Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Il politologo di Savona: ‘Non invento nulla e non temo a definirmi vetero’

Mi capita spesso, nel leggere o nell’ascoltare interventi di analisi, riflessione, proposta politica, di provare una sorta di angoscia. Compare, infatti, trasversalmente dal punto di vista della collocazione culturale e politica dei diversi autori, una sorta di affannosa rincorsa a una sorta di indiscriminato “nuovismo”: il ‘900 è finito, servono soluzioni “nuove”, le categorie classiche di interpretazione filosofica, sociologica, economica appaiono ormai totalmente superate.

Non parliamo poi delle interpretazioni di natura politologica: ruolo dei partiti, rapporto tra sistema politico e società, funzione delle istituzioni. Tutto uno scibile che appare ormai del tutto obsoleto e lasciato a una sorta di furia iconoclasta: distruggere per mandare “tutti a casa”, rottamare, con lo scopo, evidentemente, di lasciare – esauriti i corpi intermedi- un “uomo solo al comando”. Esaltazione dell’individualismo, della personalizzazione, della politica intesa come forma esclusiva della scalata al potere.

Eppure intorno a noi gli effetti della crisi, o meglio della gestione capitalistica della crisi, dicono altro: sono in atto i meccanismi classici della creazione del cosiddetto “esercito di riserva”, avanza nuovamente – sotto le mentite spoglie della globalizzazione – la “guerra tra i poveri”. Emergono, qui da noi nel cuore del capitalismo maturo, aree di vera e propria disperazione sociale; si ravvede il ritorno a condizioni materiali di vita simili a quelle dei tempi di guerra; i giovani appaiono emarginati e dispersi.

Una disperazione che riguarda tutti i ceti sociali, senza distinzione alcuna : una disperazione che si vede anche senza l’utilizzo di sofisticate metodologie di analisi sociologica.

Non si comprende, allora, perché tutti i corifei del “nuovismo” si limitano a proclamare un generico antiliberismo, anziché proclamare a chiare lettere come sarebbe necessario la necessità di una forza anticapitalista, basata sull’analisi marxiana da utilizzare soprattutto laddove si analizza la complessità della collocazione di classe: situazione che, appunto, va verificandosi con grande ampiezza proprio in questa fase.

Emergono movimenti di contrasto a questo drammatico stato di cose anche forti e importanti, in varie parti del mondo e d’Europa: ciò nonostante non si può proprio affermare che ci troviamo in una situazione di tipo pre-rivoluzionario. Anzi alla disgregazione sociale si affianca una forte difficoltà politica espressa soprattutto da parte delle forze che dovrebbero collocarsi in un ipotetico campo progressista che hanno, invece, introiettato del tutto i modelli dell’avversario.

Torno però al tema degli effetti della crisi.

Mi pare emergano davvero proposte di soluzione per alcune delle questioni più urgenti che possono far affermare come davvero “nessuno inventa nulla”.

Sviluppo due esempi molto semplici vicini alla nostra realtà immediata: Giavazzi sul “Corriere della Sera” proponeva di pagare i debiti della P.A attraverso l’emissione di BTP (in sostanza una manovra di debito pubblico, mi pare di tipico modello keynesiano); sui giornali compare l’ipotesi di un “ricambio generazionale” attraverso uno scambio tra anziani e giovani nei posti di lavoro (si comincerà con alcune aziende, ma già si pensa al grande serbatoio del pubblico impiego, per una manovra che un tempo sarebbe stata tacciata di mero clientelismo).

Insomma: soluzioni assolutamente non in linea con il conclamato liberismo di cui in realtà, in questi anni, non è stato ravvisato alcunchè nel concreto delle dinamiche economiche: si è trattato, invece, di una gigantesco processo di finanziarizzazione dell’economia prodotto allo scopo di rendere ricchi i già ricchi e ulteriormente poveri quelli già poveri, poggiando – socialmente – su quei due pilastri cui già ho accennato: la creazione dell’esercito di riserva e proprio la “guerra tra i poveri”.

Schematismo? Semplificazione? : forse, ma proprio l’involuzione che stiamo verificando nella condizione di vita delle masse popolari, il venire meno dei diritti sociali, la sparizione del welfare indicano con chiarezza che questo presunto schematismo incontra la realtà dei fatti, la dura replica della storia.

A questo stato di cose va contrapposta direttamente l’idea di una “società altra”, di una trasformazione complessiva degli equilibri sociali, della prospettiva dello sviluppo delle forze produttive, intrecciando il complesso delle contraddizioni materialiste e post-materialiste in una visione di società che abbia al centro l’idea non perseguibile individualisticamente del riscatto sociale

Come si può osservare c’è molto da recuperare in ciò che da più parti si considera superato e obsoleto sul terreno dell’analisi sociale e della proposta politica.

Mi permetto di compiere eguale valutazione anche rispetto alle forme dell’agire politico, in particolare rispetto al tema del Partito.

Resto convinto, infatti, non soltanto che la miglior forma organizzativa di una democrazia (che nel “caso italiano” sono convinto debba restare fondata sul modello parlamentare delineato dalla Costituzione Repubblicana), rimane quella fondata sui partiti.

I partiti, pur nel modificarsi del loro modo d’essere e di organizzarsi in ragione delle profonde trasformazioni della tecnologia e dell’impatto che questa ha avuto essenzialmente sulle comunicazioni e di conseguenza sull’assetto sociale, rimangono essenziali e devono recuperare, anche sotto quest’aspetto non mi nascondo certo dietro un dito, la loro funzione di “integrazione di massa”, con un ruolo anche pedagogico, di vera e propria formazione politica, non restando semplicemente soggetti destinati a fornire “quadri” per un’indistinta, simil-tecnocratica (in realtà ferocemente classista) gestione del potere.

Ho cercato di sviluppare soltanto alcuni accenni a temi che ritengo dovrebbero essere approfonditi con grande attenzione proprio in questa fase dove trasformismo, opportunismo, smarrimento, sembrano farla da padrone.

Abbiamo vissuto stagioni diverse di vita politica rispetto a quelle attuali: dobbiamo analizzare ciò che sta accadendo ma senza smarrire le nostre coordinate fondamentali e non cedere sui principi di fondo.

Non proprio il caso di abdicare, accettando tranquillamente anche l’accusa di vetustà.

Come sempre sarà la storia a distribuire le esatte ragioni e la storia, nonostante ciò che ha scritto Fukuyama, non è davvero finita.

 

In aggiunta: non credo sia questo il momento del limitarsi all’analisi sociologica, piuttosto si tratta di aprire una vera e propria stagione di ricostituzione di soggettività e di definizione d’identità attorno a due elementi analitici di fondo: la definizione di una prospettiva di trasformazione della società sulla base dell’intreccio tra le contraddizioni “materialiste” e “post-materialiste” ( un tema, mutatis mutandis affrontato anche da Marx e Engels nell’intreccio tra lotta di classe, liberazione nazionale dei popoli, liberazione coloniale, questione sessuale) ed una proposta politica “di progetto” sulla base del mutato rapporto tra struttura e sovrastruttura ( istituzioni e comunicazioni, ad esempio, struttura o sovrastruttura?).

La questione quindi non è quella dell’analisi dei soggetti sociali e dei movimenti che li rappresentano nell’immediatezza rivendicativa, ma quella del “partito” che produce proposta politica e la porta, nella complessità della sua struttura, nella società trasformandola , per quanto possibile, in oggetto “generale” della lotta politica.

 

Franco Astengo

Caro Franco,

mi convince solo in parte, per le ragioni che ho ti già espresso. Secondo me bisogna lavorare su tre livelli:

il primo, la ricostruzione del pensiero anticapitalista (o, se volete, comunista) sotto un profilo principalmente culturale, e politico solo in senso molto lato (ovvero senza una organizzazione partitica);

il secondo, la ricostruzione di un partito di sinistra, ampio, di massa, alternativo che traguardi ad una società diversa, dove i comunisti si trovino a casa insieme agli altri che cercano di costruire questa società migliore e dove nella dialettica interna si sviluppi la natura anticapitalista e la ricerca dei fondamenti di questa nuova società;

il terzo, le alleanze immediate per governare la crisi, baciando i rospi solo se siamo sicuri che possano nel tempo permetterci di ritrovare le principesse, ovvero solo se tali alleanze possano in qualche modo, sia pure limitato, migliorare immediatamente le condizioni di vita dei nuovi e dei vecchi poveri;

Ogni forzatura organizzativistica dei comunisti (o degli anticapitalisti) da soli mi sembra destinata al fallimento.

Un abbraccio

Sergio Acquilino

Nelle scelte immediate sono d’accordo con Aquilino (partito del lavoro) ma contraria a ogni nuovismo. le contraddizioni materiali oggi sono esplosive. Mi piace del testo di F Astengo l’orgoglio novecentesco che condivido.

Maria Grazia Meriggi

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F.Astengo

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