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Il Libro / Campanile, tanto per dire di Gianni Romolotti

Achille Campanile è uno di noi. Riesce ad entrare nelle nostre zucche, nei nostri sentimenti. Toccando le corde del cuore e della coscienza. Più che umorista – il più grande – è un amico di famiglia e di salaci avventure. Animatore di personaggi incredibili, imperatore del nonsense. Ma  persona seria ed amante della famiglia.

 

   

   Mi manca questo amico. Ho letto – e più volte – tutti i suoi libri, invano ne sto cercando dei nuovi. Niente da fare. Allora un bel giorno mi son messo di buzzo buono a scriverne uno io, di questi libri. Alla sua maniera, immedesimandomi nel suo inarrivabile stile che fa sorridere il cuore. L’ho scritto per me, ma anche per i mille e mille fan di Campanile ai quali non parrà vero di scoprire un ennesimo suo libro, ancora inedito. Non una sfida ma una pacca del grande Achille sulle mi spalle. “Coraggio” mi ha detto. Ed eccomi qua.

    Questo libro non so se finirò di scriverlo. Non so se sarà stampato. Non so quando. Non so se avrà un titolo, né quale sarà. Tutta colpa di un certo partito e di Achille Campanile. O bella, come si spiega?

   Cominciamo dal più cruento dei colpevoli, il partito. Ancora oggi, dopo sessant’anni dalla fine della guerra, molti non hanno capito come stanno le cose. Oggi, per poter  pubblicare un libro, devi essere della loro provata fede, meglio se camuffata. Essere contro la morale e la famiglia. Essere un buonista d’accatto. Essere nelle grazie di sua eccellenza la Rai. Essere nelle grazie di molte, troppe lobby. Essere un criminale, meglio se seriale. Questo elenco   disgraziato potrebbe continuare, ma perché intristirsi?

   Il secondo colpevole è Achille campanile. Ma qui la faccenda è leggera,  ironica ed affettuosa. Stiamo parlando di uno di famiglia, di uno zio mattacchione ed affettuoso che ama raccontare barzellette. Campanile – mentre ne sto scrivendo – sta sghignazzando da qualche parte, probabilmente creando non sensi e giochi di parole con qualche Santo boccalone. Insomma, la verità è che quell’accidente di Campanile ha scritto già  tutto lo scrivibile, anche quello che io ho in mente. Non c’è niente da fare, si può solo plagiarlo. Copiare – in altre parole –  la sua mostruosa capacità inventiva, il suo racconto di se stesso, di noi stessi. Campanile ci conosce uno ad uno. Siamo tutti catalogati, cloni dei vari Arocle, Capistrelli, del vecchio Gianni Gianni, di Whittiterly, di Cornabò.

    Quest’ultimo – Gino Cornabò, una vittima di Campanile – sono io che scrivo. Che non ambisco ad essere cavaliere, ma come Gino Cornabò, ambirei l’onore delle cronache. Ho paura che avrò questo onore solo quando andrò sotto una macchina.    “Avete capito? – direbbe Cornabò – il sottoscritto per diventare famoso sia pure per mezza giornata, deve essere investito da un autovettura”. Così più o meno avrebbe scritto il grande Achille. Non il Pelìde.

   In tanti han scritto di Campanile. I più tristi e scialbi a mio parere Eco e Siciliano. Per apprezzare Campanile bisogna essere come lui, imprevedibili e i due citati sono molto prevedibili. Oreste del Buono, invece  un grande, che ha capito e vissuto Campanile, così come Barbara Silvia Anglani che ne ha scritto – e bene – nell’introduzione a quel bel libretto “Celestino e la famiglia Gentilissimi”. Probabilmente si è calata nei panni di una famigliare di quella disgraziata ed educatissima famiglia.

   Torniamo a me ed la mio libro. Che titolo dargli?

 “Campanile ti odio”. “Caro Campanile”. “Arocle mon amour”. “Questo libro è un plagio”. “Achille perdonami”.”Che possiate strozzarvi”?

     Una volta risolto il titolo, che gentilmente mi consiglierete e del quale non terrò alcun conto, passiamo al contenuto di questo pessimo libro che galleggia sulle scopiazzature. Dovremo riconoscere, se non altro, l’onestà intellettuale merce molto rara oggi.

Buona jattura*

*Ecco, questo potrebbe essere uno scherzetto di Campanile. Maledetto! 

Gianni Romolotti

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