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Albisola com’era viva a quei tempi…
Quel ‘diario da clausura’ nel ricordo di Milena Milani, Gianni Mura, Capogrossi, Jorn, Giannici, Camminati, Bruzzone

Ferdinando Molteni, insegnante, musicista, giornalista, sulla sua pagina Facebook: “Oggi, giorno nono della segregazione, ho deciso di avventurarmi, per voi che friggete i ripieni, nel mio quartierino. Dovete sapere che sotto casa c’è un piccolo ma fornito supermercato. Ci vado volentieri e l’ho fatto anche oggi. La coda – come sempre con diramazione a stella – era notevole.

Noi italiani non conosciamo il significato della coda. Ma io più la coda è lunga e più sono contento, di questi tempi. Sto in giro, faccio cose, vedo gente.

Gianni Mura

Avevo appena mandato un messaggio ad un mio caro amico, che immagino col cuore spezzato, sulla scomparsa di Gianni Mura. Ed è stata, la morte del grande giornalista, la pessima notizia con cui abbiamo cominciato un’altra giornata di merda.

Premiazione: Milena Milano con l’ing. Giovanni Bono (era presidente dell’EPT della provincia di Savona) e Aldo Chiarle, pubblicista

Però la coda mi ha salvato. Ho incontrato un vicino di casa (in realtà vive nel palazzo dall’altra parte della strada, non vicinissimo) che vedo spesso, quasi ogni giorno nel tempo normale di nostra vita, ma con il quale non avevo mai parlato. Solo rispettosi saluti, ma niente di più.
Oggi si è avvicinato (comunicato per le camicie brune: ad oltre un metro di distanza e munito di conforme mascherina) e ci siamo messi a parlare. Mi ha ricordato un vecchio articolo che avevo scritto su Milena Milani e che a lui era piaciuto, poi di quando ha conosciuto Capogrossi e di Jorn, di cui conserva una piccola ceramica, e poi ancora di quanto fosse viva Albissola a quei tempi. E ancora di Caminati e Franco Bruzzone. Infine abbiamo ricordato Giannici, il suo talento e la sua funambolica personalità.
Quando mi hanno chiamato per entrare nel supermercato un po’ mi è dispiaciuto.
MI MANCANO I RAGAZZI DI LOANO, QUELLA SCUOLA AFFACCIATA SUL MARE

Loano l’Istituto scolastico Falcone dove insegna il prof. Ferdinando Molteni

Oggi, nel giorno decimo di nostra segregazione, ho affrontato di nuovo la strada per voi. Ma soprattutto per me. Savona, di domenica, non è mai un granché. Ma oggi è peggio del solito. Davanti al supermercatino sotto casa, una vecchia insofferente alla coda credo si sia attratta gli auspici di coronavirus di tutti i poveretti che, pazienti, aspettavano senza fiatare. Ha rotto le palle all’inverosimile. Poi, prima di uscire, ha pure tentato un furto. Ma – nota agli uffici – è stata immediatamente disinnescata.

Posto che non è vero che i vecchi siano tutti saggi e rispettabili (tanti sono semplicemente stronzi, come probabilmente lo sono stati per tutta la vita) oggi vorrei ragionare sui ragazzi.
A me, i miei ragazzi, mancano. Dalla cucina di casa vedo l’edificio di una delle scuole dove insegno. Vedo le tapparelle abbassate delle classi dove, la mattina, dovrei fare l’appello.
i ho pensato molto a questa cosa, ed è probabilmente il motivo per cui sono insofferente agli arresti domiciliari, a quelli che si dedicano ai lavoretti di casa, che cucinano piatti immangiabili, che dicono finalmente che possono leggere tutto quello che non hanno letto, che scrivono canzoni per i prossimi duecento album che mai usciranno. Sono insofferente perché la mia vita – da settembre a giugno – è fatta del quotidiano incontro con, in totale, centoventi giovani esseri umani. Ragazzi intelligentissimi, altri meno. Bambini che si affacciano alla vita (quelli di prima) e adulti che fanno i duri ma poi ti vengono a chiedere come funzionano le cose. Ragazze dolcissime, altre tormentate, alcune appena consapevoli della bellezza che è capitata loro addosso o preoccupate di non essere all’altezza di quello standard di bellezza. Persone che si portano dietro storie che andrebbero raccontate, una per una. Ragazze e ragazzi, pochi ma sempre troppi, che hanno già sulle spalle un carico di dolore insopportabile.
In ogni caso, mi mancano i ragazzi. I miei alunni, quelli con cui tutti i giorni parlo, discuto, urlo, dai quali imparo tanto quanto loro, spero, imparano da me.
La didattica a distanza non funzionerà mai. Skype, Whatsapp, Gsuite, Edmodo sono solo la versione moderna della Scuola Radiolettra, quella che che ti mandava le lezioni per corrispondenza e, stando alla pubblicità che c’era su Topolino, pare ti potesse condurre anche al diploma.
Avete mai conosciuto uno che si è diplomato con Radioelettra? Io no.
Comunque, in questa inutile domenica, mi è venuto di pensare a loro. Ai ragazzi. A quelli di Savona, che vanno a scuola a duecento metri da casa mia, e a quelli di Loano, che forse in questo momento mi mancano persino un po’ di più. Perché mi manca quella scuola affacciata sul mare dalla quale, nelle limpide mattine d’inverno, vedi il profilo, impressionante e misterioso, dell’isola di Corsica.
E UN POST A FERDI – Ciao Ferdi, purtroppo la clausura ci porta a leggere un po di piu o a cucinare cose improbabili (io ne so molto in materia, amo la pizza ma non son capace, ed ora è una privazione bella e buona). E gli anziani stronzi sono sempre esistiti. Quello che vorrei ti arrivasse, tu che puoi dare uno sguardo più in là, di chi fantasia non ne ha, è la semplice verità : ognuno fa quel che di cui è capace, in un momento di importante confronto con se stessi, paura, stronzaggine, capacità o incapacità. La scuola ne soffre, il contatto umano ne soffre, ma non solo per te. Si fa quel che si può con i mezzi disponibili. I tuoi non racconti ben scritti (io amo il piglio del tuo scrivere) rischiano il punto fermo. Esprimi qualcosa di ruvido che in un momento come questo diventa superfluo. Ognuno di noi probabilmente ha un vecchio rompicoglioni a sbarrare il passo (io preferisco la parola anziano), o un caro malato, o una preoccupazione grande come le montagne. Perdona la sincerità, ma vedo sprecata la tua intelligenza. Quando ti scrissi ‘fanne un libro’ ero sincera. Ma sperando tu potessi dare un impronta sul momento e luoghi che ora stanno soffrendo. Mi hai regalato più di un sorriso, tu sei lì in una Liguria che mai come ora vorrei rivedere. . Ecco, speravo che tu potessi restituire un po di questo, ma sta prendendo una piega un tanto arrogante, banalmente arrogante. . Il decimo giorno è torvo. C’è cosi bisogno di luce. Perdonami

 

 

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