Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Don Farinella: la ‘Shoàh’?
No, grazie! Vogliamo cantare
fuori dal coro una canzone vera

Il 27 gennaio, da 20 anni, ritorna la «Giornata della Memoria» per ricordare lo scempio della Shoàh «per non dimenticare». Non amiamo le commemorazioni, specialmente se calendarizzate come «giornate commemorative», destinate sempre a fallire come atti formali dovuti a riti vuoti di liturgie superstiti. Se un dramma come la Shoàhn diventa una data fissa di calendario, perde ogni dirompenza e la «memoria» diventa pleonastica. Per questo, anche nel 2020 vogliamo cantare fuori coro una canzone vera, dal di dentro.


di Paolo Farinella, prete

Mai come ai nostri giorni sono in aumento non solo il fascismo o rigurgiti fascisti, cavalcati da politicanti da strapazzo, ma l’antisemistismo, principio e fondamento di ogni forma di razzismo, xenofobia e disprezzo dell’altro in quanto Ebreo, Rom, Omosessuale, Portatore di Handicap, Senza dimora e via di seguito in saeculorum.
Non vogliamo commemorare la Shoàh, ma «viverla», anzi abitarla, assaporandola come coloro che sono stati obbligati dalla vergogna violenta del nazifascismo a scendere nell’inferno con, l’internamento, la tortura, la morte. Vogliamo stare con i deportati di quegli anni infami, senza possibilità di sfuggire a un destino ingiusto e tremendo, disumano e per questo blasfemo.

Non c’interessano i riti, ma preferiamo, anzi scegliamo di partecipare l’inferno del lager, afferrando un lembo di paradiso per farne scudo protettivo di tutti gli innocenti del mondo che in nome di un’aberrazione sacrilega perché disumana, sono stati costretti a sperimentare sulla loro carne fragile gli abissi dell’inferno, tra le fiamme dell’obbrobrio che nessuna mente umana avrebbe mai potuto immaginare.

La Storia però è lì a prova inoppugnabile che non solo è stata immaginata, ma è stata pure pensata, programmata e realizzata scientificamente, marchio indelebile sulla fragilità di milioni di persone, di un popolo in particolare, l’ebraico e di etnie invise come i Rom, o di categorie umane da cancellare, come omosessuali, portatori di handicap e malati mentali o gravi.
È facile dire «perché non succeda più». Da quando la legge 211/2000, ormai sono 20 anni, ha istituito la «Giornata della Memoria» al 27 gennaio, non si sono mai registrati recrudescenza e aumento di negazionisti e fans malati, o peggio ignoranti, di Mussolini e Hitler. Si è arrivati a denigrare pubblicamente negli stadi la figura di Anna Frank, anche da parte di adolescenti, suoi coetanei, prova vivente che la «banalità del male» (Hannah Arendt) non fu solo appannaggio dei gerarchi nazisti, ma è la condizione ordinaria di chi, nutrito solo di calcio e ignoranza, perde la connessione con la Storia e con l’onore. Costoro credono di essere di «razza superiore» perché sono bianchi di pelle, dimostrando così la loro abissale ignominia, madre di imbecillità e paura.

Sì, gli antisemiti, gli xenofobi e i razzisti hanno paura, sono complessati e possono affermarsi solo di fronte a persone fragili e indifese. «Ci annoiavamo» è la giustificazione che essi adducono, ma se uno si annoia, si butta giù da un ponte e libera l’umanità da un essere inutile, pericoloso e imbecille, senza identificarsi e scimmiottare i carnefici degeneri e malati come Hitler e Mussolini, grumi della storia e tragedie infernali per i loro popoli e il resto dell’umanità.
Sono le ragioni per cui invitiamo tutti a venire «in pellegrinaggio» nella Praga, occupata dai nazisti che vi costruirono un lager, forse il più osceno. In Cecoslovacchia il campo di Terezin, Theresienstadt, esattamente come gli altri campi, fu anticamera di Auschwitz, distante solo km 522. Con una particolarità: nel campo di Terezin, aperto dal febbraio del 1942 all’ottobre del 1944, furono deportati artisti, musicisti, pittori, letterati insieme a molti bambini che formavano cori di voci bianche, tutti usati come in zoo umano e mostrati ai visitatori per dimostrare che i nazisti non solo trattavano bene i deportati, ma questi facevano anche la «vita bella» perché cantavano, suonavano e si divertivano.

Dei 90 mila deportati che vi transitarono, un terzo, 30 mila morirono a Terezi, mentre i restanti due terzi morirono nelle camere a gas di Auschwitz. Nel 2018, qui a Palazzo Ducale abbiamo rappresentato il grandioso e terribile e angoscioso, ma anche liberante «Brundibar» di Hans Kraśa. Oggi proponiamo Viktor Ullmann, musicista e compositore, austriaco ed ebreo, che, come altri, trovò nella musica non solo lo spazio per vivere, ma il «luogo» unico per resistere all’inferno del lager. Egli compose ed eseguì molte opere. Quella che presentiamo è l’ultima, nel genere musicale del «melologo»: «Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke /Canto d’amore e di morte dell’alfiere Christoph Rilke».

Vicktor Ullmann con gli altri colleghi artisti, internati, privati di dignità e futuro, non si rassegnarono, ma si ersero come giganti in mezzo a un mare di scimmie e nani nazisti. Essi, pur morituri nelle camere a gas, sconfissero la bestia, calpestando i finti vincitori, ed emergendo dal profondo della Storia unici vincitori. Tra le fiamme infernali, infatti, fecero risuonare la musica, le espressioni delle arti, il linguaggio universale della bellezza, le voci bianche dei bambini che ebbero la forza di spegnere quelle fiamme invereconde, costringendo gli aguzzini a stare muti e passivi estranei, perché la bellezza poteva abitare solo
gli artisti sepolti a Terezin nessun obbrobrio o scempio poteva loro rubare dalla loro anima e pensiero. Chiudiamo gli occhi e, partendo dall’Italia, saliamo a nord e, dopo aver attraversato l’Austria, pieghiamo a est entrando in Cecoslovacchia. Attraverso boschi e colline arriviamo al cancello di Terezin, a km 63 da Praga. Qui ci fermiamo nel cortile del campo in profondo silenzio. Ascoltiamo il silenzio che urla dal ventre della terra insanguinata da sangue innocente e ascoltiamo.
Ascoltiamo la musica che Vicktor Ullmann compose per sé, per noi perché anche noi non possiamo sopravvivere alla nostra vergogna, se tolleriamo che anche un solo gesto o parola antisemita possano ancora compiersi ai nostri giorni. È la musica di chi suona la vita, consapevole di andare a morire, colpevole di essere
ebreo. Sul proscenio solo un pianoforte, il pianista e un attore recitante che ci accompagna per mano a capire che Terezin non fu la sconfitta degli Ebrei lì deportati.

No! la Musica e le arti, i bambini trasformarono l’inferno in un grande evento inimmaginabile, specialmente ai nazisti: la Musica che sconfigge un esercito di depravati omicidi, la luce delle Arti e l’innocenza dei bambini ordinati in coro, che sbaraglia le tenebre del male, se è vero che oggi dopo 64 anni da quella vergogna che si chiama «Shoàh», siamo qui ad ascoltare Vicktor Ullman, l’ebreo musicista che con la forza del pianoforte sconfisse il nazifascismo, una volta per tutte. Se siamo qui, vuol dire che abbiamo capito, abbiamo già fatto una scelta di vita e anche da che parte stare, sempre e comunque.

Paolo Farinella prete

 

 

 

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P. Farinella

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