Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Borghetto-Loano / Il Capodanno 1947
Bussano alla porta, irriconoscibile, è papà
Libero dall’Etiopia, lacero, stanco e affamato
Il travolgente abbraccio con mamma Rina

Nel pieno del conflitto, dopo la caduta dell’effimero “ impero”, con  un patto senza precedenti tra due  paesi belligeranti,  il governo italiano e quello britannico  si accordarono  per rimpatriare in Italia circa trentamila donne e bambini sotto i 15 anni.

di Gianluigi Taboga

Mamma e nonna Rina si è spenta all’Humanitas di Borghetto S. Spirito nei giorni drammatici del coronavirus che ha coinvolto gli ospiti della struttura. Trucioli.it ha chiesto ad uno dei due figli, Gianluigi Taboga, personaggio noto per il suo impegno civile nell’Assoutenti provinciale e regionale, i ricordi di famiglia.

L’emergenza umanitaria era di proporzioni enormi e tra il 1942 e il 1943;  quattro navi italiane , il Saturnia , il Vulcania , il Caio Duilio e il Giulio Cesare, in tre viaggi, percorrendo centinaia di migliaia di miglia e  circumnavigando l’Africa (il canale di Suez non era percorribile),  compirono  qualcosa di inimmaginabile per quei tempi,  riuscendo in una impresa della quale ben poco si è parlato. Testimoni credibili dei fatti  descrivono scene contrastanti di giubilo per il rientro in Patria e  di disperazione  per la perdita di  tanti congiunti e di  ogni altra  cosa,  salvo un sacco di juta  consentito con un massimo di 20  chili  di beni personali.

Malattie infantili, epidemie di varia natura, insicurezza fisica per donne sole  e malnutrizione, funestarono questi interminabili viaggi che duravano oltre quaranta giorni. Ogni nave portava circa 2500 profughi sotto la scorta dei soldati britannici e per  concessione  e  buona disponibilità del redivivo imperatore etiope Ailè Selassiè che, in fondo in fondo, non odiava gli italiani come ci si sarebbe ragionevolmente  aspettato.

Con il rimpatrio e lo sbarco finiva una avventura per migliaia di persone destinate ad  essere  immediatamente  partecipi allo svolgimento .di una vera  tragedia: la guerra! La Rina De Giovanni, con i suoi due piccoli, trovò rifugio presso i suoi genitori a Loano in una vecchia casa colonica che in quel tempo non era fornita di energia elettrica, di acqua corrente, di servizi, ma c’erano una stalla, galline, frutta e verdura  e tanto ritrovato amore per lei e per i suoi piccoli da rincuorare e sperare in un futuro migliore. Per campare si usufruiva di una tessera per i pochi , pochissimi, generi di prima necessità, per il resto occorreva rivolgersi alla borsa nera.

Spesso per qualche chilo di farina ed un litro d’olio occorreva percorrere chilometri  in bicicletta su strade insicure e pericolose con il rischio del sequestro di ogni cosa, bicicletta compresa. Finalmente giunse notizia che Sandrin  Taboga era vivo, senza  ogni altro particolare. La censura inglese era tremendamente efficiente e drastica,  come quella italiana, su tutta la corrispondenza. Bombardamenti, fame, distruzioni, finirono con l’arrivo degli alleati e la cessazione delle ostilità, ma papà Sandrin restò  prigioniero  dei britannici fino al 1947.

Il giorno di  Capodanno 1947, mentre nevicava,  andai io ad aprire la porta di casa ad uno che bussava insistentemente; mi trovai di fronte una persona lacera, vestita con abiti estivi, inebetita dal freddo e dalla fame. Spaventato, chiamai la mamma che venne di corsa ed io  fui testimone di un abbraccio  cosi travolgente che ancora oggi lo ricordo con le lacrime agli occhi e come il più bel momento della mia vita.

Vita che ricominciava alla luce della speranza, dell’amore e della tenacia,  dura come il granito di Etiopia..

La prossima puntata con l’epilogo di una  epopea che accomuna  Sandrin  e, Rina a tanti cari vecchi italiani che non ci sono più o che tenacemente resistono al tempo e alle avventure che la vita riserva.

Gianluigi Taboga

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