Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Noli, ricordi di pesca. Straordinarie emozioni vissute da ‘fioccinatore’. Un unico rammarico

La volta scorsa ho dimenticato una fonte di luce usata sia per il “fraschè” che per “a lampadda” (così si chiama localmente la rete per la cattura delle acciughe, sardine, sgombri.). Si trattava di un motore a benzina, generatore di corrente, inserito in un telaio protettivo di tubo di ferro, un cubo di circa 80 cm. di lato, usato sui carri armati statunitensi durante la seconda guerra mondiale. Questo motore ha sostituito, di fatto, l’uso della “batteria”, sinchè non si è attivato quello del gas in bombole.

Le emozioni entusiasmanti provate e che ricordo, le stesse che da sempre custodisco e che mi accompagnano nel tempo sono tante e tante. Provo a descriverne alcune di queste “scene di pesca”.

Eravamo in quel di Borgio; stavamo per spegnere la luce perchè ormai era quasi l’alba, quando siamo incappati in un branco di “lecce” (pesce limone), velocissimo predatore. Pur stanco della nottata sui remi da parte mia, così come per “l’indiscusso fioccinatore per eccellenza” sempre in posizione eretta sulla poppa, abbiamo iniziato l’inseguimento a tutta velocità, zizzagando, per seguire il branco di una dozzina di questi pesci. Mentre il branco si disperdeva poco per volta e la luce del giorno prendeva sempre più campo, la decisione di seguire, per almeno quindici minuti l’esemplare più grosso, ci ha ripagati.

Maneggiare la fioccina con l’asta più lunga, quella di sei metri, immersa nell’acqua con la barca in movimento è estremamente difficoltoso a causa dell’inarcamento del legno: non si ha un’asta dritta, bensì un arco. Ebbene, pur con questa difficoltà al “tiro”, alla “fioccinata” su un fondale di sei metri, il colpo andava a segno ed il pesce rimaneva inchiodato sul fondo, ma non in sicurezza. Trattandosi di un pesce grosso e colpito verso la coda, lo stesso tentava di liberarsi; era impossibile quindi sollevarlo dal fondo perchè sicuramente il recupero non avrebbe avuto esito positivo. Di conseguenza, e per ottenere una seconda asta di sei metri, dovevo unire usando due spezzoni di corda, un’asta con fioccina di quattro metri ad un’asta di riserva poco più corta per formarne una da sei metri e che sarebbe servita per dare il colpo di sicurezza per poi issare a bordo la preda.

Per fare questo però, ero obbligato a lasciare temporaneamente i remi, per cui, in quel frattempo, la barca si spostava ed il “fioccinatore” era costretto a sporgersi dalla poppa per tenere l’asta pressata, (l’arcuamento della stessa agevolava lo spostamento della barca dalla posizione verticale). Questo accavallarsi di movimenti per concludere l’operazione ha richiesto circa dieci minuti. Ma ad un certo punto, nella fase finale ho tardato un attimo a riprendere i remi per tentare di legare saldamente le due aste ed è successo che…!!!… ho inteso una voce che urlava in dialetto “non lo vedo più”. Una voce contraffatta, quella del “fioccinatore” … e ci credo!!! aveva la testa immersa nell’acqua, con tutto il tronco fuori della poppa per tenere pressata l’asta incurvata che si spostava dalla posizione verticale. Cosa si riesce a fare per non perdere, non mollare una preda di oltre dodici chili!!! poi issata lentamente a bordo con due fioccine ben conficcate sulla schiena.

Questa volta siamo nello specchio acqueo di Bergeggi. Partiti da Noli con due “fraschè”, un gozzo con tre persone di equipaggio, e noi , come sempre in due, “cacciando” poco distanti uno dall’altro, in parallelo, passiamo vicino alla scogliera di “mille lire”. Molto spesso chi sta sui remi vede molto meglio la preda, specialmente quando questa è ferma o nascosta sui fondali, (a volte sotterrata come le mormore), o tra gli scogli di moli. In quell’occasione mi capita di notare una massa di colore grigio chiaro, mai vista prima, ferma su un fondale di circa tre metri in un anfratto. L’emozione del momento, che si tramuta in “grido soffocato” mentre fermo la barca e indico al “fioccinatore” la preda ancora non ben identificata, viene recepita anche dall’altro “fioccinatore” poco distante, il quale fa convergere e dispone la sua barca in maniera tale che le due “luci” si fronteggiano.

I due “fioccinatori” (fratelli), ciascuno con la loro arma puntata sulla preda sempre immobile sul fondo, tergiversano, manifestano perplessità su chi per primo deve colpire: ” tira tu” dice uno; “no, tira tu” risponde l’altro. Si tratta di una responsabilità troppo pesante, un fatto imperdonabile fallire la cattura di un pesce come quello; si tratta di non far “guadagnare” la notte per tutti. Dopo che per ben tre volte si susseguono gli incitamenti, ecco che il mio “fioccinatore” sferra un colpo micidiale nel punto più idoneo per fermare, inchiodare la preda sul fondo, e cioè tra la testa e la massa corporea. Immediatamente a seguire, parte la fioccinata del fratello indirizzata a metà del corpo; il pesce rimane ormai definitivamente bloccato sul fondo. Convengono, i due fratelli, che per sicurezza è meglio assestare una terza fioccinata verso la coda, prima di spostare, con le cautele del caso, la preda verso la vicina spiaggia distante una decina di metri. E’ toccato a me scendere sulla spiaggia per liberare la preda dalle tre fioccine e trasferire a bordo una “cernia da fondo” di ventidue chili!. Ecco svelato il mistero di un pesce, inizialmente non ben identificato, perchè non aveva motivo di soggiornare, ben vivo, su un fondale di tre metri.

Personaggi ed interpreti: i fratelli Gambetta Giacomo (Vittorio) e Luigi (Gino) della famiglia dei “Peccettu” sono i due “fioccinatori”; ai remi i loro cognati Garzoglio Antonio (Tugnetu) e Giusto Giuseppe (Beppe). In ultimo il sottoscritto che ha molto sofferto per la morte di questo tipo di pesca tradizionale, avvelenata, soffocata da ripascimenti e porticcioli che hanno sconvolto l’habitat sottomarino lungo la nostra costa.

A me ed a pochissimi altri della mia generazione che hanno praticato questa pesca rimane il piacere di indelebili ricordi di sani sacrifici di vita operosa anche se faticosa, ma profondamente onesta. L’unico rincrescimento è quello che la mia generazione non è stata in grado di trasmettere a quelle future il piacere di vivere di queste ed altre simili sensazioni di convivenza con il mare sul quale e per il quale la nostra economia ha, da sempre, avuto motivo di vita.

Carlo Gambetta

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C.Gambetta

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