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NO AL PRESIDENZIALISMO

Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha inopinatamente (dimostrando anche una scarsa capacità d’esercizio della tattica politica) al presidenzialismo, sul modello francese, con l’elezione diretta del Capo dello Stato.

 

Si tratta di un atto gravissimo, che va rimarcato con grande forza e al riguardo dei quali va opposto, da parte di tutti i sinceri democratici, un forte movimento di contrasto.

Per questo motivo mi permetto di ripubblicare un testo di qualche tempo fa, che ritengo ancora valido per sostenere le ragioni di questa necessaria, forte, opposizione allo svilimento in atto del quadro democratico repubblicano disegnato dalla nostra Costituzione.

 

No al presidenzialismo: un no secco, senza ambiguità, senza concessioni all’idea delle riforme “da fare assieme”.

Un no sul quale riaggregare la sinistra, le forze politiche e sociali migliori di questo nostro martoriato Paese.

Il presidenzialismo, l’elezione diretta del Capo (dello Stato o del Governo: in questo no includiamo anche il cosiddetto “premierato forte”), rappresenterebbe la svolta definitiva per il nostro assetto democratico, già posto in crisi ormai da molti anni: da quando, cioè, l’incauto passaggio al sistema elettorale maggioritario, nel 1993, aprì la strada ai fenomeni di personalizzazione, leaderismo, populismo che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, che hanno causato guasti enormi coinvolgendo anche la sinistra in una dimensione del tutto estranea alla sua storia, trasformandone in negativo il rapporto tra ceti sociali e soggetti politici, riducendo molti nell’attesa, addirittura, di un salvifico “capo”.

Sicuramente i partiti, dopo le scosse dei primi anni’90 derivanti dalla caduta del muro di Berlino, del trattato di Maastricht, di Tangentopoli, avrebbero dovuto essere sottoposti ad una revisione radicale del loro modo d’essere: ma incamminarci sulla strada della loro devastazione totale, del proclamare il “liberi tutti” mascherandolo da “sblocco del sistema politico”(un’idea di governabilità di bassissimo profilo come, poi, hanno ben dimostrato i fatti) o peggio da “vocazione maggioritaria” esercitata da soggetti davvero minoritari sul piano della capacità di rappresentanza sociale e -soprattutto – culturale, è stato del tutto esiziale: e non saranno le eventuali vittorie elettorali di questo o quello a risollevarci da una situazione di grave difficoltà, perché è la qualità del sistema politico che fa la capacità di affrontare i temi concreti. Crisi economica, lavoro, privatizzazioni dei beni essenziali, scuola, sanità: tutte questioni che si possono affrontare soltanto attraverso la politica, l’esercizio dell’azione di massa, la capacità di un governo alternativo.

Torniamo però al discorso del presidenzialismo: è evidente come, nel corso degli anni, il ruolo del Presidente della Repubblica sia mutato “de facto” (anche per via della possibilità e/o necessità di utilizzare i nuovi strumenti di comunicazione di massa).

E’ necessario, però, andare al fondo delle prerogative costituzionali del Capo dello Stato per comprendere come, sotto questo aspetto, l’assetto parlamentare dello Stato debba essere mantenuto.

Il punto che maggiormente ci interessa, in questa occasione, è quello della determinazione del ruolo reciprocamente esercitato dal capo dello Stato e dal Parlamento nei confronti del Governo.

In questo senso la Costituente, mettendo l’elezione del Presidente della Repubblica nelle mani dei parlamentari riuniti in un unico collegio elettorale (poi si sarebbero aggiunti anche i delegati regionali) e obbligando il Governo alla disponibilità della fiducia da parte di entrambi i rami del Parlamento, accettò l’individuazione antifascista della responsabilità per le origini della dittatura nell’atteggiamento antiparlamentare della monarchia: si sancì a questo modo il definitivo primato delle Camere nel sistema, dando così vita ad una repubblica parlamentare.

Concentrando, infatti, nelle due Camere, rese entrambe elettive e pari nelle attribuzioni, i maggiori poteri, la Costituzione Repubblicana pone (tuttora! Perché non esiste II Repubblica) il Parlamento in una posizione di evidente supremazia rispetto agli altri organi dello Stato.

Ovviamente questa supremazia è bilanciata da limiti, come quello derivante dall’art.138 in materia di riforme costituzionali, dal ruolo della Corte Costituzionale, dal sistema degli Enti Locali e delle Regioni (modificato, tra l’altro, nel 2001 con la revisione del titolo V), dall’istituto del referendum (svuotato da qualche tempo da un uso del tutto insensato).

Resta però, da difendere, la centralità del Parlamento: una difesa da accompagnare con la richiesta di una modifica del sistema elettorale che elimini, a tutti i livelli, la personalizzazione(esaltata, sia chiaro dal sistema di “nomina” in atto), ed attraverso un metodo adeguato di calcolo dei seggi, a tutti i livelli, restituisca al Parlamento stesso(ed agli altri consesi elettivi) il ruolo di “specchio del Paese”, specchio delle sensibilità politiche, sociali, culturali presenti nel dibattito che può svilupparsi in tutte le sedi di aggregazione.

Attorno al rinnovato impegno di lottare per la centralità del Parlamento e del massimo di rappresentatività politica la sinistra potrebbe recuperare le ragioni di una unità e di una riflessione tutta da fare sulle forme della politica, ritrovando la propria capacità di integrazione di massa, di diffusione di cultura politica, di interscambio propositivo con le battaglie sociali.

Il garantismo della Costituzione Repubblicana appare evidente, quale motivo determinante per l’intera attività dell’Assemblea Costituente.

Più che preoccuparsi, infatti, del funzionamento dei pubblici poteri per tutelare, con una idea errata di stabilità, l’efficienza costante della macchina statale, la Costituente apparve dominata dall’ansia di impedire non soltanto il ripetersi di esperienze autoritarie o totalitarie del tipo di quella realizzata dal fascismo in Italia, ma anche dalla volontà  di prevenire ogni ingerenza e ogni sopraffazione di un potere sull’altro, ritenendo ciò pericoloso per l’essenza stessa della democrazie: non commettiamo oggi il grave errore di considerare quella preoccupazione esagerata ed obsoleta.

Come dimostrano i fatti dell’attualità quella preoccupazione, di garantire l’equilibrio dei poteri affidandone la centralità agli eletti dal popolo, era giusta e sacrosanta.

Il nostro compito è ritornare, davvero, a fare in modo che il popolo, tornando ad un meccanismo della formazione della volontà politica che passi attraverso soggetti coerentemente organizzati, torni ad eleggere sul serio i propri rappresentanti, facendone i custodi della legalità repubblicana.

                                                      

Franco Astengo

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