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Lo scrittore / Effetto smagliante

Ettore stava seduto su un puff a forma di fungo, e comodo attendeva l’arrivo dell’ora di pranzo. Dopo alcuni istanti, si alzò lentamente e strascicò i piedi sul tappeto spesso.  La casa era ormai quasi spoglia di mobili, argenteria e suppellettili: era stato venduto pressoché tutto per mantenere la famiglia.

Sulla parete a destra si apriva la porta della cucina e, attraverso di essa, lo sguardo era immediatamente catturato da un oggetto dal fascino assoluto: un enorme orologio a cucù, chiaramente fuori luogo. Entrò in cucina proprio nel momento in cui Agata aveva appena divorato chissà quanti pasticcini, a giudicare dal casino che c’era sul tavolo. Quella donna era stata una grande amante per lui. Un tempo era stata divertente, piena di fascino e intelligente. Poi un’estate, anni prima, gli aveva parlato dei suoi disturbi alimentari: era diventata bulimica.

Nell’assortito disordine domestico, ebbe la sorpresa di notare pure un dolce alla panna, ancora intero. Cercando di non dare nell’occhio, si voltò leggermente per scrutarlo voglioso. Gli piaceva la panna, gli era sempre piaciuta. Pensò che fosse ora di occuparsi di se stesso. Mangiare un dolce alla panna sarebbe stato farlo. Bisognava che si occupasse di se stesso, del proprio piacere immediato. Immaginò che, però, sarebbe stato opportuno mettere subito quel dolce un po’ al fresco, prima di mangiarlo. Spalancò il frigo e rimase inorridito per quel che vide. Non se ne sarebbe andato, finché non avesse avuto una risposta ad alcune domande, nemmeno poi tanto banali. Il frigo era letteralmente quasi vuoto, ma non capiva perché ne uscisse puzza orrenda.
Eppure dentro non c’era nulla di andato a male e tutto era ben sigillato. Di due sere prima era l’ultimo pasto insieme, racimolato con tanta frugale avvedutezza, a base di melanzane alla parmigiana e  pomodori col riso. Osservava lei, la quale altro non faceva che stare troppe ore seduta davanti alla TV e s’ingrassava di porcherie, vere e virtuali. Ettore, quindi, spazientito mangiava spesso da solo, come e quando poteva permetterselo, in giro nei bar. Dunque era ovvio per lui vedere e pensare tutte queste cose. Quando si sentiva debole, beveva e caricava la sua anima come una rivoltella. Come una sputafuoco micidiale. Respirando come un mantice e puntando il dito, le disse:  “Per favore… spiegami. Io, si, ti amo tantissimo, ma tu se non mi fai da mangiare vuol dire che allora non è vero che mi ami…”.  Come tutte le donne, Agata era spesso spaurita e cauta e non gli diceva la verità; allora lui imprecava e si arrabbiava. E lei si agitava tutta. Poi l’uomo non si limitò a sbraitare: la prese per la veste e la strattonò. Lei lo conosceva troppo bene, per non accorgersi che si stava incavolando di brutto. Si mise ad urlare, tanto che la sentivano per tutta la via.. Così, Ettore mollò la presa e fece: “Che cretinate ti sto dicendo, Agata?”. Agata lo guardò con aria interrogativa. “Si, sì, sono tutte cretinate!”, urlò sbattendo il pugno sul tavolo e facendo tremare una bottiglia semivuota di plastica.

Agata, quindi, giurò a se stessa che sarebbe riuscita, prima o poi, a mollare tutto, la sua vita lì in quella città, che non c’entrava niente con lei, a mollare quell’uomo odioso, che ora stava scalciando nervosamente. In fondo era una sessantenne, se non proprio in buona salute, a sprazzi ancora allegra, energica e loquace. Il gatto sbucò da sotto il tavolo soffiando, con le orecchie all’indietro e la coda ritta. “No, no!”, disse Agata, gettando sul tavolo il suo sguardo, quando lo vide, con un balzo, atterrare sulla tovaglia e iniziare a correre fra piattini, bicchieri e posate, che da giorni aveva tralasciato di sparecchiare. Il dolce cadde a terra con uno schianto da infarto. La panna imbrattò finestre e muri; il piatto andò con uno schiocco in frantumi. Intorno penzolavano mosci i tendaggi sbiaditi e consunti dal tempo.  Passato in rassegna il pavimento, con lo scrupolo e la serietà di un segugio deciso, Ettore si chinò come un enorme mastino, con tutti i denti scoperti. Poi, rapido e goloso, raccolse i residui del dolce con il palmo della mano. In seguito al movimento brusco, incontrollato, gli sopraggiunse un dolore penetrante nella regione delle vertebre lombari. Quindi si sedette a gambe incrociate sul pavimento ed iniziò ad assaporare quei rimasugli a piccoli bocconi, gustandone il sapore ancora dolciastro, misto ad umori di polvere impalpabile, di umidità e sporcizia, creatasi rovesciando liquidi, inzaccherando, macchiando, bruciacchiando, battendo, trascinando i piedi, graffiando quel logoro pavimento. Ettore si leccò le dita, masticando la sudicia poltiglia. “Com’è? “, domandò Agata. “ Molto saporita”, mentì lui. Agata lo fissò sbigottita. “Non augurerei questo destino a nessuno…”, esclamò Ettore. “Nemmeno a me?”, chiese la donna.  Ignorando il dolore alla schiena, Ettore si risollevò e, dando le spalle ai resti di quel grottesco spuntino, si fiondò verso di lei, in cerca di qualcosa. Le accarezzò la guancia, lanciandole uno sguardo apertamente compassionevole e la prese in braccio. Lei prese a ridere: era la prima volta che un uomo la sollevava così, con tutti i suoi volumi. Prese a ridere e si allacciò a lui, esclamando: “Come se fossi una farfalla”. Chiuse gli occhi e divenne seria: “Una farfalla e mai ho avuto ali in questa cucina”. Per la sua età era una donna parzialmente attiva, ma non era più abituata a subire simili manovre. Quanto era stata magra, altrettanto adesso era obesa, con un ventre gonfio sotto al quale le penzolavano sempre le lunghe mammelle dondolanti. Era ingrassata di colpo, e camminava con fatica, con la sua  chioma di capelli grigi aggrovigliati, strati di vestiti, grosse scarpe da ginnastica e spessi calzini di lana sopra le gambe venose. Qualche secondo dopo, per effetto del suo peso, si capovolse su un lato in modo maldestro. Ettore non riuscì a reggerla fra le braccia, per cui lei scivolò lentamente a terra senza fiato, con lieve sgomento, e insieme un piccolo contraccolpo di sollievo.  Gli sarebbe stato impossibile esprimere nei riguardi della poveretta un gesto di conforto, una confidenza, o semplicemente una disillusa constatazione. Era frastornato da costanti sbalzi di umore, con cui  non poteva ricostruire un mondo lacerato, se non in modo fittizio e inautentico. In quel momento, restando fermo in piedi, come paralizzato, a osservare con orrore crescente la scena, Ettore pensò che sarebbe stato proprio egoista, e pedante, ad andare su tutte le furie per un po’di disordine in cucina. Non ne valeva la pena, siccome erano già stati condannati a vivere una vita stentorea e grama. All’origine di tutti i problemi, la carenza di soldi: due poveri disgraziati che cercavano mostrare ancora la loro passata ricchezza, come a perenne ricordo di tutta un’antica gloria e potenza che nulla riusciva a ravvivare. Sul pavimento le finestre riflettevano piccoli quadrati grigio-perla, i quali lanciavano attraverso la stanza leggere colonne di luce fosforescente. La casa era disadorna e vuota. Era vuota a parte loro. Non c’era nessun’altro. Un gran silenzio era intorno a lui e dentro di lei. Con un sospiro carezzò la testa di Agata, prostrata davanti a lui e con parole gentili la blandi, e la consolò, ascoltando poi la sua storia. Non disse nulla, ascoltò e basta, sentendosi il cuore lacerare dal dolore. Non si rammaricava nemmeno per il tormento sofferto negli ultimi tempi. Quei giorni e quelle notti, trascorsi a struggersi, facevano ormai parte del suo patrimonio di sentimenti. Erano emozioni che avrebbe custodito per sempre. Se lei l’amava troppo si sarebbe sentito soffocare, ma proprio mentre era sul punto di scoppiare a piangere, capì che se lei non l’amava più, il risultato sarebbe stato ugualmente fallimentare. Scaturiva ai suoi occhi l’immagine di una carcassa femminile, mal impiastrata e mal vestita, che rigurgitava la canzone più triste del suo viso decadente. Vide in quella creatura una gigantesca donna corpulenta, orribilmente frustrata, che mormorava a se stessa per farsi compagnia. Si concentrò a tentare di immaginare quale fosse un sentimento lineare, di puro, autentico amore. Realizzò che qualunque donna poteva fare innamorare un uomo, se sapeva come fare. Era questione di metodo, perché era vero che per qualsiasi donna, per quanto malpresa fosse, esistesse un uomo in qualche parte del mondo che la trovasse meravigliosa.

Agata fremette di rabbia nel volto, mentre quell’uomo uomo le stava davanti impassibile.  Non aveva più il volto rassicurante, l’abito gessato impeccabile, il sorriso morigerato, quasi timido, capelli e basette cesellati, come  quando l’aveva conosciuto e ne era rimasta affascinata. A colpirla non era stato il suo aspetto fisico, quanto la sua grande maestria nell’uso del linguaggio. Il tono della sua voce era sempre armonioso, i suoi discorsi suadenti.  Tutti questi ricordi si fondevano nell’effetto smagliante, pomposo, barocco, ottenuto anche per mezzo dei vanitosi orpelli di una moda sguaiata, che Ettore un tempo usava.  L’ostentazione di fascinazione della bellezza esteriore che corrompeva facilmente quella interiore. La donna si alzò in piedi,  quasi di scatto e in modo del tutto inaspettato. Corse verso la credenza ma, il forte braccio l’afferrò. Era stata nuovamente presa da lui, ma gli diede un pizzicotto sul naso e gli fece perdere l’equilibrio. Così si liberò. Si precipitò verso la credenza, aperta l’anta in alto ebbe l’agio di sostenersi con una bottiglia di vermouth, una di cordiale, un’altra di nocino artigianale, … aveva fin lì resistito tutta la mattinata con edificante sobrietà, in quell’inizio di pomeriggio si poteva concedere qualche boccata di liquore e qualche presa di trinciato. Fluttuando verso il soffitto, poté vedere il suo corpo rimasto in basso, una grossa e rugosa donna sulla sessantina. Stava solo fluttuando, in attesa di qualcuno che venisse ad aiutarla. Si rese conto di una luce e di sentirsi attratta da essa, fin quando non riuscì a prendere un po’ di sonno, anche se fu un sonno molto agitato e convulso, di cui mai le venne la fregola di interpretare tutti i sogni.

Antonio Rossello

 

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