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Ormea, quando il Corpus Domini era gran festa popolare

Cosa rimane delle antiche tradizioni di religiosità popolare? La festa del Corpus Domini in un passato non troppo remoto (anni ’50 e ’60) era l’appuntamento di maggiore partecipazione. Un avvenimento atteso da giovani, adulti, famiglie, esercenti. Festa grande in paese e chi era emigrato per lavoro o per scelta di vita, quel giorno tornava a Ormea.  Indossava l’abito da cerimonia,  scarpe nuove, si partecipava a solenni celebrazioni religiose. Chiesa strapiena, arrivava gente dal comprensorio e dalla Riviera Ligure. L’area riservata al ‘parco divertimenti’ per giovani e ragazzi, adulti, era ampia ed affollata.  Ristoranti esauriti. Alla sera ballo fino a notte inoltrata.

Corpus Domini, ma soprattutto questo storico centro dell’Alta Val Tanaro ‘adornato’ da grandi occasioni. Lungo via Roma la tradizionale infiorata. Ora diversa da quella dei tempi passati quando  lungo le strade percorse dalla processione venivano sparsi, a tappeto, migliaia di petali, di fiori. Ginestre e rami d’alberto a foglia verde sistemati lungo i muri come ornamento. Oggi l’infiorata è un’eccezione che resiste, in tutto il suo splendore, fascino e richiamo, in alcune cittadine liguri e non solo. Ma è un’eccezione.

Ecco cosa scrive il sito ufficiale del Comune: “È considerata la festa più importante di Ormea. Per l’occasione gli abitanti di Via Roma (el bulgu) e dei vicoli (i trevi) in cui passerà la processione col S.S. Sacramento, confezionano le tradizionali ghirlande di fiori, soprattutto fiori di maggiociondolo (anbulnu), sospesi fra le case da una parte all’altra delle strade, costituiscono insieme a luci variopinte, tappeti, tovaglie ricamate appese ai balconi, frasche di alberi che coprono i piccoli portici per l’accesso ai cortili interni (el culte), vasi di fiori, petali disposti in terra a mo’ di croce od altri disegni, è l’omaggio esteriore al S.S. Sacramento, oltre ad un particolare momento di folklore.”

Sfogliando le enciclopedie, Ormea non è citata nei capitoli che raccontano di “antiche tradizioni popolari  a pie’ dei monti “.  Lo scrittore, ingegner Filippo Bonfiglietti  ha dedicato un volumetto di 93 pagine a “Ormea qualcosa in più. Informazioni. Storia. Proposte”. Una guida pratica e facile che chiunque abbia interesse a conoscere meglio un eccezionale angolo montano, dovrebbe avere in dote. Non solo per migliorare l’attrattiva del luogo. Chi ha fatto esperienza è rimasto affascinato; apostolo di gite, escursioni, scorci, biodiversità, ruderi, piloni votivi, fontane e storia di uno spopolamento, incapacità di ripresa-sviluppo come il paese meriterebbe.

Le giovani generazioni   forse non conoscono. Tornando al tema tradizioni religiose, il borgo, le frazioni, le chiese, le cappelle, le processioni, le festività, “nel 700 – ha scritto Bonfiglietti – ad Ormea, c’erano otto canonici, 22 preti celebranti e 5 chierici. E le traccia di  tanta fede è ancora evidente non soltanto nelle chiese, quasi tutte in buono stato, ma negli innumerevoli piloni votivi lungo le strade”.

Piloni in buona parte abbandonati. Una rarità italiana che, nell’era moderna, pare non interessare più nessuno. A partire da chi dovrebbe promuovere la cultura di un modo di essere degli avi, magri con lo stesso nostro cognome. I piloni di Ormea non riescono più a sopravvivere o non rivestono più il loro significato originario. Anche in questo aspetto emerge la decadenza di valori ed incapacità, miopia alla valorizzazione di un patrimonio storico non comune, ai confini tra Liguria e Piemonte. Sempre in attesa di ‘fermare il declino’.

 

ECCO LA FOTOCRONACA DELLA PROCESSIONE 2013 

   

   

   

 

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