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‘Caso Italiano’ e qualità della democrazia europea

Il tema della qualità della democrazia europea è stato attentamente analizzato, in un articolo apparso nel numero di Novembre 2012 di “Le Monde diplomatique”, da due ricercatori francesi, Cedric Durand e Razmil Keucheyan, rispettivamente dell’Università “Paris XIII” e della Sorbona.

All’insegna del “Verso un cesarismo europeo” la tesi sostenuta dai due professori riguarda, con particolare riferimento al periodo intercorso tra il 2007 e oggi e coincidente con l’esplosione della crisi finanziaria globale, riguarda la natura di regime politico autoritario sul quale l’Unione Europea si è appoggiata.

Un regime autoritario suscettibile di sospendere le procedure democratiche invocando “L’urgenza economica o finanziaria”.

In questo modo, si afferma nel testo dell’articolo citato: “ La Banca Centrale Europea e la Commissione di Bruxelles conducono una guerra di bilancio contro vari paesi membri”.

Da qui deriva la definizione adottata dagli autori di “cesarismo”.

Una definizione che si addice particolarmente, almeno dal nostro punto di vista, agli sviluppi del cosiddetto “caso italiano”, ormai indicato da tutti come elemento di vera e propria retroguardia nell’insieme del contesto europeo.

Di fronte agli sviluppi di una crisi che nel nostro Paese sta assumendo aspetti particolari sul piano economico, morale della coesione sociale e della stessa realtà democratica, la sinistra d’alternativa non può trascurare questo fattore fondamentale, relativo alla “qualità della democrazia”.

Occorre delineare un orizzonte, formulando una ipotesi proiettata almeno nel medio periodo, quindi ben oltre la prossima scadenza elettorale generale, alla quale tutti tendono come punto d’arrivo della fase; dimostrando in questo una certa miopia.

Per un certo periodo il nostro dibattito sui temi di carattere istituzionale si è misurato con il dilemma “Costituzione formale versus Costituzione materiale” lamentando i difensori della Costituzione formale, un progressivo scivolamento fuori dal quadro della democrazia parlamentare verso forme surrettizie di presidenzialismo populista, di tipo “proprietario”.

Adesso, rispetto allo stato di cose appena esposto, siamo di fronte ad un vero e proprio salto di qualità che – appunto – potrebbe essere benissimo racchiuso nella definizione di “cesarismo”.

Di fatto l’Italia (e le sue relazioni internazionali, in ispecie quelle europee) è diretta in una forma autoritaria pressoché omologa a quella esercitata da BCE e Commissione Europea alle quali, del resto si fa ossessivo riferimento ogni giorno.

La direzione autoritaria del nostro Paese è esercitata da una sorta di diarchia, formata da questa Presidenza della Repubblica e da questa Presidenza del Consiglio.

Una diarchia sorta in circostanze apparentemente eccezionali, allo scopo proclamato di evitare la bancarotta, al di fuori dal confronto democratico ed elettorale.

In questa situazione il dibattito pubblico italiano appare estremamente confuso: da un lato condotto esclusivamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa con i partiti che dal modello “personale – elettorale” e di “cartello” stanno tornando a essere partiti di “notabili” capaci di esercitare soltanto il potere di nomina e quello di spesa (e che spesa, per quel che riguarda loro stessi!) e dimostrandosi capaci di discutere soltanto di tecnicismi riguardanti esclusivamente le rispettive convenienze elettorali, dall’altro attraverso l’espressione di un movimentismo anche generoso, ma che appare frantumato e sostanzialmente isolato rispetto alla prospettiva di un qualche approdo verso una forma di recupero nella capacità di sintesi politica.

La democrazia italiana appare così proprio alla deriva, in una situazione che appare sul punto di avere elementi di contatto con il “salazarismo”, in un mix tra “Aristocrazia democratica” (nella definizione di Ilvo Diamanti), marginalizzazione del dissenso (attraverso l’esclusione “ per via tecnica” dalla rappresentanza parlamentare”) e repressione, come abbiamo ben visto nell’occasione del recente sciopero europeo del 14 Novembre.

Del resto pochi hanno fin qui fatto notare l’espressione di una evidente anomalia presente nella composizione del governo in carica: il Ministro (o la Ministra?) dell’Interno è un prefetto, il Ministro della Difesa un ammiraglio; cosa mia accaduta dal governo Badoglio sorto all’indomani del 25 luglio 1943, giorno della caduta del fascismo.

La sinistra d’alternativa non può ignorare o cercare di evitare questo livello del confronto, sia sul piano interno, sia su quello della dimensione europea, che per molti anni ha trascurato o semplicisticamente assunto in forma propagandistica.

Serve subito, invece, l’apertura di uno spazio di ricerca rivolto verso nuovi modelli di democrazia, in grado di intrecciare la dimensione nazionale e quella europea, tenendo conto che esistono oggettive necessità di “cessione di sovranità” a quel livello, ma che è lontana quella dismissione dell’entità dello “Stato-nazione” che alcuni preconizzavano a breve.

Su questo piano hanno fallito i liberaldemocratici (ricordiamo il passaggio perduto della “Costituzione Europea” e il pratico fallimento del Trattato di Nizza) e sono stati tiepidi i socialdemocratici.

Da parte nostra ci si può pensare, anche all’indomani dello sciopero europeo, partendo da un punto di vista alternativo e facendosi carico della complessità delle contraddizioni dell’oggi?

Si pone, a mio giudizio, il tema di una nuova qualità della democrazia europea, alla quale affidare anche un doppio compito: la riapertura di un canale di comunicazione tra le forze politiche più avanzate del Nord e del Sud d’Europa, e l’esercizio di un influsso positivo al riguardo degli esiti, adesso definibili come preoccupanti, delle cosiddette “primavere arabe”, ormai sopravanzate (come si denuncia anche all’interno del già citato numero di “Le Monde diplomatique”) da una potente ondata islamista originata dall’alleanza tra “Fratelli Musulmani”, salafiti ed Emiri del Golfo, che sembra sommergere il mondo arabo.

Insomma: la qualità della democrazia, in Italia, in Europa, nel Mediterraneo, non può essere considerata come una variabile “indipendente” rispetto ai nostri progetti di alternativa e di trasformazione sociale.

Franco Astengo

VIA IL GOVERNO DELLA FAME, DELLA PAURA, DELLA VIOLENZA

L’inqualificabile episodio del lancio, dall’interno di una sede ministeriale, di lacrimogeni sulla folla inerme ha rappresentato un atto di pura provocazione repressiva di stampo “cileno”, e la sola risposta possibile, in un paese democratico, dovrebbe essere quella delle dimissioni del Governo.

Non accade in Italia dove si aprirà una ridicola “inchiesta interna”.

Ci troviamo, come già era accaduto con il governo precedente, in una situazione di vera e propria “emergenza della democrazia” che richiederebbe uno scatto, una scossa, una risposta adeguata il cui solo modello che è possibile indicare rimane quello del Luglio’60, quando l’impeto delle masse popolari scacciò il governo Tambroni appoggiato dai fascisti.

La CGIL avrebbe dovuto proclamare subito lo sciopero generale; il PD sospendere l’inutile fiera delle vanità delle primarie per predisporre un’iniziativa parlamentare adeguata alla gravità dell’ora; la sinistra d’alternativa riporre gli opportunismi che dividono i suoi residuali dirigenti e lavorare unitariamente per offrire al movimento quella possibilità di proposta politica che potrebbe sollevarlo dall’isolamento e dalla paura.

Tutto ciò non sta avvenendo, si discute di election day e candidature, mentre pare proprio non esserci rimasta altra risorsa che esprimere l’indignazione scrivendo poche, sconsolate, parole.

Franco Astengo

Savona, 17 novembre 2012

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