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Liguria, il brutto esempio del dirigente tris. Settarismo, cultura politica, democrazia

Settarismo deriva ovviamente da setta “ Termine con cui si designa nel linguaggio religioso un gruppo che rifiuta il cerimoniale liturgico delle chiese istituzionali e se ne separa seguendo dottrine proprie.

Etimologicamente “secta” deriva da” sequor”, che sottolinea la dimensione di sequela generalmente spontanea a una scuola, una dottrina, un capo, o da “seco” che enfatizza il carattere di separatezza dal mondo” (Enciclopedia del Pensiero Politico, Laterza 2000).

Un dirigente politico del PRC in Liguria, dopo aver contribuito fattivamente a creare questa condizione di separatezza dal mondo per il suo partito che accusa –appunto – di “settarismo” esce allo scoperto e, non tanto e non solo decide un’azione politica contraria a quanto indicato proprio dal suo soggetto di riferimento, ma si colloca immediatamente (partecipazione alle primarie per intenderci) in una condizione di cultura politica opposta a quella in cui si è riconosciuto (quella del “settarismo”) così agevolmente e comodamente per tanti anni.

Un dirigente politico, tanto per tornare all’attualità, che da due legislature siede in Consiglio Regionale, eletto al caldo del listino garantito del centrosinistra, dopo aver proposto se stesso partecipando alla riunione decisiva di formazione delle liste, in veste di segretario regionale (“tris” allo stesso tavolo; segretario regionale, candidato garantito, eletto. Del resto non è stato il solo caso, in questo senso, nella “terra leggiadra dove è gigante l’ulivo”: capitò, infatti, sempre nel PRC, che un segretario provinciale partecipasse alla riunione per la formazione della giunta nel comune capoluogo e ne uscisse assessore.)

Non è però questo il punto che intendevo toccare, anche se l’argomento in tema di rapporto tra etica e politica non è disdicevole essere il fautore di un rifiuto del cerimoniale liturgico da una parte e parteciparvi da chierico osservante dall’altra non è male  come punto di analisi delle forme correnti di schizofrenia politica.

La questione di fondo, invece, è soprattutto di “cultura politica”, o meglio di “incultura politica”.

Com’è possibile per chi ha esercitato una determinata pratica all’interno di soggetti che proclamano di voler mantenere e/o addirittura “rifondare” un’ideologia “forte” come quella comunista arrendersi, proclamando da un lato di aver fatto del “settarismo” (peccato mortale come hanno sempre dimostrato i Padri fondatori, da Engels a Lenin a Gramsci: il tema non è la “setta” ma “l’egemonia) e dall’altro aderendo subito all’idea “Iper-egoistica” del “one man one” che si esprime in Italia nel guazzabuglio delle primarie del centrosinistra?

Ho preso in esame il piccolo caso della Liguria per arrivare al grande caso delle espressioni d’incultura politica, di vera e propria barbarie che da questo punto di vista si evidenzia nel Paese con questa davvero eccessiva “sagra delle vanità” dalla quale, tra l’altro, stante l’altro elemento di evidente incultura istituzionale che alberga nel centrosinistra nostrano, uscirà il “nulla” dal punto di vista della proiezione politico- elettorale.

Stupisce, davvero stupisce, l’approccio che il PD riserva alle questioni istituzionali nella fattispecie alla modifica del sistema elettorale: i suoi esponenti appaiono avviluppati in un ginepraio inestricabile, tra listini, premi di maggioranza, collegi uninominali, tutto affastellato lì dando l’impressione di non saper più distinguere neppure le categorie più semplici e basilari della materia: maggioritario o proporzionale.

Stupisce soprattutto perché se su di una materia, fra la altre, il PCI aveva sempre dimostrato lungimiranza e finezza di analisi questa era stata proprio quella istituzionale: dai riverberi della “langue russe” togliattiana sull’impianto costituzionale, tanto per ricordare che una delle principali fonti ispiratrici della nostra Carta Fondamentale, assieme a quella tedesca della Repubblica di Weimar è stata anche la Costituzione sovietica del ’36 assolutamente perfetta dal punto di vista dell’equilibrio tra diritti e doveri dei cittadini (almeno sulla carta ovviamente) alle ispirazioni e alle suggestioni, fin negli anni’70, elaborate dal CRS diretto da Pietro Ingrao.

Tutto sembra smarrito, completamente smarrito e chi, fino a ieri aveva costruito il “settarismo”, può passare dall’altra parte partecipando al Circo Barnum delle primarie.

Più in generale non ci si accorge, in questa ricerca spasmodica della ricollocazione personale, della gravità della situazione democratica del Paese.

Ci sarà chi penserà ad allarmismi inutili ma il rischio di una sorta di trasformazione della democrazia italiana nata dalla Resistenza e basata sulla Costituzione del 48 (tanto per usare i riferimenti canonici e fare un po’ di retorica) in una sorta di “salazarismo” strisciante, ci sono tutti.

Il permanere al governo di una compagine non eletta da nessuno che si muove per decreti legge .

Da notare che quando si tenta la va del dibattito parlamentare la scena assomiglia molto a quella italiana tra il 19 e il 21, o a quella francese della IV Repubblica: scontro fra opposte fazioni divise da interessi di casta, gruppo , quando non soggettivi.

E’ questa l’eredità più pesante che ci lascia lo “sfascio sistemico” con il quale si è chiusa l’esperienza della destra populista-televisiva che ha governato negli ultimi quattro anni e che, sicuramente, ha lasciato la propria impronta “trasversale” proprio sul terreno della già più volte richiamata espressione dominante di una vera e propria “incultura politica”.

La risposta è quella autoritaria del “governo dei tecnici” che potrebbe, sotto l’Alto Patronato, istituzionalizzarsi per un lungo periodo grazie, soprattutto, alla legge elettorale .

Sotto quest’aspetto c’è una sola soluzione, quella del ripartire con il proporzionale in modo da assegnare a ciascuna forza politica il dato della propria forza reale, e verificare nel nuovo Parlamento la possibilità di superare davvero questa emergenza democratica. Anche su questo punto il richiamo è d’obbligo ed egualmente retorico all’Assemblea Costituente, eletta con un sistema proporzionale ancora più “aperto” di quello poi usato dopo il fallimento della “legge truffa nel ’53 ( alle elezioni del 1946 bastava, per accedere ai seggi, aver passato il quorum almeno in una circoscrizione, senza l’obbligo dei 300.00 voti su tutto il territorio nazionale).

Serve uno scatto d’orgoglio, di coscienza democratica ed anche, per una possibile sinistra d’alternativa, di ricerca di una nuova identità e di una nuova soggettività.

Nel mare sconsolato di gesti individuali adottati, probabilmente, per smarrimento e disperazione, nessuno intende davvero provarci e andremo passivamente all’estinzione della storia del movimento operaio italiano, per infilarci nel tunnel di un indistinto melting-pot?

Altra cosa ovviamente sono la ricerca di alleanze, accordi e patti politici: non ci sentiamo minoritari e neppure isolazionisti e crediamo di non aver dimenticato la grande lezione gramsciana.

 Franco Astengo

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