Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Noli scende la pioggia, ma che fa…
Un check up di esperti, Luigi e Michele Motta sui depositi quaternari di Capo Noli


L’ultimo numero di “Trucioli” riporta l’articolo titolato “Capo Noli, non è l’erosione del mare a mettere a rischio l’Aurelia ma la pioggia”. L’autore Carlo Gambetta, già sindaco, forse non si è reso conto che la pioggia c’entra relativamente, il problema riguarda invece la consistenza morfologica della falesia e gli interventi che nei passati anni l’hanno interessata. Siamo in presenza di una costa rocciosa con pareti a picco, alte e continue. Si distinguono: falesie “morte” o inattive. La spiaggia le separa dal mare. Falesie “vive” o attive: battute direttamente dal mare. E novità poco conosciuta: esiste un check up – corposo studio – di due esperti torinesi, gli ingegneri Luigi e Michele Molla, che descrivono in termini tecnici, e speriamo comprensibili, origini e stato dei luoghi datato di una trentina di anni.

Per scrupolo e non per polemizzare. Anzi il confronto sereno e costruttivo è sempre positivo, in antitesi a certi signori barricadieri che vediamo spesso in TV. Abbiamo raccolto i pareri di due esperti della materia rocciosa. E qui riportiamo i passi salienti del loro studio effettuato nel 1987-1988.

I DEPOSITI QUATERNARI DI CAPO NOLI  di Luigi e Michele Motta –

Sul fianco settentrionale di Capo Noli, ad una quota di alcuni metri sopra il livello del mare, affiorano depositi fossiliferi mai descritti precedentemente. Ci si propone pertanto di descrivere questi affioramenti e di ipotizzare per essi un valido modello genetico. Il tratto di costa studiato, compreso fra Villa Meyer e la punta estrema del capo, è costituito da una falesia subverticale. Vi affiorano due formazioni prequaternarie, entrambi appartenenti alla Serie di Carpe dell’Unità brianzonese esterna di M. Carmo-Rialto: Dolomie di San Pietro e Calcari di Val Tanarello. Queste due formazioni sono a contatto con una faglia inversa, parallela alla costa. Su di esse, in tasche di varie origine, si osservano in discordanza le brecce, le peliti e le alabastriti.

Il tratto di costa esaminato è costituito da una falesia sbverticale, in parte protetta attualmente dall’abrasione marina grazie alla costruzione di una scogliera artificiale. I processi erosivi agenti sulla falesia sono essenzialmente quattro:

  • carsismo, che si sviluppa tanto sui calcari puri che su quelli dolomitici;
  • abrasione marina;
  • autoclastismo [[1]], che tende ad originare forme miste con i processi carsici;
  • processi gravitativi.

All’azione esclusiva di processi carsici sono attribuibili le forme più antiche, originatesi in ambiente ipogeo: la Caverna di Capo Noli, formatasi come tubo freatico, e la piccola grotta che si apre presso di essa, che ha invece la morfologia tipica delle cavità formatesi in condizioni vadose. A queste due grotte si accompagnano numerose diaclasi e fori, sovente allargati dall’abrasione marina e dall’aloclastismo, che spesso ospitano depositi quaternari. L’abrasione marina, operando in concomitanza con i processi di erosione biologica (molluschi ed altri organismi perforatori) e carsici, ha formato solchi e nicchie di battente, in alcuni dei quali, ormai “inattivi” e sospesi sul livello del mare, si sono conservati depositi quaternari di riempimento.

La concomitante azione del carsismo e dell’aloclastismo ha provocato la formazione di alcune kamenitze  marine ed ha parzialmente rimodellato i solchi di battente sospesi. Tutti i processi summenzionati, agendo più intensamente su alcuni strati più erodibili dei Calcari di Val Tanarello e dei depositi quaternari, hanno formato gradini morfologici, che spesso prendono l’aspetto di lunghe e continue cenge suborizzontali o poco inclinate.

La falesia è sovrastata da alte pareti di Dolomie di San Pietro dei Monti, interessate più volte da crolli; da queste proviene il grande accumulo di crollo presso Villa Meyer, in cui l’erosione ha formato un arco naturale.

La Falesia nordorientale di Capo Noli il cui substrato è costituito dai Calcari di Val Tanarello, rosati o grigio chiari.

All’estremità sud occidentale della falesia, sotto il muro di sostegno della Via Aurelia, affiora un deposito terroso con livelli di ciottoli angolosi, contenente molluschi terrestri: Cyclostoma elegans, Chondrina similis, Discus ruderatus, Theba cemenelea, Helicella conspurcata. In questo settore i calcari sono cataclasati per la vicinanza di una faglia. Un solco di battente a 4-5 m di quota giunge sino ad un piccolo sperone, sulla quale sopra i calcari si osserva la successione.

Tralasciamo tutta la stratigrafia completa. A nord-est, proseguendo su una cengia a 6 m di quota, si giunge ad un solo battente, posto a 1.6 m sul mare. Inferiormente, separata da una superficie di erosione netta, affiora su di essa una breccia  a clasti molto eterometrici, di calcari dolomitici triassici (70%), di calcari giurassici (25%), quarziti e rari scisti verdastri, corrosi e talora perforati da litodomi e spugne clionidi. La matrice è argillosa-calcarea, bruno-rossastra; spesso è grossolanamente stratificata con concentrazione di grossi ciottoli. contiene anche: Patella aspera spinulosa Bucquoy, Dautzenberg & Dolfuss,  Spondylus gaederopus Linné, Ostrea cf.stentina Payraudeau, tutti in posizione di vita, ed altri molluschi, nonché briozoi ed anellidi. Lateralmente, in una piccola grotta ad Ovest, la breccia marina è sostituita da una pelite sabbioso-calcarea giallastra molto compatta.

Dopo una dozzina di metri verso Nord-Est si giunge ad una cengia, che porta all’imboccatura di una piccola grotta. Sulla verticale di questa grotta si osserva in corrispondenza una diaclase nei calcari. Verso l’alto si arricchisce di clasti di calcari giurassici fino a diventare una breccia monogenica. Questo livello è parzialmente ricoperto da concrezioni calcaree, che rivestono anche l’interno della grotta. Immediatamente a sinistra dell’imboccatura della grotta vi è un piccolo depoterroso bruno-rossastro, con livelli di ciottoli centimetrici, contenenti Helicella conspurcata, Eobania vermiculata, Helix aspersa; asportando completamente la sabbia terrosa e limosa che la riempiva, in posizione di vita: Patella caerulea sub-plana, Patella aspera, Patella rustica e Littorina neritoides. 

Immediatamente a sinistra dell’imboccatura della Caverna di Capo Noli si osserva a m 2.80-4.50 una Breccia contenente frammenti di ossa di mammiferi, Chondrina similis, Theba cemenelea, Helicella cespitum ed altri molluschi terrestri; inferiormente è presente una grossa  Patella ferruginea Gmelin, con aderenti alcuni Balanus balanoides. Questa breccia è stata interamente ricoperta di cemento nel 1986 durante i lavori eseguiti nella Caverna di Capo Noli.

In depositi posti all’interno della Caverna furono trovati manufatti ed una calotta cranica, attribuiti all’Uomo di Cro-Magnon, un tempo esposti nella raccolta del Gruppo Speleologico Nolese; in questi depositi si trovavano abbondanti ossami di Ursus spelaeus, denti di Homo sapiens e di bovidi, attribuibili al Pleistocene superiore.

Falesia ad Ovest dell’arco naturale – Il substrato è costituito da Calcari della Val Tanarello. In un canalino che incide la falesia, presso la Caverna di Capo Noli, soluzioni carbonatiche provenienti da un foro canalicolare hanno cementato i detriti di varia granulometria che costituivano una sorte di “organo geologico”. Questi depositi sono ricoperti da uno strato di alabastrite fibrosa e zonata, costituente una colata calcarea concrezionata. Affioramenti presso l’arco naturale – in prossimità della faglia separante separante i calcari dolomitici dai Calcari di Val Tanarello. Si osservano brecce tettoniche, composte da clasti esclusivamente calcareo-dolomitici immersi in una scarsa e compattissima matrice argilloso-terrosa.

I depositi quaternari sono rappresentati da: Brecce di frana grossolanamente clinostratificate e gradata, a blocchi eterometrici, talora anche di alcuni metri cubi, costituenti gran parte dell’arco naturale. Gli strati sono inclinati verso il mare, la loro potenza totale è di circa 6 m.

  • Brecce monogeniche a clasti molto eterometrivi di calcari dolomitici. Queste brecce sono eteropiche delle brecce di frana e situate ad una quota di 1.5 – 1.8 m.
  •  Variazione laterale di facies per cui sedimenti pur depostisi nello stesso intervallo di tempo presentano caratteri diversi secondo le condizioni paleogeografiche specifiche del bacino di sedimentazione, oppure per il manifestarsi di fenomeni, solitamente circoscritti nel tempo e nello spazio, come quelli responsabili della formazione di scogliere e quelli vulcanici. Lo stabilire o meno se due o più formazioni siano tra loro eteropiche riveste notevole significato nelle correlazioni tra depositi di uno stesso bacino o di bacini sedimentari diversi. La correlazione è possibile se gli affioramenti continui consentono l’osservazione diretta del passaggio da una faciesall’altra o se i membri eteropici sono compresi tra strati sicuramente correlabili per identità litologica e contenuto paleontologico o, infine, per la presenza di fossili cosmopoliti, cioè di grande diffusione e con un notevole grado di adattamento ad ambienti molto diversi.
  • Depositi a stratificazione sub orizzontale ben evidente e gradati, brecciosi, a clasti di calcari dolomitici. Tali depositi sono sovrapposti lateralmente e discordanti sulle brecce di frana, in una rientranza alla base dell’arco naturale. La loro potenza è di circa 3.2 m.

Falesia nordorientale di Capo Noli – interpretazione genetica dei depositi – I depositi della falesia nordorientale hanno fornito le indicazioni più interessanti, grazie alla possibilità di correlare varie tasche di sedimenti.

I depositi quaternari riconoscibili come i più antichi sono le brecce monogeniche; ma non si hanno elementi sufficienti per interpretarle geneticamente: forse sono continentali. Alla loro deposizione seguì la prima ingressione marina  quaternaria riconoscibile nella zona, in cui si formò alla quota attuale di circa 1.6 m un solco di battente nei calcari e nelle brecce monogeniche.

Dopo diverse fasi regressive il solco di battente posto attualmente a m 1.6 di quota, occupato solo in parte dalla precedente fase trasgressiva, emerse e formò una piccola grotta, in cui, nonostante le ridotte dimensioni e profondità, si depositò una sequenza di riempimento analoga a quelle asservibili nei grandi sistemi carsigi ipogei, generalmente indicanti il raccordo della grotta ad un vero e proprio sistema carsico ipogeo. È probabile che sul fondo del solco di battente esistano  uno o più raccordi con il grande sistema carsico ipogeo della grotta stessa, il cui condotto principale, orientato parallelamente alla costa, passa a pochi metri di distanza della falesia.

Una nuova ingressione marina causò la parziale erosione dei litotipi precedentemente depositatisi; il livello marino si portò a 6 m di quota sul livello attuale e vi permase abbastanza a lungo da formare un solco di battente, rimodellato successivamente in una lunga cengia. Durante questa fase trasgressiva, nei punti della falesia più riparati dall’abbrasione marina, in varie cavità carsiche ed all’imboccatura della Caverna di Capo Noli, si depositarono brecce poligeniche. Il ritrovamento di queste brecce indica che l’ambiente di sedimentazione era probabilmente meno tranquillo di quello della precedente ingressione. Il ritrovamento di scisti della Formazione di Eze fra i clasti di tali brecce, metamorfiti attualmente affioranti solo in alcuni chilometri a Nord-Est di Capo Noli, indica la presenza di un’attiva deriva litoranea durante questa seconda trasgressione. Falde detritiche stratificate, debolmente cementate da soluzioni carbonatiche, si formano ai piedi di ripidi pendii posti presso la terminazione meridionale della falesia e la piccola grotta attigua all’imboccatura di Capo Noli.

Affioramenti presso l’arco naturale – La netta stratificazione delle brecce di frana mostra come esse derivino da più eventi franosi [ derivanti da crolli verificatesi nelle alte pareti sovrastanti l’arco naturale] successivi, intervallati a momenti in cui il ruscellamento superficiale depositava sul versante materiali fini. Durante una ingressione marina, le brecce di frana furono in parte erose e si depositarono brecce con fauna marina in nicchie di battente. Le brecce con fauna marina sono monogeniche perché derivanti dall’erosione e risedimentazione delle brecce di frana, ma il loro ambiente  di sedimentazione non doveva differire da quello delle brecce marine della falesia nordorientale di Capo Noli.

Le nicchie di battente sono poste a m 1.60 sul livello marino e sono correlabili con il solco di battente osservabile alla medesima quota sulla falesia di Capo Noli. Alla base dell’arco naturale si osserva una falda detritica stratificata con aspetto molto simile ai “grèzer lités”. È un tipo di “formazione superficiale”, come ghiaione (in questo caso), colluvio e alluvio. ‘Grèzes’ indica piccole ghiaie, frammenti di rocce, mentre ‘bedridden’ indica una modalità di installazione per strati successivi. Nella Costa d’Oro, la ghiaia proviene dalla disgregazione (disintegrazione) delle pareti rocciose che sormontava le colline in alcuni punti prima dell’era peri-glaciale, circa trentamila anni fa. L’azione quotidiana di congelamento e scongelamento (crioclastia: espansione del ghiaccio che si forma di notte nelle fessure, prendendo in carico l’acqua durante il giorno) ha eroso la roccia che si è diffusa con il successivo ghiaione sul fianco della collina. In particolare, il primo strato del seminterrato climatico Les Grèves de Beaune sarebbe costituito da “grèzes a letto”.

La genesi è quasi sicuramente diversa e legata all’alternanza di modesti processi gravitazionali e del ruscellamento superficiale a Capo Noli, infatti, si osservano in più punti depositi analoghi, contenenti frammenti fittili attuali.

Conclusioni – I depositi quaternari del fianco settentrionale di Capo Noli, mai descritti precedentemente, sono stati studiati sia sotto il profilo geomorfologico che sotto quello stratigrafico e paleontologico. Sopra brecce monogeniche, forse continentali, affiorano brecce e microconglomerati poligenici in una diaclase ed in un solco di battente posto a 1.6 m di quota; l’abbondante fauna marina contenuta è indicativa di un ambiente marino litorale. Superiormente  è presente una sequenza peliti-brecce-alabastriti, al tetto localmente raddoppiata, contenente molluschi terrestri ed interpretabile come una sequenza di riempimento di grotta. Separate dai livelli precedenti da una superficie erosionale, affiorano altre brecce poligeniche contenenti blocchi dei livelli sottostanti e fossili marini, tra cui Patella ferruginea Gmelin e Mitra fusca all’ingressione marina testimoniata da queste brecce è riferibile pure un solco di battente, attualmente a 6 m di quota. Dopo la seconda ingressione marina si sono nuovamente deposte sequenze di riempimento di grotta, nonché falde detritiche stratificate.

Alesben B.

Motta Michele, nato a Torino nel 1965 dove risiede. Laureato in Scienze Geologiche in quattro anni, con 110 e lode nell’A.A.1986-1987 con una tesi su “Geomorfologia climatica e strutturale dell’altopiano carsico delle Manie e dei bacini idrografici limitrofi” con allegate “Carta geomorfologica”, Carta dell’acclività dei versanti”, “Carta della superficie delle vette”, “Carta della stabilità geomorfologica”. Nel 1988 è stato ammesso al Dottorato di Ricerca in “Mineralogia e Cristallografia” (IV ciclo), che ha frequentato per due anni occupandosi delle interazioni fra posizione geomorfologica, clima e sviluppo di fillosilicati argillosi in suoli e prodotti d’alterazione. In quest’ambito ha seguito lo stage di formazione “Techniques d’analyses et d’imageries par microscopies electroniques” organizzato dal CPMSI, Université d’Aix-Marseille 2, e il corso teorico-pratico di Microanalisi-X presso l’Istituto di Mineralogia e Petrologia di Modena, conseguendo il 7.1.1991 l’abilitazione all’uso del SEM-EDS presso il Dipartimento di Scienze della Terra di Torino. Il dottorato è stato interrotto al termine del secondo dei tre anni previsti, per l’intervenuta nomina a ricercatore. Dal 1990 è ricercatore, e dal 1999 professore associato presso la Facoltà di Scienze MM.FF.NN. dell’Università di Torino, raggruppamento D02A, afferente al Dipartimento di Scienze della Terra. Fa parte dal 1988 del Gruppo Geografia Fisica e Geomorfologia. E’ membro cooptato del Comitato Glaciologico Italiano, di cui è anche operatore glaciologico sin dal 1984. E’ membro dell’Unità Operativa di Torino del Progetto Nazionale di Ricerche in Antartide, sottoprogetto Glaciologia e Paleoclima.

Luigi Motta, nato a Torino  nel 1964, dottore in Scienze Geologiche, Funzionario Tecnico Laureato VIII livello dal 1989, Ricercatore Confermato in Geografia Fisica e Geomorfologia dal 2002. Operatore glaciologico del Comitato Glaciologico Italiano dal 1984, Membro cooptato del Comitato Glaciologico Italiano dal 1990. ATTIVITA’ DI RICERCA. Si è svolta principalmente in due ambiti: Progetto Nazionale di Ricerche in Antartide “Glaciologia e Paleoclima”, sottoprogetti “Individuazione dei caratteri di facies sedimentaria e metamorfica del manto nevoso al suolo della Terra Vittoria settentrionale e loro variazioni indotte dall’ambiente esterno” e “Relazioni fra bilanci di massa e bilanci energetici sui ghiacciai locali e sulle lingue glaciali con fronte in zona deglaciata della Terra Vittoria settentrionale”; Programmi di Ricerca Scientifica di Rilevante Interesse Nazionale MIUR “I processi di deglaciazione nelle Alpi Occidentali in relazione alle variazioni climatiche ed ambientali” e “Il clima e i rischi geomorfologici in relazione allo sviluppo turistico”. Le ricerche glaciologiche hanno consistito nell’analisi di dati sull’evoluzione del manto nevoso e la distribuzione spaziale e verticale delle facies nevose e del grado di sinterizzazione in aree campione e nelle campagne annuali di rilevamento delle oscillazioni delle fronti glaciali del Comitato Glaciologico Italiano (pubblicate da Geografia Fisica e Dinamica Quaternaria); con il Parco Nazionale Gran Paradiso si è misurato il bilancio di massa del ghiacciaio Grand Etret. Attualmente l’attività è in un progetto per la conservazione dei massi erratici, concretizzato nella proposta di legge n. 485 del Consiglio Regionale della Regione Piemonte “Tutela e valorizzazione dei massi erratici, di alto pregio naturalistico e storico, dell’Anfiteatro Morenico di Rivoli-Avigliana”, in corso d’approvazione, e nell’allestimento del necessario materiale tecnico e divulgativo.

 


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