Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Vescovi guerriglieri, eucarestia e profezia
Il prete: ‘Il cardinale Bagnasco che equipara chiese ai musei, a sale da gioco. Poveri noi!’

Non era mai successo negli ultimi 75 anni. I vescovi dissotterrano la mitria di guerra e lanciano la sfida allo Stato italiano nella figura istituzionale del suo Governo;anzi, come Brenno, capo dei Galli Senoni nel 386(?), gettano il loro pesante pastorale sulla bilancia e impongono le loro condizioni imperative: «Ora basta!… Esigiamo l’apertura delle chiese».

di Paolo Farinella, prete

Il cardinale e primate di Genova, Angelo Bagnasco

Non era trascorsa nemmeno un’ora dalla comunicazione del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, segno che erano già armati da tempo. «I vescovi non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto». Oh, Dio! Parole grosse. A Genova qualcuno ha scomodato perfino l’art. 7 della Costituzione: «Lo Stato e la Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, sono indipendenti e sovrani».

Alla crociate episcopale, cui manca solo il grido di guerra «Deus ‘l vult!», si accodano l’Avvenire, giornale dei Vescovi medesimi –ça va sans dire–, Italia Vivacchia di Renzi –e come no! – e poi tutta la destra del cucuzzaro. In una parola tutti coloro che se ne fregano della Messa domenicale, oggi sono paladini della difesa della domenicale Messa; gli stessi che difendono la famiglia cristiana insieme al loro dio e alla patria, dall’alto delle loro esperienze plurifamiliari e divorziate.

Amano tanto la Messa da tenerla a distanza per non sciuparla e la famiglia da averne due o tre. Di fronte a codesta compagnia virale, i vescovi tacciano. Sorvoliamo.Eucaristia. Con questa uscita i vescovi hanno tolto il velo alla loro povertà teologica. Sul piano religioso, hanno trasformato l’Eucaristia in una «pratica di pietà», venata di giansenismo che nel sec. XV diffuse tanto rispetto di essa da incutere il terrore di avvinarvisi, finendo per relegarla nel tabernacolo–inventando addirittura il tabernacolo superiore –per allontanare ancora di più il credente dal «Pane di vita». Per fare la comunione ci voleva pure il permesso del proprio direttore spirituale. La «Cena del Signore» trasformata in pezzo da mostrare, adorare, tenere alla larga.

Tutto questo succede ancora oggi, nonostante il Vaticano II abbia dato le coordinate bibliche ed evangeliche di ritorno alle origini. Prima dell’editto costantiniano del 313, vigeva la prassi comune delle «Domus ecclesìae», cioè chiese domestiche come quella di Narcisso(Rm 16,11) o di Aquila e Prisca (1Cor 16,19).

Sul piano sociale, l’Eucaristia è stata ridotta a fatto protocollare: non c’è manifestazione pubblica o semi pubblica con partecipazione di gerarchie cattoliche che non comincino o finiscano con Messe solenni, senza domandarsi se i partecipanti, folle oceaniche o sparuti presenti, siano credenti o no. L’Eucaristia come timbro.

La Cei dice che i fedeli hanno bisogno dell’Eucaristia, ma non dice cosa pensano quando dicono «eucaristia». Un mio amico prete marchigiano con impegni a Genova mi dice che un suo amico nelle Marche gli scrive dicendo che i parrocchiani telefonano per informarsi se «la Messa ordinata per il tal giorno si può fare o no»; le famiglie che avevano in corso d’opera la prima comunione vogliono sapere se devono «disdire o no il ristorante» e aggiunge: «Di gente che non ce la fa’a stare senza Eucarestia… nessuno».

Mi dispiace deludere i vescovi, ma è bene che sappiano che la loro pastorale centrata sulla sacramentalizzazione e mai sull’evangelizzazione ha portato e continua a portare a questo sfacelo, basato sulla «Messa dell’obbligo», non sull’Eucaristia, evento del regno di Dio che anticipa «il già, ma non ancora» del pellegrinaggio nella storia dell’Umanità fino alla fine. La Messa dell’obbligo esige la presenza, non la partecipazione. Per compiere il precetto basta stare lì, anche assente col cuore: è sufficiente «presenziare». La cosa è tanto vera che i vescovi hanno sentito il bisogno di dare la dispensa dall’obbligo domenicale, senza rendersi conto del loro ridicolo. L’Eucaristia come atto d’amore, frutto di una seduzione, è ben altra storia che forse vale la pena di dire succintamente. «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Ger 20,7).

A questo punto ci si rende conto che l’Eucaristia è questione di innamorati: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?»(Lc 24,32). Come si arriva a questo? Ce lo racconta magistralmente Lc nel Vangelo della Domenica 3adopo Pasqua, in Lc 24.13-35. Nella riforma monastica di Benedetto da Norcia, a cavallo nei secoli V e VI, prevedeva la Messa monastica solo di domenica, e tutti i monaci erano laici, tranne due che erano preti per garantire la presidenza dell’Eucaristia.

Ancora oggi a Bose si celebra la Domenica e il Giovedì in memoria della «Cena del Signore>. Non esiste la Messa del solo prete, nonostante i Vescovi Umbri abbiano tentato di giustificare teologicamente che «la Messa è valida col solo prete «sine populo», dicendo in sostanza che il Popolo Santo di Dio, pur «infallibile quando crede» (teologia tradizionale) è pleonastico. Non si capisce quindi perché «deve essere obbligato, pena commettere peccato mortale». Se è pleonastico, non può essere obbligato. L’Eucaristia è l’amore di Dio sparso sul mondo. Non solo sulle chiesuole o conventucci, ma sul mondo, quello che «Dio ha tanto amato da donare il Figlio Unigenito» (Gv 3,16). Per questo si chiama «Eu-charis-tìa», cioè atto di ringraziamento affettivo. Come si realizza è semplice e lo si vede da alcuni passaggi logici (che purtroppo sono stati oscurati dal Tridentino in funzione antiluterana):

2a)L’Eucaristia è una vocazione profetica in vista del raduno dei popoli (Is 2,1-5). Nel giorno del Signore, decidendo di lasciare la propria individualità per convergere verso l’altare di raccolta, simbolo del Risorto, ognuno di noi ubbidisce alla chiamata dello Spirito che raduna l’«ekklesìa –la radunata/la convocata, la chiamata da…): è la diaspora che si ricostituisce in sacramento dell’unità del genere umano (Lumen Gentium, 1).b)Radunati in un solo Popolo santo, realtà visibile e «simbolo della Chiesa invisibile universale», ci si in-contra, si comincia a costituire l’ekklesìa, informandosi, cercandosi, «conversando lungo la via di tutto quello che ci è successo» (Lc 24,14).

È la nostra vita di singoli in comunità la materia dell’Eucaristia.

c)La proclamazione della Parola è il giudizio di misericordia di Dio sul mondo. Chi proclama quelle letture non è un lettore che fa esercizio su testi antichi, ma «il profeta» che annuncia la Parola di Dio, oggi, qui e adesso, «Lògos-carne-fu-fatto» (Gv 1,14). Chi legge è Isaia, Amos, Osea, Ezechiele, Geremia e deve avere consapevolezza di «dire» una Parola per tutto il mondo, per tutte le specie viventi (umanità, animali, vegetali) per tutto l’Universo (Teilhard du Chardin, L’Eucaristia sul mondo). La Parola dà la chiave di lettura dei «segni dei tempi» o del «kairòs-occasione» di salvezza, come il Covid-19.

L’Antico e il Nuovo Testamento non sono due prospettive, ma un unico percorso, un criterio di tracciato, una realizzazione, quasi un modello perenne: la fatica del cercare (Midràsh). d). La Mensa della Parola si prepara a divenire Mensa del Pane, del Vino, dell’Acqua, cioè gli alimenti della vita umana diventano elementi del sacramento: il mondo creato s’impasta della vita di Gesù, che risplende della vita del Padre e si rende disponibile a lasciarsi «spezzare».  Su tutto ciò, facciamo memoria di quello che fece Gesù: è il Memoriale/Zikkaròn: sperimentiamo ora quello che Gesù visse allora e noi facciamo voto di essere e agire come lui.

La comunione col Pane e il Vino non è l’unica comunione che riceviamo nell’Eucaristia. Nella Mensa della Parola, infatti, abbiamo fatto «comunione» con Gesù attraverso le orecchie: la Parola diventa noi. Ora siamo invitati a ricevere la stessa «Parola che carne diventa» (Gv 1,14)attraverso la bocca. Uno è Gesù, due sono i modi: Parola e Pane, doni essenziali. Si possono rifiutare perché non ci si sente degni? Il Pane dei fragili non si può rifiutare. -Mt 9,10: Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. -Mt9,13: Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici[Os 6,6].Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».f)Tutta l’Eucaristia è ritmata dalla richiesta di perdono: Kyrie, Christe, elèison…; Agnello di Dio togli il peccato del modo (Gloria)…; Epiclèsi sui doni…;Rimetti a noi…Agnello di Dio…; Signore, non sono degno/a…».

L’Eucaristia è un vero sacramento penitenziale.Chi non vuole condividere il Pane della Vita, non dovrebbe partecipare fin dall’inizio perché non ha senso essere a mensa e non condividere il motivo della mensa che è mangiare insieme, dopo essere stato immerso nella tenerezza della paternità. g)Forti di quel viatico, come Elia,possiamo intraprendere il lungo cammino vero l’Oreb, il  monte dell’incontro con Dio: «Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb» (1Re 19,8).

Se tutto questo è vero,come è vero, i Vescovi hanno sbagliato bersaglio, tempi e contenuto. La Chiesa non celebra mai per se stessa o per devozione del singolo prete, ma «nel» cuore del mondo perché aspira al cuore di Dio, reso visibile da Gesù, il quale «percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo»(Mt 4,23).

Solo Papa Francesco in questo tempo confuso e disorientato non ha perso la tramontana: «Preghiamo per il popolo credente perché coltivi la pazienza e l’obbedienza alle disposizioni dell’autorità», una piena sconfessione della mitria da guerra dei vescovi italiani. Il card. Bagnasco, di solito così istituzionale da sembrare un funzionario dello Stato, misurato e super prudente, si è sciolto e arriva a equiparare le chiese ai musei, alle sale da gioco perché queste aprono e le chiese no. Poveri noi, a questo punto… e ho detto tutto.

Nessuna parola per il rischio di un ritorno della pandemia, nessuna preoccupazione per la salutecosì fragile del nostro popolo che come Papa Francesco ci invita, dovremmo curare «nell’ospedale da campo» che dovrebbe essere la Chiesa, che invece i vescovi,gli epìscopoi sorveglianti, equiparano alle bische, ai bar e ai ristoranti.

Finita la profezia che parla attraverso eventi e persone resta solo la gestione del sacro che usa «dio» come martello pneumatico per affermare astrazioni e pastorali che solo i vescovi scrivono e nessuno legge tanto sono insapori e senza gusto. Restano le cerimonie, le rubriche e i paramenti barocchi a coprire le nudità di una religione senza vita perché ha espunto la fede nella persona di Gesù, presenza di Dio, a favore di un dio «essere supremo»e «moto-reimmobile» che nulla più muove perché inceppato.

Paolo Farinella, prete

 

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P. Farinella

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