Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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L’ora X e ricordi da insegnante: ‘Giuro in nome….’. Poi disastro e la riforma Gelmini
Con la scuola che resta al servizio dei ricchi


Ore 8, suona la campanella; in tutte le scuole di ogni ordine e grado, in Liguria, inizia la scuola. Inizio diversificato nelle date, non come una volta dove il primo ottobre, senza se e senza ma, iniziava l’anno scolastico. I meno entusiasti erano i bimbi dellas scuola materna, finiti i tempi dei giochi con gli amichetti, le lunghe ore passate alle “play station” e/o alle partite guardate in tv. I più felici sono i genitori che per un po’ di mesi si rimettono dal lungo stress estivo. Dalle scuole elementari, medie e superiori, primo anno, i più apprensivi non sono gli allievi, papà e mamma perché non sentono più le urla dei “moccioseti” che scorrazzano per la casa, combinando qualche guaio, magari più di una volta al giorno.

Il giuramento degli insegnanti è stato abrogato nel 1981 grazie a Sandro Galli (insegnante anarchico che fece da solo per la scuola più di quanto abbiano mai osato immaginare partiti, sindacati, ‘costituzionalisti’ e movimenti), a Sandro Pertini, Renato Zangheri (sindaco bolognese del PCI) e ai radicali.

Rovistando nei “cassetti” della memoria mi sovviene quel primo giorno di scuola come insegnante; era l’anno 1970, agli inizi del mese di ottobre. Il provveditore agli Studi di Torino, per effetto della graduatoria provinciale di Educazione Artistica, mi conferì l’incarico a tempo indeterminato in prova, alla sezione serale della Scuola media Leon Battista Alberti” di Torino: le classi erano ubicate presso l’ITIS “Plana” di P.za Robilant, in attesa del nuovo edificio, che due anni dopo sorse in via Tolmino.

Mi ricordo perfettamente quella sera quando, accompagnato dalla Preside e da il bidello capo, fui presentato alla classe che in orario era alla prima ora. Era una Terza, tutta maschile. Dopo alcune parole di rito, fui lasciato solo con gli allievi. La prima impressione è stata quella di fuggire, mi tremavano le gambe e i ginocchi scricchiolavano, non sapevo cosa fare, anche perché davanti a me ci stavano trenta allievi dai 15 ai 56 anni.

Frequentavano i corsi serali per i più svariati motivi. Erano studenti lavoratori, i più per aprire l’attività in proprio, [occorreva la licenza di scuola media]; qualcuno per recuperare il tempo perduto nei corsi regolari diurni; alcuni per evitare di fare brutte figure con il figlio/a che frequentava la scuola media e quindi, per aiutarlo. Voleva trovarsi preparato e non fare la figura dell’asino.

Non c’era, quella sera, alcuna scappatoia, quindi prima di iniziare la lezione, pensai, come era consuetudine, di fare l’appello. Giunto al cognome LO BUE, il quale prontamente rispose Presente, mi sento dire dall’allievo: “vada avanti professore, c’è anche mia moglie”. Mi sfregai gli occhi, non vedevo alcuna allieva, non riuscivo a capacitarmi del perché di quella frase. Afferrai il senso alcuni minuti dopo, quando, e qui il lavoro poco attento di un addetto di segreteria ha giocato un gustoso intermezzo, avendo trascritto sul Registro di Classe i nomi degli allievi, non è stato attento ad inserirli in perfetto ordine cronologico, e quindi dopo il nominativo di LO BUE ecco quello che ha scatenato la risata generale: LA VACCA, ed il “ghiaccio” era rotto.

Scuola seria forse fin troppo, insegnanti inquadrati come fossero militari. Dopo il primo anno di prova, il/la preside sentito il parete della commissione valutazione, redatto il consuntivo delle note di qualifica [verde], davanti a due docenti di ruolo effettivi e più anziani del Collegio dei Docenti, procedeva alla cerimonia di insediamento ufficiale. Nei locali della presidenza davanti alla scrivania del Dirigente, con la mano sinistra sulla Costituzione e la destra sollevata, pronunciai la frase di rito: “Giuro in nome………..”, dopo tre anni dall’ordinamento scolastico vengo immesso  nei ruoli delle scuole ed istituti di istruzione secondaria ed artistica con effetto dal 01.10.1974, ai sensi dell’art. 17 della Legge 30.7.1973, e dell’art. unico della Legge 14.8.74, n. 391. con assegnazione definitiva di cattedra a decorrere dal 1° ottobre 1976 alla Scuola media di Leynì, ai sensi del comma precedente e vista la C.M. n. 29, prot…… ed ancora passaggio di Ruolo nell’anno 1981 in servizio presso l’I.T.C.G. “Einaudi” di Magenta (MI) dal 01.10.1981.

Per effetto della Legge 30.7.1973, scompare dal vecchio ordinamento il giuramento e le note di qualifica. Note di qualifica cui l’insegnante firmava solo la parte visibile che la dirigenza riteneva di sua competenza: insufficiente, scarso, appena sufficiente, sufficiente, buono, distinto, ottimo. Le note di qualifica erano vere e proprie ingerenze nella sfera personale del docente. Un esempio: un’insegnante di ruolo da anni, due figli, separata, veniva appuntata con buono solo perché alla sera del sabato andava a ballare con l’amico. La locuzione Distinto era stata pure data a T.V. di Genova la quale aveva si una cattedra [18 ore] ma erano divise in 6 ore a Condove, 6 ore a Bardonecchia e 6 ore al Sestriere, l’anno successivo chiesto il trasferimento si è congiunta con la famiglia a Genova. 

Come si può vedere l’insegnante che faceva domanda per una determinata provincia italiana, una volta nominata doveva accettare qualsiasi destinazione nell’ambito della provincia richiesta, non come oggi giorno che se non hanno il posto di lavoro ad un tiro di schioppo da casa, prima rinunciano e poi si lamentano che non sono stati nominati. Una volta c’era pure la clausola della residenza nel luogo di lavoro ma una deroga del capo di istituto consentiva loro risiedere anche fuori sede.

Cambiano le leggi, cambiano i programmi ma purtroppo  dopo la controriforma di Maria Stella Gelmini, la scuola italiana è precipitata verso il fondo della classifica. La riforma Gelmini è riuscita anche a dividere gli insegnanti: da una parte 2mila precari, storici  vincitori di concorsi espulsi insieme alle loro discipline, dall’altra quelli di ruolo: «Una operazione barbarica, la definisce Marinella Galletti, che produce ignoranza e che fa tacere i professori rimasti nella scuola, protetti dal posto sicuro. Fuori i dannati, dentro i “fortunati” che preparano classi di allievi e futuri insegnanti del nulla». Come ci si poteva aspettare, i miracoli avvengono solo a Lourdes: se non si legge né a casa né a scuola non si impara a leggere, non si acquisisce cioè una delle competenze essenziali per potersi inserire nella società contemporanea.

Il Rapporto ISTAT rileva che nel 2009 il 13,2% dei giovani di 15-29 anni (oltre 1,2 milioni di persone) dichiara di non aver letto neanche un libro in un anno. La scuola non è riuscita né ad insegnare a leggere a tutti i membri di una generazione, né a infondere il piacere della lettura, la voglia di leggere. E questo l’insuccesso più grave di una scuola che non vuole rendersene conto. Quattro ragazzi su 10 dopo i 15 anni non leggono più. Questo significa che rapidamente disimparano a leggere, dimenticano cioè anche quel poco che hanno imparato a scuola. A trent’anni ridiventano analfabeti.

Dalla lettura si impara la sintassi, dalla lettura  si impara a svolgere i temi, dai temi si impara a svolgere  le relazioni siano esse storiche o no. E’ con questa popolazione che occorrerà ricostruire il paese, ma è anche con questa popolazione che si riempiono gli stadi di gente violenta, che si conquistano maggioranze politiche con strategie demagogiche. Oggigiorno i giovani si esprimono come tanti “cavernicoli”  a viva voce “mangiando le parole” ovvero con vocaboli tronchi oppure tramite sms telefonici le cui parole assumono, se lette, suoni gutturali; si esprimono con parole che assumono significati difformi da quelle di in buon vocabolario, es: “…….Una vera e propria ‘Slangopedia‘, come la chiama Maria Simonetti nel suo ‘Dizionario dei gerghi giovanili’ edito da Stampa Alternativa. Nel libro, sul versante delle parole mutuate dagli animali, ci sono tra le altre ‘mi cangura’ (per indicare che una questione ‘non mi riguarda‘) e ‘inscimmiarsi’ (per chi si concentra su una sola cosa e la ripete in modo ossessivo).

E, ancora, chiamare ‘limone’ chi si circonda di ‘cozze’, ‘rimastino‘ chi alle feste non balla, ‘rimastone’ l’over 40 che si veste e si comporta da giovane (ma il giovane dei suoi tempi) oppure ‘sdraiona’ per una ragazza molto emancipata e ‘dentiera’ per riferirsi alla prof o – in senso lato e un po’ perfido – agli anziani. A questi si accompagnano i più storici ‘trescare’ (avere un flirt), ‘camomillarsi’ (calmarsi), ‘tranqua‘ (tranquillo), ‘sbalconato’ (essere fuori di testa), ‘incicognarsi‘ (restare incinta) e ‘citofonarsi’ (chiamare qualcuno per cognome).

Oltre ai giovani, un linguaggio a parte, è utilizzato da persone di “vertice”  in Consiglio Comunale, dove la sintassi lascia a desiderare, come pure le forme verbali le quali passano indistintamente  da presente a passato e viceversa, e ……La scuola italiana è al servizio dei ricchi. Lo era quarant’anni fa, lo è ancora oggi. Leggono coloro che crescono nelle famiglie dove ci sono molti libri, leggono coloro che hanno genitori lettori, leggono i figli di diplomati e di laureati, ed infine leggono di più coloro che vivono al Nord rispetto a coloro che risiedono nel Mezzogiorno.

Molte materie vengono deliberatamente ignorate fin dalla scuola primaria. Oggi l’alunno della scuola elementare oltre al cellulare, ha la calcolatrice; se gli chiedi quanto fa due più due questi ti risponde: “ aspetta prendo la calcolatrice!”. La tabellina pitagorica, di lontana memoria, viene imparata se in famiglia hai qualcuno che te la insegna. Viceversa vengono imbottiti della teoria degli insiemi, ma quando arrivano, se arrivano, alla matematica analitica, trovano impari difficoltà a risolvere il calcolo di una semplice matrice [A + A11 + A12 + ….. Ann]

Il 7 novembre 2013. Il Parlamento ha approvato il decreto «L’Istruzione riparte». Contiene tra l’altro, dice il comunicato del Miur, «borse per il trasporto studentesco, fondi per il wireless in aula e il comodato d’uso di libri e strumenti digitali per la didattica». Reintroduce anche una materia soppressa, la Geografia che nella scuola media inferiore e superiore, non si studia più. Giorni fa, in uno dei pochi “Quiz” che la televisione di stato trasmette, un candidato ha affermato che il paese di Guardia Piemontese si trova in Romagna  e che l’aeroporto della  Malpensa è in provincia di Milano; non sanno che cosa sono le maree, né da cosa dipendono (eppure abitano in località marine). Non si studia più la Matematica, se non sono forniti di calcolatrici, ultime generazione, fare un log manualmente o con metodo tabellare è ….. boh ! 

Inapplicato l’art. 9 della Costituzione, tradito il pensiero di Roberto Longhi che si batteva per «quella Storia dell’arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione». Si domanda Salvatore Settis: «A che cosa serve la Storia dell’arte? È semplice: come tutte le scienze (e in particolare quelle storiche) serve per capire. Serve per capire un mondo come il nostro inondato da immagini senza subirle passivamente, sapendone smontare e ricostruire i meccanismi di persuasione. Perché se rinunciamo a capire, faremo come i ciechi della parabola illustrata da Brueghel nel quadro conservato a Capodimonte: quando un cieco guida l’altro, tutti cadono nella fossa». 

“Un controsenso o, piuttosto, un suicidio. Stiamo infatti custodendo e valorizzando, con un enorme dispendio di risorse, il capitale storico-artistico più prezioso del mondo e al contempo formando i cittadini che lo dilapideranno. Cos’altro aspettarci dall’inevitabile diseducazione delle future generazioni? Stiamo per consegnare nelle mani di un popolo devastato dalla riforma Gelmini, incapace di distinguere una chiesa gotica da una barocca, un inestimabile patrimonio culturale. Un patrimonio che noi oggi, paradossalmente, con ingenti investimenti, cerchiamo di preservare proprio per quelle stesse generazioni che potrebbero, un domani, arrivare verosimilmente a distruggerlo.”

Quanto sono lontani i tempi in cui Dante degli Alighieri scriveva: TANTO GENTIL E TANT’ONESTA PARE, nella metrica del Dolce Stil Novo:

TORQUATO CARDILLI scrive – Se Lucio Apuleio, autore dell’Asino d’oro, l’unico romanzo scritto in latino pervenutoci interamente, potesse tornare in vita dopo due mila anni, certamente arricchirebbe i libri delle sue Metamorfosi ispirandosi alla mandria di somari che ci governa, perché l’Italia pur cambiando verso, come enfaticamente proclama Renzi il Magnifico, emette sempre lo stesso raglio.

Alesben B.


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