Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Vi racconto perché ero tra i primi partigiani in Valbormida

La scelta partigiana di Oreste Arnello, 89 anni compiuti e con gli auguri di una torta per i 60 anni di matrimonio felice con Liliana.

 

 

Oreste Arnello e Liliana Solia alla festa del 60° anniversario di matrimonio, felici e sorridenti

 

Oreste Arnello, 89 anni, a 18 anni diventò partigiano

Uno dei primi partigiani della Val Bormida, Oreste Arnello, 89 anni compiuti, sessant’anni di matrimonio celebrati il mese scorso (vedi foto con la moglie Liliana), racconta per Trucioli.it la sua scelta coraggiosa di entrare nella Resistenza per combattere tedeschi e fascisti.

Il racconto del partigiano Ornello: “In quei giorni di giugno 1944 un tema di discussione era il bando del maresciallo Graziani che chiamava alle armi nelle fila dell’esercito della Repubblica Sociale alcune classi e tra non molto sarebbe toccato alla mia. Allora avevo diciotto anni e presto avrei dovuto rispondere al bando o darmi alla macchia come avevano già fatto molti giovani in altre zone della Valle Bormida. Entrambe non erano senza rischi, arruolandomi sarei stato mandato a combattere gli Alleati, salendo in montagna avrei invece dovuto combattere tedeschi e fascisti. I primi non mi erano mai piaciuti, nemmeno quando erano nostri alleati, i secondi mi erano sempre stati indifferenti, ma alla fin fine odiavo anche loro. Vincendo il timore che qualcuno potesse fare la spia, tra noi amici, discutemmo molto su quale decisione prendere e finalmente, in quattro arrivammo ad una conclusione.

Sergio Barbieri, conosciuto come “Guerra”, allora aveva vent’anni ed era già stato militare; Mario Castellano “Mancèn”, Rinaldo Rossi ed io che di anni ne avevamo diciotto, convinti che non c’era tempo da perdere in discussioni, una sera, dopo aver preso quel poco che pensavamo potesse servirci nella vita all’aperto, lasciammo le nostre case e ci rifugiammo al di là della Bormida, nella zona di Montebrì e precisamente in quella località chiamata Vadermo. Era un luogo impervio e coperto di boschi con molte possibilità di fuga nel caso i fascisti avessero tentato un rastrellamento. Vi restammo per una quindicina di giorni. Dormivamo nel fienile della cascina dei farmacisti Rodino. Non era certamente un tipo di vita che avremmo potuto portare avanti per molto tempo. Mangiare ce n’era poco e quel poco ce lo portavano mia madre e quella di Barbieri correndo grossi pericoli nel caso fossero state intercettate dai fascisti o dai tedeschi. Eravamo anche armati, quattro fucili che non so come Mancèn era riuscito a nascondere dopo l’8 settembre, alcune bombe a mano e pochissime munizioni. Perciò decidemmo di muoverci e di raggiungere Santa Giulia, più a nord, dove già prima di allontanarci da casa, avevamo sentito raccontare che un certo Matteo Abindi, detto il Biondino, aveva costituito un nucleo partigiano e aveva già dato vita ad azioni di guerriglia. Prendendo i sentieri tra le colline ed evitando le strade più battute, superammo Montebrì e scendemmo in località Rodini, nel comune di Dego. Qui, nel piccolo nucleo abitato di Brovida, nonostante tutte le nostre precauzioni per non essere visti, ci imbattemmo in due persone. Per nostra fortuna mi accorsi che uno di loro lo conoscevo, era Giuseppe Milano di Cairo Montenotte, mentre l’altro non lo avevo mai visto.

Saluto Milano chiamandolo per nome, ma questi mi dice subito che d’ora in poi avrei dovuto chiamarlo Tom e mi spiega che, essendo entrato nella fila partigiane, non era prudente utilizzare il proprio vero nome per evitare, nel caso fosse arrivato nelle orecchie dei fascisti per qualche soffiata, che le famiglie avessero dovuto pagarne le conseguenze. Gli raccontiamo le nostre peripezie e la nostra intenzione di raggiungere il Biondino e di unirci a lui. Milano ci risponde che giovani come noi che scappano dal bando e che voglio entrare nei partigiani ce ne sono tanti altri e un gruppo di loro si sta radunando nei boschi sopra Rocchetta e che lui stava andando proprio la per incontrarli. Alla fine ci convinse a seguirlo e ci rimettiamo nuovamente in marcia ripercorrendo a ritroso la strada che avevamo fatto all’andata. Superiamo Vadermo, saliamo verso la chiesetta di San Giovanni e, seguendo la costiera sui calanchi che fanno da cornice alla Piana di Rocchetta dal lato della Bormida, raggiungiamo la frazione dei Chinelli.

In giro non c’era ombra di né di tedeschi, né di fascisti e nemmeno di gente del posto che comunque, in quei tempi, quando vedeva qualche estraneo preferiva farsi i fatti propri e tenersene lontano. Adesso veniva la fase più difficile perché dovevamo guadare il fiume, cosa non impossibile in quella stagione, e attraversare la statale. La strada non era trafficata come al giorno d’oggi, ma molto spesso ci si poteva imbattere in qualche automezzo militare o in quelle micidiali motocarrozzette tedesche che ti piombavano addosso senza che te ne accorgessi. Poi, per più di un centinaio di metri saremmo stati allo scoperto. Con il fiato in gola e con tutti i sensi tesi a prevenire il pericolo riuscimmo a guadare la Bormida e ad attraversare la strada difficoltà rifugiandosi precipitosamente al riparo del bosco.

Ci fermammo alcuni minuti a riprendere fiato e quando Tom ci invitò a riprendere la marcia, il suo compagno ci disse che lui era intenzionato ad andare a Cairo Montenotte. I due si misero in disparte e dopo una breve discussione piuttosto animata e con Milano che appariva piuttosto contrariato, ritornarono dicendo che si andava avanti tutti quanti. Anche se a diciotto anni si hanno forze da vendere la fatica cominciava a farsi sentire: le gambe si facevano sempre più pesanti, dopotutto era dal mattino che stavamo marciando senza sosta. Passando dalla Funga arriviamo finalmente ai prati dei Ravagni, ci guardiamo attorno e ci inoltriamo nei boschi contigui, ma nessuna traccia delle persone che Tom ci aveva detto avrebbero dovuto trovarsi lì.”

 A cura di Bruno Chiarlone Debenedetti

La scuola di Rocchetta di Cairo Montenotte

 

 

 

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B. Chiarlone

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