Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Questa di Marinella (Fanesi)
è una storia davvero bella.
E la grande Pivano col disco di De André


Quando sul n. 12 di Trucioli  sono venuto a sapere di Albenga, di Marinella Fanesi e del suo libro “Dormono sulla collina ( Omaggio a Spoon River cent’anni dopo” che dice dell’autore Edgar Lee Masters e della sua “Spoon River Anthology”) mi si sono letteralmente drizzate le orecchie e mi son detto: ” Non sia mai! Come posso perdere l’occasione, dopo tanto silenzio, di scrivere un pezzo su un argomento che è proprio pane per i miei denti?”

L’ingauna Marinella Fanesi e io genovese (e… genoano: autore anche di un poderoso inno del Genoa!) ci siamo conosciuti a Genova in un’occasione davvero speciale e siamo entrati in amichevole sintonia quando insieme avemmo l’opportunità, proprio in occasione del centenario spoonriveriano (1915-2015), di parlare del suo bel libro nientepopodimeno che in Via del Campo 29 rosso (… e c’era anche suo figlio). Si tratta dell’ex-negozio di dischi e strumenti musicali del mitico Gianni Tassio, il quale accoglieva e incoraggiava i giovani e i giovanissimi che volevano acquistare uno strumento e provarlo, far musica e far ascoltare le loro canzoni per avere da lui un primo giudizio: tutto ciò assai prima dell’esplosione del cosiddetto… “Talent Show”! E, situato nella parte più antica e suggestiva del labirintico “Centro storico”. il negozio di Gianni Tassio, allora dislocato all’inizio di Via del Campo, proprio accanto alla Porta dei Vacca, fu il covo prediletto di Fabrizio De André. Oggi quel luogo magico, se pur di poco è stato spostato e si è trasformato in affascinante “Museo dedicato a Fabrizio De André” (cfr. on.line ViadelCampo29rosso) e giorno dopo giorno, senza interruzione è la meta di numerosissimi visitatori e attira da ogni parte d’Italia (e non solo) ammiratori del famoso menestrello-cantautore.

Le frotte di visitatori e di ammiratori di De André e del suo mondo vengono accolti e aggiornati dall’estrosa e informatissima Laura Monferdini, direttrice e responsabile di questo autentico gioiello museale considerato vera e propria casa dei cantautori e di tutti gli amanti della musica. Fu in quella circostanza che Marinella Fanesi mi fece omaggio del suo bel libro pubblicato dalle Edizioni del Delfino Moro di Albenga e da parte mia le regalai la mia traduzione integrale dell’Antologia di Spoon River, edita da liberodiscrivere e presentata anche al Club Tenco, in una giornata memorabile dedicata a Fernanda Pivano e alla sua traduzione dell’Antologia di Spoon River letta, sindaco e assessore alla cultura di Sanremo in testa, nel quartiere della Pigna da ben 244 lettori volontari, tanti quanti gli epitaffi mastersiani.

Marinella Fanesi alla presentazione del suo libro nella sala consiliare di Toirano nel 2016

Come correttamente ha scritto Trucioli, il libro di Marinella Fanesi, laureatasi a Genova, è la riproduzione a stampa della sua tesi di laurea, discussa all’Università di Genova con l’americanista Marisa Bulgheroni e l’anglista Ermanno Barisone, carissimo amico scomparso da qualche anno. In quell’incontro, Marinella ed io, scoprimmo tanti e numerosi punti e interessi in comune che ci fecero sentire subito amici tanto da riprometterci altri incontri, ma Genova e Albenga non sono proprio vicine per cui… ci siamo limitati a scambiarci qualche e.mail. Comunque glielo dissi, quando la conobbi, che lei con quello splendido nome era destinata a incrociare Edgar Lee Masters e Fabrizio De André, l’autore appunto di “Marinella“, dolcissima e incomparabile canzone resa famosa da Mina e cantata da Fabrizio con la sua voce dalla tonalità profonda e accattivante.

L’opera di Marinella Fanesi, il cui ricavato – grazie alla sua generosità – andrà a favore della benemerita Croce Bianca di Albenga per scopi benefici, si sviluppa in cinque-capitoli-cinque, interessanti e tutti da leggere con partecipata attenzione. *Nel Capitolo I, “Edgar Lee Masters avvocato e scrittore”, la Fanesi sviluppa il suo discorso offrendo un illuminante squarcio della vita del giovane Masters che assiste ad una vera e propria fuga dai piccoli centri rurali della provincia americana del Midwest verso Chicago, la grande metropoli industriale che offre a lui, in particolare, quelle occasioni di crescita verso la prediletta letteratura: contrastata con ferocia dal padre, ma amata e coltivata con pervicacia grazie alla madre.

*Nel Capitolo II, “La genesi della Spoon River Anthology nella forma dell’epitaffio“, l’autrice coglie il senso profondo di tutta l’opera mastersiana e la motivazione della sua entusiastica accoglienza là dove afferma: “L’accusa dell’autore si rivolge proprio contro la meschinità, l’ipocrisia, il falso perbenismo e la moralità esteriore di Spoon River”. È questa ricerca assoluta di verità e di onestà che Masters puntualizza attraverso la voce sincera e cruda dei personaggi del villaggio che ha affascinato, da sempre, soprattutto i giovani e le gente comune, meno gli intellettuali e i cattedratici che l’hanno guardata con un certo grado di diffidente sufficienza.

*Il Capitolo III si basa su “Le voci interrelate di Spoon River“: e qui la Fanesi analizza i protagonisti dei diversi monologhi che, “con una certa dinamicità narrativa”, si inseguono “per testimonianza diretta” come botta e risposta e, “epitaffio per epitaffio” (greco-classica la loro origine), rivelano la vita dell’immaginario villaggio di Spoon River (Petersburg e Lewistown i villaggi reali).

*L’argomento sviluppato nel Capitolo IV è “La vita e la morte nella Spoon River Anthology” e la Fanesi lo approfondisce riportando ampie e più che plausibili esemplificazioni tanto da rendere, a parer mio, questo capitolo il vero fulcro nodale dell’intero suo lavoro. “Masters – afferma l’autrice – mette strettamente a confronto i due aspetti estremi dell’esistenza, vita e morte”. E, anche se a taluno potrebbe parer strano, la Fanesi conferma che, su questi morti dalle coscienze ancora fervide e vogliose di verità, “l’attenzione di Masters è concentrata sulla vita” al punto che, anche da un preciso esame statistico condotto dall’autrice, il termine “vita” è presente ben centocinquanta volte di contro al termine “morte” che compare soltanto una trentina di volte, ma che, come rimarcato da Pavese “riveste nella Spoon River Anthology un significato catartico per chi, confessando, si libera – finalmente! (n.d.r.) – dalla menzogna”.

*Il capitolo V, l’ultimo, si titola “Dall’Inferno al Paradiso di Spoon River”: in esso l’autrice si cimenta, non senza motivazione e coraggio, a ripercorrere la linea creativa e contenutistica dell’Antologia citando, a ragione, lo studio “La piccola commedia di Spoon River” dell’anglista (insegnò anche all’Università di Genova) Giuseppe Sertoli, nel quale l’autore “distingue in modo più ampio e chiaro le tre sezioni dell’Anthology”.

Secondo me, pur manifestando l’Antologia sparsi e fuggevoli elementi che si possono definire quasi “danteschi” e non dimenticando che lo stesso Masters ritenne (e lo lasciò scritto) d’aver composto “a sort of Divine Comedy” (una specie di Divina Commedia), e pur se percorsa da plurimi accesi fermenti, la cimiteriale “Antologia di Spoon River” è tutt’altra cosa e per nessuna valida ragione può essere accostata e paragonata al poema dell’Alighieri.

In chiusura è da ricordare come da essa, affiancato dall’indimenticata e indimenticabile Fernanda Pivano, la prima insuperata traduttrice per Einaudi e, musicandone nove testi, nel 1971 il cantautore-poeta Fabrizio De André seppe cogliere ispirazione per il suo splendido disco “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, identificando, cantando e mettendo in luce, con spirito amaro e caustico, gli ingiustificati e ingiustificabili vizi dell’uomo… di ieri e – ahinoi! – di oggi.

Benito Poggio


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B. Poggio

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