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La democrazia regressiva

Se esaminiamo l’intreccio tra la proposta di legge elettorale licenziata dalla Prima Commissione del Senato, il cui orizzonte pare proprio delineato dal “bis” per il governo dei tecnici, e le dichiarazioni del Capo dello Stato, al riguardo della necessità di formare “coalizioni coese adatte per governare”, ritroviamo preciso il quadro di una limitazione di qualità nell’agire politico – istituzionale che potremmo definire proprio di “democrazia regressiva”.
Una “democrazia regressiva” sulla base della quale s’intende chiudere la lunga “transizione italiana” nel corso della quale si era affermata l’egemonia della destra populista: un’egemonia che svilupperà comunque, la sua incidenza sulla realtà politico-istituzionale ancora per lungo tempo dopo aver mutati i caratteri fondativi del modello di democrazia Parlamentare, disegnati a suo tempo dalla Costituzione Repubblicana.
I tratti distintivi di questa egemonia possono essere così riassunti: elezione diretta delle cariche monocratiche, primarie, personalizzazione della politica, svuotamento dei partiti, uso ben finalizzato dei mezzi di comunicazione di massa, somme esagerate messe a disposizione degli “attori della politica”: questo il quadro all’interno del quale sono maturate le condizioni di distacco sociale e di corruttela diffusa nel quale ci troviamo oggi e, al riguardo del quale, la sinistra ha condiviso in pieno gli strumenti della destra, non solo accettandoli ma anche esasperandoli sotto alcuni aspetti significativamente deleteri.
Siamo così arrivati, nell’oggi, a individuare i due pilastri sui quali si vuol far poggiare questa ipotesi di fuoriuscita dalla transizione:
a) L’avvento della cosiddetta “democrazia di competenza” in luogo della “democrazia di dibattito”;
b) La governabilità intesa, come tante volte mi è capitato di denunciare, quale fine esaustivo dell’azione politica, in luogo dell’espressione del concetto di “rappresentanza” la cui espressione pratica viene a trovarsi in una condizione di estrema difficoltà.
La prossima campagna elettorale, al riguardo della quale va sollevata ancora una volta l’attenzione di tutti, sarà caratterizzata allora da questa “frattura decisiva” al riguardo della qualità della democrazia (la “quinta frattura” l’ha definita Ilvo Diamanti, sulla scia di Stein Rokkan).
Proprio l’individuazione di questa “frattura” rende necessario che, nelle forme e nei modi possibili, la sinistra d’alternativa si attrezzi per rientrare in Parlamento: senza enfatizzare un argomento in passato forse già fin troppo usato, la prossima potrebbe essere davvero una legislatura “costituente”.
Servirebbe attrezzarsi in tempo proprio sul piano della proposta politica, come non sembrano invece fare i gruppi dirigenti dei partiti potenzialmente interessati a questa dinamica di schieramento, ancora impelagati in una vecchia logica di aggancio al meccanismo delle coalizioni: oggettivamente chi oggi pensa a una “coalizione di governo” si pone, infatti, davvero dall’altra parte, da quella della “democrazia regressiva”.
Questo fatto deve essere assunto in toto e fatto valere, quando si sviluppa un’elaborazione politica sull’oggi e sull’immediato domani.
Occorre allora, con somma urgenza, aprire un confronto, rivolto non solo e non tanto alle specifiche opzioni programmatiche (“carta d’intenti e quant’altro), ma sui fondamentali della prospettiva democratica.
Su questo punto l’analisi deve farsi realistica individuando la strada di una capacità di autonoma espressione, che recuperi i dati necessari di identità per ciascheduno che intende impegnarsi in questo difficile frangente, stabilendo un punto comune di carattere sistemico, rappresentato dalla riaffermazione forte di quell’ipotesi di “democrazia progressiva” contenuta nel dettato della Costituzione repubblicana.

 Franco Astengo
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