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Il ‘caso Savona’/ Rapporti tra P2 e ‘bombe’. L’Anpi provinciale censurò Trivelloni? Clamorose rivelazioni di ‘Perchè la sinistra’

TRENT’ANNI FA L’ARRESTO DI ALBERTO TEARDO, ESPONENTE DELLA P2 E DEL PSI: ESPLODEVA LA “QUESTIONE MORALE” ANTICIPATRICE DI TAGENTOPOLI.

 

 

Carlo Trivelloni

A cura del “Laboratorio Politico per la Sinistra d’Alternativa” si è appena terminato di digitalizzare il testo di una relazione, elaborata in quello stesso 1983, dal compianto avv. Carlo Trivelloni, all’epoca consigliere comunale di Savona per la Sinistra Indipendente, che su incarico dell’ANPI provinciale aveva analizzato i rapporti tra la P2 e il territorio savonese, con particolarmente riferimento al periodo delle “bombe di Savona” (1974-75). Quella relazione, assolutamente fondamentale per comprendere il clima politico nel quale maturò la “questione morale” savonese alla fine, venne misconosciuta dai suoi stessi committenti e non pubblicata. In questi anni è rimasta nota soltanto a pochi amici di Carlo Trivelloni. Nei prossimi giorni sul nostro blog “Perché la sinistra” ne avvieremo la pubblicazione e, successivamente, organizzeremo anche momenti pubblici di riflessione, non tanto perché è necessario mantenere la memoria ma perché quella memoria ci porta direttamente alla situazione di oggi.

 

I giudici Francantonio Granero e Michele Del Gaudio, il 14 giugno 1983, escono dal Comando provinciale dei carabinieri, dopo l’arresto di Alberto Teardo


Il 14 giugno 1983, trent’anni, i carabinieri, su mandato dei giudici Francantonio Granero e Michele Del Gaudio, arrestarono nella sua casa di Albisola Superiore Alberto Teardo, esponente della P2 e del PSI assieme ad altri suoi compagni di partito, tra i quali il sindaco di Albissola Marina, Marcello Borghi.

Marcello Borghi, processo d’appello a Genova, 30-11-1987

 

Nei giorni seguenti si verificarono altri arresti di esponenti dello stesso PSI e della DC: alla fine del processo quasi tutti gli imputati furono condannati per corruzione e associazione a delinquere semplice (non fu riconosciuto lo “stampo mafioso”): risultarono assolti l’ex-deputato socialista Paolo Caviglia e il sindaco di Borghetto Santo Spirito, l’architetto Pierluigi Bovio, iscritto al PCI.

Aula bunker tribunale di Savona, è il giorno del confronto tra l’imputato Pieluigi Bovio ed il geometa (teste) Piero Nan allora capo ufficio tecnico del Comune di Loano. Presidente Gennaro Avolio, relatore Vincenzo Ferro, a latere Caterina Fiumanò

Al momento dell’arresto Teardo si trovava al centro di una campagna elettorale che, con ogni probabilità, lo avrebbe portato in Parlamento, dopo l’esperienza di assessore e di presidente della Regione Liguria: un fatto che cadde come una vera e propria “bomba” sull’intero sistema politico savonese, squassandolo violentemente; eppure quasi nessuno volle riconoscere la dimensione nazionale di quell’episodio che risultava, invece, essere assolutamente anticipatore di “Tangentopoli”.

Teardo era già al centro da qualche tempo, anche grazie alle denunce avanzate proprio dall’avv. Trivelloni, di un forte polemica politica legata alla “questione morale”: polemica politica rafforzata, nel 1981, allorquando il magistrato Gherardo Colombo sequestrò, a Castiglion Fibocchi in provincia di Arezzo, le liste degli appartenenti alla loggia massonica segreta P2 guidata da Licio Gelli. In quegli elenchi assieme a quelli di Silvio Berlusconi, Fabrizio Cicchitto, di generali, uomini politici, uomini d’affari, giornalisti, personaggi dello spettacolo figurava anche il nome di Alberto Teardo.

Pochi, sul piano politico, risposero appieno a quelle denunce e a quegli appelli: sul piano savonese e regionale, lo scrivo senza alcuna velleità di attribuire patenti di esclusività nel merito, soltanto il PdUP e la Sinistra Indipendente, oltre a qualche esponente del PCI e della CGIL, ma in una misura numericamente del tutto ridotta.

In quest’occasione mi limito a riassumere i dati politici più importanti di quella vicenda, proprio quale offerta a tutti, a chi visse in prima persona quella vicenda e a chi, magari, ne sente parlare per la prima volta alcuni elementi di ricordo, valutazione, riflessione.

La configurazione di quei fatti e il tipo di problemi che, in allora, si posero alle forze politiche, avrebbero dovuto promuovere un ragionamento in profondità, da svilupparsi proprio mentre si stavano scoprendo i diversi tasselli istituzionali.

Com’era configurabile il fenomeno concreto con il quale ci trovammo a dover fare i conti?

La “questione morale savonese” presentava, rispetto ad altri fenomeni evidenziatisi proprio in quel periodo, come il caso “Biffi Gentili” a Torino (laddove fu il sindaco Novelli ad attivare il meccanismo di riferimento alla magistratura), elementi di assoluta originalità.

Si trattava infatti dell’esistenza, non tanto e non solo di una “centrale” collettrice di tangenti, ma di un fenomeno di contropotere organizzato in cui erano poteri extra-legali (appunto le logge massoniche “coperte”) a determinare gli assetti politici e gli atti concreti della Pubblica Amministrazione al di fuori da qualsiasi possibilità di controllo democratico.

Lo stesso rapporto con la società che era stato instaurato da questo potere extra-legale non risultava essere di natura classicamente clientelare (per cui si sarebbe potuto parlare semplicemente di reciproco favoritismo tra società civile e ceto politico) ma si trattava, invece, di un fenomeno di vera e propria “progettualità criminale” che puntava a contaminare (realizzando l’obiettivo) i diversi settori della politica, delle professioni, dello stesso mondo del lavoro.

Era quello il punto, che riconosciuto adeguatamente, avrebbe dovuto portare da subito a considerare Savona un “caso nazionale”.

Quali erano, allora, i terreni di coltura del progetto criminale?

La prima condizione era stata costituita dal progressivo decadimento dell’economia e della struttura produttiva del savonese.

Su questo punto dovrebbero, ancor oggi e sulla base di esperienze successiva (a partire, all’inizio degli anni’90, dal “fallimento perfetto dell’ex-Italsider privatizzata in OMSAV), così felicemente descritto nel suo libro titolato proprio in quel modo, da Bruno Lugaro) analizzate le responsabilità di quanti promossero un vero e proprio feroce processo di deindustrializzazione, senza che da parte delle giunte di sinistra si verificasse una reazione efficace e adeguata.

Va affermato ancora oggi con chiarezza: la sinistra di governo non seppe riconoscere, qui in Liguria, il fenomeno nella sua vastità e nella sua dirompenza, non riuscendo a legare un progetto preciso di difesa e rinnovamento della vocazione industriale della Città a un progetto precisa relazione con un terreno di nuova qualità dello sviluppo che pure, all’epoca, poteva essere possibile se pensiamo alle esigenze di modernizzazione (mai realizzate) delle infrastrutture e di un coerente uso del territorio.

E’ stato, all’epoca, il processo di deindustrializzazione (attuato, è bene ricordarlo, per quanto riguarda il fondamentale settore della siderurgia, sul piano nazionale dall’IRI allora guidato da Romano Prodi) il punto vero di copertura dell’intreccio politica – affari.

Un processo di deindustrializzazione la cui finalità ultima, come puntualmente fu verificato negli anni successivi, era quello di un tragico scambio: liberazione delle aree/ speculazione edilizia.

A questa prima condizione se ne collegò un’altra che riguardava il tema delle basi strutturali sulle quali si erano realizzate, negli Enti Locali, le alleanze politiche.

La strategia delle cosiddette “giunte bilanciate”, attuata in Liguria ma anche in altre parti del territorio nazionale, da DC e PSI assunse un aspetto del tutto particolare: non soltanto di copertura dell’intreccio fra politica e affari ma come sanzione (direi quasi come terminale) dell’aspetto più pericoloso di tutta questa storia e che va ribadito, dopo essere stato già indicato poco sopra: quello delle assunzioni delle decisioni politiche in sedi extra-legali come le logge massoniche segrete e al di fuori da ogni possibilità di controllo democratico.

Il PCI reagì in maniera del tutto inadeguata alla vastità e alla profondità del fenomeno: “Rinascita” si limitò a scrivere di una “macchia nera su di un vestito bianco” e nulla di più.

Miopia? Complicità oggettiva, a scopo di mantenimento comunque di ampie fette del potere locale? Il quesito va risollevato comunque, anche a distanza di tanti anni, soprattutto in considerazione di ciò che accadde in seguito proprio sul terreno del rapporto tra “questione politica” e “questione morale” risultata alla base dell’implosione dell’intero sistema dei partiti verificatasi dieci anni dopo questi fatti.

Quel che è certo, e che deve essere ribadito nell’occasione, fu l’aprirsi di un vero e proprio “varco”, di una codifica della separatezza tra la gestione della cosa pubblica a livello locale e gli interessi e i bisogni della popolazione.

In questo modo le forze politiche, adagiate sul terreno della governabilità, favorirono un processo di spostamento dal collettivo all’individuale nel soddisfacimento dei bisogni, la creazione di un’illusoria “società affluente” con il “privato” al centro di tutto e la “questione morale” resa quasi funzionale a una falsa idea dello sviluppo.

Nel caso savonese d’inizio anni’80 questi elementi c’erano già tutti, a volerli vedere e analizzare: non fu fatto per negligenza e colpa.

Oggi, a distanza di tanti anni, quel ragionamento si ripropone non certo per fare semplicemente storia o per mettere retrospettivamente ciascun tassello al proprio posto: l’emergenza morale e democratica appare davvero drammatica e forse questo ricordo può aiutare a non perdere tempo ulteriore nel progettare un’alternativa.

 Franco Astengo

Foto d’archivio trucioli.it. Fotografo Salvatore Gallo del Secolo XIX-Savona

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