Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Alassio ‘giallo Berrino’, dopo 40 anni ecco l’ultima sentenza. I Mombelli innocenti, ma calunniati senza dolo dal pittore sotto choc

Il ‘giallo Berrino’ 40 anni dopo. I fratelli Vincenzo ed Ezio Mombelli che avevano chiesto a Mario e Giorgio Berrino un miliardo e mezzo di danni, sono stati condannati (15 gennaio scorso) a rifondere le spese di lite (5.370,00€) a Marina Berrino e Karin Zajewski.  Spese compensate, invece, sempre per i Mombelli, nei confronti di Rosalba Benvenuto, Luisella Berrino, Angela Berrino. La sentenza è della Corte d’Appello di Genova ‘investita’ dalla Corte di Cassazione. La controversia civile era iniziata il 10 luglio 1984 con atto di citazione  dell’avv. Isidoro Bellando (poi deceduto) al tribunale di Savona per conto dei due fratelli che, in sede penale, furono scagionati dall’accusa di Mario Berrino di aver fatto parte dei sequestratori e liberato dopo un ‘riscatto’ di 300 milioni di lire. Lo stesso Berrino (non più in vita) si era costituito parte civile chiedendo ai Mombelli il rimborso, i danni morali e le spese. FOTOSERVIZIO SILVIO FASANO

Ezio Mombelli

Una storia rompicapo, intricata, dimenticata dalle vecchie generazioni, probabilmente sconosciuta ai giovani.  Ora arrivata al suo definitivo epilogo giudiziario. E la verità giudiziaria non è necessariamente quella reale, ma è la sostanza dello Stato di diritto.

Vincenzo Mombelli

L’aspetto penale è stato scritto e rivelato in buona parte. Restava in piedi il contenzioso civile della richiesta dei danni avanzata da Vincenzo ed Ezio Mombelli. Il loro legale nelle prime righe della citazione scriveva:  “ La Stampa Sera di martedì 9 luglio 1974, a piena prima pagina, dava ampia e particolareggiata notizia del ‘rapimento del pittore Berrino Mario‘ che avrebbe avuto luogo poche ore prima dell’uscita del giornale. Vi figuravano – riportati e ripresi dai quotidiani nazionali dei giorni successivi – l’anticipato resoconto ed il programma dello svolgimento del ‘sequestro in corso’ fino alla auto liberazione in pieno giorno – ore 13,15 – di venerdì 12 luglio. La gestione del sequestro è durata tre giorni“.

LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI SAVONA –   E’ toccato alla seconda sezione della Corte d’appello di Genova ( (presidente Massimo D’Arienzo, relatore Rossella Atzeni, a latere Marcello Castiglione) motivare le ragioni finali, dopo vari gradi di giudizio, in fatto e diritto. I fratelli Mombelli furono arrestati  il 16 luglio 1974 e rimasero in carcere fino alla vigilia di Natale, dopo essere stati incolpati da Mario Berrino quali autori del sequestro. I giudici rimarcano che Berrino  ribadì le accuse  anche nell’ambito di  deposizioni testimoniali, lettere ai giudici e agli inquirenti. I Mombelli, invece,  replicavano che si trattava di una denuncia calunniosa, pur sapendoli innocenti come ha dimostrato la sentenza del giudice istruttore  del tribunale di Savona (Michele Del Gaudio) del 27 febbraio 1982 con il non luogo a procedere ‘perché il fatto non sussiste’. In secondo grado la Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Genova (28 luglio 1982) sentenziava non doversi procedere “per non aver commesso il fatto“.  Due conclusiosi diverse, ma la sostanza (innocenza) era conclamata.

Mario Berrino

Il tribunale civile di Savona, sulla base  delle produzioni documentali, aveva poi respinto le richieste di risarcimento danni dei Mombelli “perchè infondate”, respingeva la domanda di Mario Berrino  di condannare i fratelli “perchè infondata“, compensava integralmente le spese di giudizio tra le parti.

LA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO – I Mombelli hanno proposto appello e nel 2008 i giudici di Genova  dichiaravano l’estinzione del giudizio e compensavano le spese tra tutte le parti in causa.  La Corte riteneva  che si fosse verificata l’estinzione del processo essendo scaduti i termini (sei mesi) dalla comunicazione  del decesso di Giorgio Berrino (citato nel giudizio civile di richiesta danni col fratello Mario) , avvenuta con la comparsa di costituzione  del suo difensore in data 5 novembre 2003.

IL RICORSO IN CASSAZIONE –  E’ scaturito un nuovo ricorso dei Mombelli  alla Corte di Cassazione che veniva accolto, con rinvio alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione.  La Cassazione, nel 2011,  rilevava che la morte di Giorgio Berrino era avvenuta nel corso del processo di primo grado e non era stata comunicata ai Mombelli, nè dichiarata dal suo procuratore, di conseguenza doveva ritenersi valida la notifica di impugnazione. I Mombelli non ebbero notizia del decesso. La stessa Cassazione osservava che il difensore di Giorgio Berrino si era costituito il 5 novembre 2003 senza un mandato che lo legittimasse visto che il suo assistito  era già deceduto.   Il processo, dunque, non poteva ritenersi estinto.

LE LAGNANZE DEI MOMBELLI – Per la difesa dei Mombelli esisteva un nesso di causa tra le accuse di Mario Berrino e i danni patiti. Vale a dire se non li avesse riconosciuti autori del sequestro di persona non sarebbero stati coinvolti nel procedimento penale. Non solo, il legale dei Mombelli  ha sostenuto la sussistenza di un illecito penale, mentre il tribunale di Savona aveva sentenziato solo sull’illecito civile ai fini risarcitori. E ancora: “Il tribunale di Savona avrebbe omesso l’autonoma valutazione  del materiale probatorio documentale prodotto dai Mombelli e non contestato”.  Infine c’era l’aspetto diffamatorio a mezzo stampa del Berrino anche dopo la definizione del procedimento penale, ma i Mombelli – tesi dei difensori del pittore e dei famigliari eredi –  “non hanno mai chiesto il risarcimenti dei danni”.

Luisella Berrino

L’ULTIMO RESPONSO DELLA CORTE D’APPELLO – Il collegio presieduto da D’Arienzo ritiene  che il tribunale di Savona “abbia correttamente ritenuto insussistente il nesso causale tra la condotta del Berrino e i danni lamentati dai Mombelli, alla luce della giurisprudenza della stessa Cassazione”.  I giudici rilevano che il rapimento avvenne all’una di notte del 9 luglio ’74. Gli inquirenti (carabinieri e polizia) indagarono, fecero controlli, perquisizioni, intercettazioni telefoniche, in particolare sulle utenze della famiglia del rapito nonché del geometra Angelo D’Amato  di Alassio (morirà successivamente). A lui i rapitori ‘avevano chiesto telefonicamente di fungere da intermediario”.

Il 13 luglio, tre giorni dopo il rapimento, Mario Berrino si presentava ai carabinieri di Alassio (allora al comando del tenente Massimo Cetola che ‘sposò’ la tesi del falso sequestro)  riferendo di essere riuscito a sfuggire ai rapitori, dopo averlo sequestrato nel giardino della sua villa sotto la minaccia di una pistola ed incappucciato; lo avevano condotto a bordo  di un’autovettura 600 Fiat priva di sedile, su un percorso accidentato e dopo una breve sosta condurlo a piedi in uno spiazzo erboso nei pressi di una casa color rosa, dove venne legato ad un albero; in seguito  spostato nella casa e bloccato con catena ad un pilastro.

Sempre dalle carte processuali dei giudici d’appello: ” Berrino precisava che i carcerieri erano due fratelli, di cui il maggiore dell’età apparente di 30-35 anni, dall’accento torinese, corporatura esile, altezza m.1,60, occhi grigi, naso aquilino, colorito olivastro, occhi infossati, con una vera all’anulare della mano sinistra”. I carabinieri interrogarono Angelo D’Amato che confermava il contatto telefonico ad opera di uno sconosciuto che gli aveva chiesto di avvertire la famiglia Berrino sulle buone condizioni di salute del congiunto e un messaggio da consegnare loro che avrebbero trovato in una località di Ceriale (Peagna?ndr). Il geometra seguì le istruzioni ma non trovò nulla, se non un individuo vestito con pantaloni neri, camicia bianca.  Il messaggio fu poi recapitato e fatto trovare in un altro luogo dopo una seconda telefonata. Si chiedeva per liberazione dell’ostaggio 300 milioni  da depositare in una borsa presso la cappello del cimitero di Megli (a 2 km da Recco).  Cosa che D’Amato fece “in compagnia del figlio(un errore, si trattava del fratello ndr)  di Berrino e dell’avvocato Raimondo Ricci, legale del rapito”.

Marina Berrino

In sede di ricognizione di persona  Berrino riconosceva quali carcerieri Ezio Mombelli di 32 anni e il fratello Vincenzo di anni 21 “. Oggi sono anziani. Il primo  è sposato, padre di un figlio, un’esistenza più che dignitosa, passione per la caccia e la campagna. Vincenzo trascorre, ad Albenga, una vecchia di stenti e frustrazioni. Consuma pasti al Trincheri, ma avrebbe bisogno di aiuto ed assistenza. Chi si ricorda del loro dramma?

I giudici rimarcano che anche D’Amato riconobbe Vincenzo Mombelli quale l’individuo con pantaloni neri e camicia bianca (notato a Ceriale), il giovane allora faceva il cameriere, il fratello aveva gestito  una trattoria. Il teste chiariva tuttavia che sui giornali aveva visto in precedenza le foto dei sequestratori.  Berrino riconobbe un passamontagna  trovato sull’auto di Ezio Mombelli.

I due fratelli  sostenevano che  alcuni oggetti trovati sulle loro auto (plaid, materassino, ecc.)  appartenevano in realtà a Nomberto Laurentani (gestore della trattoria Da Ezio) e ai suoi nipoti Gennaro Coppetto e Giovanni Fida.  Ci fu una perizia fonica, non diede risultati. Anche questi tre furono arrestati, ma scarcerati per insufficienza di elementi  a loro carico.  Stessa motivazione per la scarcerazione dei Mombelli.  Contro la sentenza del giudice istruttore di Savona fece appello il procuratore della Repubblica e la Sezione Istruttoria  della Corte d’Appello di Genova il 27 febbraio 1982 proscioglieva i Mombelli ed i coimputati per “non aver commesso il fatto”. La stessa sezione riteneva di non condividere l’opinione del giudice di Savona sulla necessità di sollecitare l’avvio dell’azione penale  contro Mario Berrino per ‘simulazione di reato, calunnia e falsa testimonianza”.

Perchè Berrino non andava processato per questi reati ? Si tenga conto che tra i primi interrogatori a cui fu sottoposto le cronache citarono quello davanti al giudice istruttore Vincenzo Ferro. Un ‘incontro’ drammatico al termine del quale il giudice avrebbe contestato la ‘simulazione’, disposto il ‘fermo’ ; il pittore con mossa fulminea pare volesse gettarsi dalla finestra del terzo piano del vecchio palazzo di giustizia. Si parlò di una telefonata al giudice Ferro dell’allora procuratore  generale della Repubblica.  I giudici della seconda sezione scrivono che “ la sezione istruttoria della Corte aveva correttamente ritenuto che la labilità delle prove non fossero tali da escludere anche la sussistenza del reato di sequestro, quali l’accertata scomparsa del rapito, il ritrovamento degli oggetti descritti nei luoghi del rapimento, l’effettiva consegna della borsa con denaro (anticipato alla famiglia dall’allora Banca Galleani ndr); il ritrovamento di banconote in giro per l’Italia…ma è fuori dubbio che la perizia fonica non aveva consentito di identificare nei due fratelli i colpevoli…esistono nei loro confronti carenze probatorie atte ad escludere la responsabilità nel sequestro“.

Rosalba Benvenuto vedova di Mario Berrino

LE CONTRADDIZIONI DI MARIO BERRINO – La Corte d’Appello rileva le ‘dichiarazioni contradditorie di Berrino. Ha citato il passamontagna, ma è emerso che le maglie non erano così larghe da permettere di vedere come lui ha sostenuto.  Ha taciuto che conosceva Ezio Mombelli. Lui, pittore, come rilevò il giudice Ferro, fornì una descrizione che non corrispondeva alle fattezze dei due Mombelli, ad esempio il colore degli occhi.  “Da qui la corretta  esclusione di ogni responsabilità della sezione istruttoria della Corte d’appello”.

Perchè Berrino non doveva essere riconosciuto colpevole di calunnia? La Corte scrive: ” Alla luce della giurisprudenza che richiede la sussistenza del dolo della calunnia nell’azione di risarcimento del danno….la Sezione Istruttoria della Corte d’Appello ha dato atto di uno stato di stress e di choc psichico evidente del Berrino, riconosciuto anche dal procuratore generale e conseguente trauma del rapimento…..L’evidente turbamento psicologico e di ragionevole suggestione patita dal Berrino a causa del rapimento… considerato che sul riconoscimento di Ezio Mombelli avevano potuto giocare diverse coincidenza fattuali e cioè che proprio Ezio Mombelli si recò spontaneamente sul luogo del sequestro con un’auto simile a quella usata per il rapimento….in realtà non poteva essere la stessa in quanto lui possedeva una Fiat 500 ” …e non una Fiat 600 utilizzata dai rapitori.”

Infine i giudici di Genova ricordano che inquirenti e pubblico ministero non fondarono le indagini ed il mandato d’arresto sulla base delle sole dichiarazioni di Berrino,  ma considerarono tutti gli elementi che all’epoca apparivano gravi precisi indizi e concordanti alla luce dei riscontri. Tra essi il riconoscimento di Ezio Mombelli da parte del geometra D’Amato che lo trovò nei pressi di Ceriale. Inoltre “non è risultata provata la specifica volontà del Berrino di accusare i Mombelli di sequestro di persona, pur nella consapevolezza della loro innocenza”.

Karin Zajewski vedovo di Giorgio Berrino

I Mombelli dovranno infine rifondere le spese di giudizio  a Karin Zajewski, vedova di Giorgio Berrino (fu eletta miss Muretto al termine di una giornata di polemiche, infatti la proclamazione ufficiale di un’altra candidata venne annullata perché si trattava di una minorenne). La donna, un’avvenenza giovanile che non passava inosservata, vive ad Alassio.   Stessa cosa per Marina Berrino in quanto i Mombelli “nelle conclusioni formulate (dal difensore ndr) “non hanno mai chiesto la condanna delle due donne, quali eredi di Giorgio Berrino.

Si conclude così uno  dei capitoli più bui  e oscuri della storia di Alassio dell’ultimo mezzo secolo.  La personalità di Berrino, il suo protagonismo l’hann0 proiettato spesso sotto i riflettori di giornali, tivù, manifestazioni pubbliche fino agli ultimi giorni della sua vita. Ad Alassio pare si fosse spogliato di tutte le proprietà, trasferendo a Montecarlo i suoi interessi. La Città del Muretto ha continuato ad amarlo, rispettarlo, osannarlo. Ben altra sorte è toccata agli innocenti Ezio e Vincenzo Mombelli, sbattuti 5 mesi in carcere, sulle prime pagine e nei primi titoli della Rai, poi perfettamente dimenticati dai cronisti e dalla cosiddetta società civile. I genitori morti di crepacuore.. Prima di loro il ‘giallo Berrino‘ aveva assistito ad un suicidio e tre decessi ‘strani’ tra i testimoni. Si era suicidato anche il giornalista pubblicista Ernani Iezzi, corrispondente de La Gazzetta del Popolo e di un’agenzia di stampa nazionale; aveva convissuto e combattuto con  Vania Mombelli, la sorella. In uno studio legale della Riviera è custodito un ‘patto segreto‘ stipulato tra il giornalista Iezzi e il ‘papa del Muretto‘ che ha pure scritto (tre edizioni) il volume “Mario Berrino”: 125 pagine, copertina gialla, 13 pagine dedicate al rapimento, alla sua verità.

LE ULTIME RIGHE

Le ultime righe di Mario Berrino: “...Ma per ora attendo al Mulino, al mio vecchio e caro Mulino: come un vecchio leone ferito, materialmente e moralmente, non ho più tanta voglia, nè forza di lottare. Non ne vale la pena, tutto sommato. Attendo solo quella giustizia che mi spetta, ch’è mia e intanto resto lassù a leccarmi le innumerevoli ferite, grandi e piccole, lontane e recenti; me le sto leccando con molta amarezza e girandomi intorno mi accorgo, mio malgrado, che tutti in casa mia e nelle abitazioni dei miei fratelli stanno facendo la stessa cosa.  Il mondo cambia, ed è vero, ma dove se ne sta andando ? “

 Luciano Corrado  

 LEGGI LA SENTENZA INTEGRALE DEL 15 GENNAIO 2014 DELLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA

 

L.Corrado

L.Corrado

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