchia, visibilmente commosso, tessé un breve elogio funebre, facendo risaltare la nobile figura dell’Estinta, essendo stata per lunghi anni direttrice delle Figlie di Maria, fondatrice di un laboratorio femminile che ha vissuto dei suoi pecuniari sacrifici, e nel quale prodigò tutta la sua intelligente operosità. Le parole del Prevosto degnamente ricordarono le benemerenze dell’Estinta, come fondatrice dell’Associazione delle Dame dei Tabernacoli per provvedere dei sacri indumenti le chiese povere, come provvida materna istitutrice dei fanciulli della Dottrina Cristiana, come angelo pietoso della carità che varcò ogni soglia visitata dal dolore, dalla miseria e dalle malattie; vittima votata al sacrificio, immolatasi al Dio dell’amore e al bene del prossimo con quella evangelica carità, schiva di encomi, amante del nascondimento e della umiltà. Chiuse il suo dire affermando che la memoria di tanta benefattrice vivrà in benedizione[5].”

Venne quel 26 aprile 1927 proclamato il lutto cittadino, con la bandiera a mezz’asta, i negozi chiusi, le attività sospese. Fu soprattutto una manifestazione di affetto, con una lunga ed interminabile colonna di persone provenienti da ogni località che si inerpicarono lungo la sassosa strada che conduce al camposanto. Spiccavano i vessilli delle associazioni, mentre la banda musicale cittadina intonava toccanti motivi. Molteplici furono le testimonianze di affetto e riconoscenza verso quest’anima nobile, le cui spoglie furono con generosità accolte nella cappella della famiglia Tamagni.

Con il trascorrere degli anni la devozione e l’ammirazione verso Margherita Brassetti non si affievolì, anzi la sua tomba fu sempre meta di fedeli provenienti da svariati angoli d’Italia e finanche dalla vicina Francia, dove molti abitanti furono costretti a recarsi in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Sulla parete esterna della casa dove spirò, cioè sulla facciata della biblioteca Ferraironi, fu apposta, proprio dallo storiografo triorese, una lapide recante la seguente scritta: “Nella casa/cui fa da parete questo muro/chiudeva i suoi giorni/il 24 aprile 1927/Luigia Margherita BRASSETTI di Cagliari/benemerita di Triora. P.F.F. fece apporre questo ricordo – 1938”. Un’altra piccola lapide fu collocata davanti alla tomba della benefattrice due anni dopo, quando la popolazione venne evacuata nella provincia di Pavia, a causa dello scoppio della guerra con la Francia. Essa reca scolpita la seguente preghiera, dettata anch’essa da Padre Ferraironi: “O Margarita Brassetti, si quid apud Deum vales, Trioriam forte tuearis atque impense foveas” (Se puoi qualcosa presso Dio, difendi strenuamente Triora e favoriscila grandemente).

L’attivo parroco don Lorenzo Broccardo, nel mese di marzo 1967, accogliendo le richieste di molti cittadini e fedeli, alcuni dei quali avevano personalmente conosciuto Margherita Brassetti, si impegnò nella ricerca di documenti, quadri, suppellettili ed oggetti vari appartenuti alla nobildonna. L’ottantaseienne signorina Giovanna Oddo fu Dalmazio, Giuanina, che servì Margherita come domestica dal 1904 al 1927, aveva gelosamente ed in silenzio custodito il materiale, che mise a disposizione del parroco. Fra lettere e documenti di ogni genere furono trovati persino una trentina di bigliettini scritti dai fanciulli di Triora, che frequentavano il catechismo, e gettati davanti alla tomba il 29 maggio 1927, su suggerimento del canonico Carlo Mandracci. Contemporaneamente venne predisposta una copiosa documentazione, trasmessa l’11 dicembre 1967 al postulatore generale dei Padri Domenicani. In un primo tempo pareva che la pratica relativa alla “serva di Dio” (così venne indicata la Brassetti) dovesse avere un sollecito e positivo svolgimento. Il periodico bimestrale n. 2-1968 Lungo le vie del Gianelli, dell’Istituto Figlie di Nostra Signora dell’Orto, pubblicava infatti un articolo sulla pratica, facendone prevedere un esito favorevole. Il postulatore era in quel momento in attesa della nomina del nuovo uditore della Sacra Congregazione competente prima di trasmettere l’agognato sì[6].

Il 25 novembre 1968 pervenne al parroco don Broccardo una lettera del postulatore generale, il quale, pur avendo ricavato impressioni soddisfacenti, raccomandava una completa “preparazione della causa, perché l’esito dei processi dipendeva notevolmente dalla loro preparazione e impostazione.” La pratica avrebbe dovuto essere riferita al vescovo affinché assumesse le opportune decisioni in merito. La lettera così continuava: “Passando ora ad altre particolarità e primieramente ciò che riguarda il finanziamento per sostenere le spese, occorre costituire un Attore; ed infine un Postulatore cui affidare la Causa. I primi di gennaio passerò per Genova e se crede opportuno incontrarci, io sarò ben felice e dispostissimo ad intendermi con Lei sul da farsi. Ma, indipendentemente dal processo, è bene coltivare la memoria della serva di Dio e la fiducia nella Sua intercessione; e penso che non sia male attendere in modo particolare a farla intercedere, nelle dovute forme prescritte dalla Chiesa, per la guarigione di qualche persona inferma gravemente”. La missiva fu consegnata il 5 dicembre 1968 al vicario vescovile monsignor Maria Guglielmi, che riferì in merito al vescovo monsignor Verardo[7].

L’esito della pratica non fu quello sperato. Infatti l’apposita commissione diocesana, dopo aver ben ponderato i documenti e vagliato le circostanze, in data 28 maggio 1969 decise di non avviare il processo canonico. Don Broccardo, a dir poco deluso e addolorato, predispose due bozze di lapidi da affiggere nella tomba gentilizia della famiglia Tamagni, sia per esaltare le fulgide virtù di Luigia Margherita Brassetti che per rendere nota l’inaspettata decisione della commissione diocesana[8]. Il vescovo non avallò le due epigrafi, in quanto la pratica, su piano diocesano, non era da considerarsi né aperta né chiusa. In tali casi si procedeva con la massima delicatezza e precisione e, in attesa di nuovi e concreti eventi, tutto era “rilasciato alla volontà di Dio”. Pertanto la commissione diocesana approvò il 22 dicembre 1969 il testo di una nuova lapide, cioè il seguente: “Triora riconoscente/ricorda/MARGHERITA LUIGIA BRASSETTI/nata alla vita mortale e di grazia/a Cagliari, il 24-3-1877/alla vita eterna, a Triora il 24-4-1927/perché sia ancora oggi a tutti/richiamo di vita profondamente cristiana/degno preludio di un’eternità gloriosa./Nell’aspirazione diuturna ad essere/”vittima del Sacro Cuore”/diede testimonianza di generosità grande/e col suo esempio di impegnata spiritualità/fu guida sagace e zelante/delle Figlie di Maria, delle Sacramentine/delle Donne Cattoliche/che la ebbero direttrice e presidente[9].”

Si venne in seguito a sapere che fu proprio un sacerdote triorese, monsignor Giuseppe Giauni, per decenni parroco di Arma di Taggia, ad essere determinante, con il suo parere contrario, alla “bocciatura” della pratica. Una signora, che conobbe ed apprezzò le virtù della serva di Dio e rimase pertanto letteralmente sgomenta, chiese al conterraneo sacerdote, che conosceva bene, le ragioni della sua decisione. Costui le spiegò di averlo fatto dopo un’attenta lettura dei diari autografi della Brassetti. Padre Egidio da Triora, al secolo Roberto Asplanato, chiese i motivi del suo comportamento anche ad un altro membro della commissione, il sacerdote monsignor Francesco Vento; questi, “timidamente come consuetudine, asserì che, non avendo conosciuto personalmente la Brassetti, si fidò dell’impressione di un triorese autorevole quale era il suo collega più anziano mons. Giauni[10]”.

Anche suor Amabile Ferraironi, nipote dello storiografo Francesco, provò un’immensa delusione scrivendo un libro Margherita, donna straordinaria[11] per far conoscere a tutti le opere caritatevoli e benefiche della cagliaritana, narrando anche testimonianze e ricordi di persone che la conobbero in vita. Il Comune le dedicò una strada, in particolare quella che dalla piazza del castello giunge all’inizio della rotabile diretta a Goina, per poi ridiscendere su via Sant’Agostino. Il materiale, così amorevolmente raccolto da don Lorenzo Broccardo e da altre persone, grazie alla sensibilità dell’associazione turistica Pro Triora, ha trovato degna collocazione in un’apposita saletta del museo etnografico e della stregoneria, dove possono essere ammirati oggetti a lei appartenuti, compresi i famosi diari.

Una magnifica iniziativa fu quella attuata ai primi di maggio dell’anno 2008 da monsignor Alvise Lanteri, parroco di San Siro a San Remo, originario di Verdeggia e pertanto affezionato al monumento del Redentore. In occasione della celebrazione dei 140 anni dell’Azione Cattolica e dell’Assemblea Nazionale, avvenuta a Roma, il sacerdote fece inserire fra le figure di santità laicale locali Luigia Margherita Brassetti, con la seguente motivazione:

“Margherita incarna e vive, nella complessità della sua personalità, un’esperienza certamente degna d’essere raccontata, forse anche meditata. Ella esplicita, durante la sua vicenda esistenziale, uno stile di vita che offre una lettura particolarmente dura, ma non per questo meno autentica, del motto che, per lungo tempo, ha caratterizzato l’essere dell’Azione Cattolica: preghiera, azione, sacrificio. Una vita, quella di Margherita, fatta di preghiera, una vita che, in buona sostanza, diviene preghiera in un quotidiano, continuo immergersi e perdersi, prima con la mente e poi con il cuore, dentro il Mistero di Dio. Una vita, quella di Margherita, fatta di sacrificio e di azione, finalizzata a dare significato profondo ad una scelta esistenziale: stare nel mondo per esercitare e vivere tutte quelle virtù che la condizione laicale permette di esercitare e mettere in pratica.”

Sul sito nazionale dell’Azione Cattolica compare anche una sua biografia in breve, con una foto[12]. 

[1] La mamma si chiamava Aurelia Rossi, nata a Rio Marina (Isola d’Elba), dove si era rifugiata in tempi critici per la Toscana.

[2]Il padre di Luigia, Gerolamo Rossi (Genova 1835-Novi 1889), ricoprì la carica di capitano al distretto militare di Cagliari, poi direttore dei Conti a Torino. Combattente nel corso delle guerre del 1859 e del 1866, riportò la “medaglia francese” a San Martino e successivamente quella dell’Unità d’Italia.

[3]Dai Diari di Luigia Margherita Brassetti, conservati nel museo etnografico e della stregoneria di Triora.

[4]La Relazione del monumento ligure eretto sul Saccarello nel 1901, edita nel 1904 dalla tipografia della Badia di Lerina, reca come autore un anonimo, ma a scriverla fu Luigia Margherita Brassetti.

[5]Il periodo tra virgolette è letteralmente tratto dall’articolo anonimo Una benefattrice, apparso sul Giornale di Genova il 1 maggio 1927. Esso è stato pubblicato sulla pubblicazione di P. Francesco FERRAIRONI, Istantanee trioresi, Tipografia Editrice Sallustiana, Roma 1943, alle pagine 67-68.

[6]Bollettino parrocchiale Alta Valle Argentina, anno XIII, n. 6, Giugno 1968, pag. 2.

[7]Bollettino parrocchiale Alta Valle Argentina, anno XIV, n. 1, Gennaio 1969, pag. 2.

[8]Bollettino parrocchiale Alta Valle Argentina, anno XV, n. 1, Gennaio 1970, pag. 3.

[9]Bollettino parrocchiale Alta Valle Argentina, anno XV, n. 2, Febbraio 1970, pag. 3.

[10]Dichiarazione resa in data 23 agosto 1995, conservata nell’Archivio Parrocchiale di Triora.

[11]Amabile FERRAIRONI, Margherita, donna straordinaria, Gens Sancta, Edizioni Paoline, Bari 1975. La suora scrisse anche il racconto Morte di una santa, inserito a pagina 61 de A castagna de Sunta, di Sandro ODDO, Pro Triora Editore, Tip. S. Giuseppe Arma di Taggia 2002.

[12]Su Luigia Margherita Brassetti, oltre a quello della Ferraironi, furono scritti altri libri, fra i quali: Ferruccio PIGGIOLI, Storia di un’anima, Tip. Soc. An. G. Gandolfi, Sanremo 1937 – D.L. SANGUINETI, Profilo di L.M. Brassetti  nella Vita di Mons. Tommaso Reggio, Arcivescovo di Genova, Chiavari 1929 – P. Francesco FERRAIRONI, Profili biografici di Trioresi degni di memoria, Tip. Ed. Sallustiana, Roma 1954 – Sandro ODDO, Davanti al Redentore, Pro Triora Editore, Tip. San Giuseppe Arma di Taggia 1991, pagg. 43-49 – Ettore Amedeo PEREGO, Luigia Margherita Brassetti, ricerche e deduzioni di un laico, Editrice BS, Ivrea 1981.

 Sandro Oddo

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