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La rabbia studentesca… Centralità della questione morale. L’astensione

E’ esplosa la rabbia studentesca a Torino, Milano, Roma, Napoli: ancora una volta è scattata la repressione poliziesca di questo governo “della fame e della paura” come si diceva una volta.E’ apparsa grave l’assenza di una soggettività politica adeguata a raccogliere questa protesta, farne sintesi, avanzare proposte, rappresentarla sul piano istituzionale e sociale. Questo dovrebbe essere il senso del nostro impegno anche nell’occasione elettorale, al di delle percentuali del premio di maggioranza o di sbarramento, al di là dei tecnicismi politicisti delle primarie e delle alleanze, avendo il coraggio di affrontare questo stato di cose così difficile con realismo.
Verrebbe voglia proprio di citare Gramsci, servirebbero: “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”.
 Franco Astengo

CENTRALITA’ DELLA QUESTIONE MORALE

 

Il tema centrale di una possibile campagna elettorale delle forze della sinistra d’alternativa non potrà che essere quello della “questione morale”.

Nel corso di questi anni e con l’evidenziarsi di determinati, eclatanti, fenomeni abbiamo discettato molto sulle possibili analogie tra ciò che stava avvenendo nell’attualità e la questione morale degli anni’90 del secolo scorso (la famosa “Tangentopoli”): esistono, però, elementi di diversità che rendono la situazione attuale affatto diversa da quella di allora.

Salvo l’analogia con il potere sostitutivo esercitato, ancora una volta, dalla Magistratura e dalla Stampa, nei riguardi della politica.

Torniamo, allora, alle caratteristiche di quella stagione tumultuosa, allorché, all’indomani della caduta del muro di Berlino, DC e PSI furono travolti dalle inchieste giudiziarie.

Al centro di quella storia, che aprì l’infinita “transizione italiana” oggi ben lungi dal concludersi, stava il tema del “costo della politica” (poi, ovviamente, negli interstizi emersero storie molto poco edificanti di arricchimenti personali e di stili di vita discutibili, mantenuti dai diversi leader rampanti di allora, in ispecie appartenenti allo PSI).

Insomma: i partiti contrattavano tangenti dal sistema economico, pubblico e privato, per mantenere i loro apparati, far fronte alla crescita dei costi per l’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa (l’ingresso sulla scena della TV commerciale aveva fatto lievitare i prezzi), rendere massimamente visibile la loro pervasiva presenza nella vita sociale, culturale, politica del Paese.

Questo fenomeno s’intrecciò con le traversie incontrate dall’economia pubblica, tra nazionalizzazioni, formazione di carrozzoni di diversa natura (GEPI, EGAM, ecc.), salvataggi d’imprese decotte e successive, finte, privatizzazioni: un fiume di denaro perennemente in piena, i cui rivoli erano dirottati dove serviva, in un crescendo d’iniziative le più diverse, il cui risultato finale può ben essere considerato quello della sparizione dal tessuto produttivo del Paese, d’interi settori industriali decisivi, dalla chimica, all’agroalimentare, tanto per fare alcuni esempi.

Oggi la situazione, rispetto ad allora, è cambiata e la “questione morale 2012” si presenta con caratteristiche ben diverse: per un certo periodo, al centro della scena, ci sono stati pezzi di sistema bancario (o presunto tale, perfettamente in linea con le caratteristiche che stava assumendo la crisi) con l’emergere di un ruolo della Banca d’Italia, da giudicare del tutto inquietante.

Ci trovavamo quindi in una fase di passaggio non trovandoci più alla classica contrattazione di tangenti tra sistema politico e sistema economico, ma alla rappresentazione diretta del sistema economico nella politica: insomma, la politica viene “usata” direttamente, senza intermediazioni, per “fare affari”.

Sotto quest’aspetto chi si era permesso di dichiarare che economia produttiva ed economia finanziaria, al giorno d’oggi, si equivalgono nel giudizio di valore, non ha avuto ben presente la gravità e il peso delle parole che stava pronunciando.

Il quadro è, ancora, in questi mesi ulteriormente cambiato, perché la “questione morale” appare essersi costruita una propria realtà autonoma, all’interno del sistema politico partendo proprio dalla importanza del peso della esasperazione della personalizzazione della politica che ha portato molti ad assumere , in proprio, un ruolo nel concerto economia/politica, se non nel rapporto politica/malavita organizzata.

L’Italia ha bisogno, sotto quest’aspetto urgentemente e necessariamente, di una ribellione morale. Gli spiriti più elevati debbono essere capaci di promuoverla, partendo da un senso di vera e propria indignazione che va sollevata cercando di avviare, nel contempo, una profonda riflessione politica.

Questo Paese, negli ultimi trent’anni, è stato governato male: ma non solo, i suoi cittadini, la stragrande maggioranza dei cittadini onesti che lavorano, studiano, tirano avanti (lo affermo con tranquillità: senza nessuna tema di cadere nella retorica populista che appartiene, purtroppo, a ben altre sponde) sono stati maltrattati, angariati, vilipesi.

A suffragare quest’affermazione basterebbero le cifre uscite fuori in questi giorni da diverse fonti : e non si tratta di statistica-spettacolo come qualcuno ha cercato di insinuare.

Si tratta delle grandi cifre della diseguaglianza sul piano fiscale e della ricchezza, dei numeri della disoccupazione, delle tante tragedie, vere e proprie tragedie, che ci arrivano soprattutto dal mondo del lavoro, ma non solo.

Qualcosa non quadra davvero in questo Paese, e non faccio l’elenco dei diversi casi il cui elenco si sta allungando giorno per giorno coinvolgendo centrodestra e centrosinistra: l’appropriazione dei fondi del finanziamento pubblico ai partiti (o rimborsi elettorali, come li si voglia chiamare) appare essere la nuova frontiera della “questione morale”, ben al di là delle antiche tangenti su lavori pubblici, appalti, progetti.

Un tema che non può essere affrontato, come si sta facendo, riducendo gli spazi di democrazia e di rappresentanza politica per evitare di andare a fondo, al nocciolo del problema, che non risiede certo nella riduzione del numero dei consiglieri, ma nella profonda separatezza dal concreto che – appunto – i meccanismi della personalizzazione della politica hanno portato a concretizzare.

L’Italia è stata governata male, seguendo mode improvvisate e mai analizzate politicamente a fondo con il concorso dei cittadini: si pensi alle modifiche elettorali basate sulla personalizzazione, si pensi alla vera e propria “bufala” del federalismo, si pensi alle varie idee sulla semplificazione dell’amministrazione pubblica risoltesi in buona parte in clamorosi pasticci e , comunque, in un ulteriore distacco tra i cittadini e la cosa pubblica. Nel frattempo la Costituzione è stata violata sistematicamente anche da parte di chi dovrebbe essene il tenace custode: al punto in cui è emersa una sorta di “Costituzione materiale” affatto diversa da quella formale in vigore. Una “Costituzione materiale” dalla quale si pretende, addirittura, di trarre le indicazioni per modifiche dell’“agire politico” intese nel senso di una restrizione dei meccanismi democratici.

Il risultato di questo lungo processo di degrado, che qui ho cercato di riassumere in poche battute, ma che meriterebbe una ben più ampia e articolata analisi è stato quella della formazione di un governo di destra come quello dei cosiddetti “tecnici”, ferocemente antipopolare che, senza fornire alcuna spiegazione sulla realtà economica e sociale, legge la situazione italiana nel modo più classicamente padronale, in un’ideologica visione di classe di stampo non solo novecentesco ma addirittura ottocentesco, che sta assumendo vesti, chiaramente anticostituzionali, da “Protettorato” in una sorta di diarchia: una situazione anch’essa dagli esiti imprevedibili per la nostra democrazia, potenzialmente foriera di soluzioni plebiscitarie.

Basta guardarsi attorno per capire: verificare la situazione dell’industria, dei servizi, del territorio; l’ignavia se non l’amoralità dei governanti a tutti i livelli, centrale e periferico.

Non vale affermare che la “politica” i suoi esponenti sono lo “specchio del Paese” anche dal punto di vista della qualità morale: non vale perché, nel corso degli anni, è stato costruito (anche sulla base di una sorta di indifferenza collettiva, ben alimentata anche sul piano mediatico) proprio quel “cartello” da parte di un ceto il cui unico scopo è stato quello di impedire ad altri di affermarsi, di entrare nel cerchio, di scendere produttivamente nell’arena: anzi, scientemente, sono state allontanate quelle forze, quei soggetti, che avrebbero potuto rappresentare punti di riferimento in controtendenza.

In conclusione senza una vera e propria “rivoluzione culturale” la sinistra italiana finirà con l’essere definitivamente invischiata in questa torbida vicenda di ambiguità e di commistioni: come al solito il dato più grave non riguarda le modalità di circolazione del danaro, ma il fatto che, attraverso queste modalità di circolazione, si rilevi una totale subalternità nei progetti per il Paese (un fenomeno, del resto che è già avvenuto e continua, in forme molto evidenti, anche a livello locale).

Per queste formidabili ragioni di fondo serve l’espressione di una sinistra autonoma sul piano politico, capace di riconquistare la propria capacità di rappresentanza segnando una svolta nella storia di questo martoriato Paese.

 

Franco Astengo

 

 

L’ASTENSIONE

Una parte cospicua delle risposte che stiamo ricevendo all’appello: “Perché la sinistra d’alternativa ritorni nel Parlamento Italiano” appaiono adombrare la necessità di “saltare un giro” dal punto di vista elettorale e di rifugiarsi, nella sostanza, all’interno delle realtà delle lotte sociali, ripartendo da quel punto per cercare di ricostruire una adeguata soggettività politica, di cui si conviene di lamentare l’assenza.

Torna, insomma, in dimensioni inusitate il tema dell’astensionismo: scoprire questo stato di cose potrebbe sicuramente apparire come la scoperta dell’acqua calda, si dirà, in questa situazione di assoluto degrado della presenza della politica nel Paese e di sondaggi che danno la somma di astenuti (certi) e d’indecisi attorno al 50% dell’intero corpo elettorale.

Dal nostro punto di vista, però, ci troviamo in una situazione particolare, perché il target che esprime questo tipo di opzione è composto di militanti che hanno percorso, in molti casi, una lunga strada all’interno delle vicende più recenti del movimento operaio e della sinistra italiana e che esprimono così un disagio molto forte, cui il semplice (eppur desiderato) richiamo unitario, sia pure posta sulla carta non eccessivamente impegnativa di un appello, appare del tutto insufficiente.

Il titolo di questo intervento vorrebbe richiamare il discorso della ricostruzione storica del processo di emancipazione del movimento operaio, in particolare in Occidente, riprendere il significato della lotta per il suffragio universale, maschile e femminile, come momento decisivo della capacità di imporre la forma “moderna” della rappresentatività politica, al di là anche della stessa definizione leniniana della “Duma come tribuna rivoluzionaria” oggi sappiamo bene, in questa fase di vera e propria “Controriforma della democrazia” come il significato profondo di quella frase risultasse molto più complesso della sua semplice espressione.

Ma non è certo il caso che, in quest’occasione, ricostruisca questo pezzo di storia che tutti noi conosciamo benissimo.

Vale la pena, invece, indagare sulle ragioni di fondo per le quali il tema dell’astensione, tra le militanti e i militanti della sinistra d’alternativa sia ritornato ad avere presa in una dimensione sicuramente incisiva.

Non credo proprio che valga il dato del corrompimento della classe politica sul piano morale ed anche quello del disfacimento intellettuale che ci attraversa profondamente.

Certo: si tratta di fattori assolutamente determinanti.

Esiste, però, a mio giudizio un elemento di fondamentale importanza che deve essere affrontato con grande capacità d’analisi: quello relativo all’assenza di una soggettività di massa in grado, non soltanto di fare sintesi, proposta, organizzazione politica ma anche di rappresentare un baluardo al riguardo del meccanismo, apparentemente inesorabile, del “corrompimento parlamentare”.

La lotta per il suffragio universale e l’affermazione, in varie forme e dimensioni, delle forze rappresentative del movimento operaio ha avuto, in quel ‘900 di cui ostinatamente non intendiamo negare l’insegnamento di fondo, il suo sbocco nell’emergere di grandi formazioni di massa capaci, tra contraddizioni enormi che nessuno di noi intende negare, di lavorare per l’integrazione di tutti i soggetti che vi erano rappresentati.

Nel meccanismo di quell’integrazione aveva parte rilevante e decisiva la questione della rappresentatività politica e, di conseguenza, quella istituzionale, a tutti i livelli, a partire dal Parlamento.

La trasformazione dei partiti nella dimensione attuale, che fa presagire addirittura un ritorno all’ottocentesca visione del “partito dei notabili”, sia pure correlata alle dinamiche della velocizzazione delle relazioni sociali, attraverso la stupefacente innovazione tecnologica che stiamo vivendo, appare essere la ragione per la quale il dato della “rappresentatività politica” appare del tutto trascurabile agli occhi di molti che, pure, hanno vissuto la fase in cui il suffragio rappresentava materialmente l’opzione più importante per il riscatto sociale delle grandi masse diseredate.

Votare oggi, per una soggettività – sia pure precaria – della sinistra d’alternativa, che si presenti come diretta erede della nostra grande tradizione storica, può assumere il profondo significato di un rilancio del concetto di rappresentatività, in luogo di quelli dominanti di governabilità e di espressione diretta del personalismo mutuato dal “partito elettorale personale”.

Una possibilità di ritorno, nello specifico del “caso italiano”, di ritorno a una presenza in parlamento che avvenisse in forma del tutto autonoma dallo schiacciarsi all’interno di coalizioni governiste, ma collegando forze in nome della necessità di un progetto di “opposizione per l’alternativa”, potrebbe rappresentare un punto fondamentale di recupero per una prospettiva politica complessiva: tenendo ben conto che, dalle lotte di massa che pure vanno sacrosantamente portate avanti con forza, non si riuscirà, proprio per le caratteristiche della fase, a porre la questione del “soggetto politico” in una dimensione adeguata.

Tornare a votare quindi alle elezioni politiche generali se ci sarà fornita la possibilità di una presenza adeguata al livello dello scontro, ponendoci anche nella condizione d’impegno complessivo per superare i diversi ostacoli che si presenteranno (non conosciamo la nuova legge elettorale e di conseguenza l’entità delle possibili soglie di sbarramento): questa è l’indicazione che mi sento di sostenere, comprendendo benissimo come il compito più urgente è quello di fornire un contributo a costruire il tipo di presenza cui facevo cenno e che, in questo momento, è ben lontana dal materializzarsi sulla scena politica.

Non votare alle primarie, mi sento invece di ribadire questa necessità: le primarie appaiono l’occasione per una regolazione di conti all’interno di gruppi di potere separati e tenuti assieme (come abbiamo ascoltato recentemente a Genova, dal politologo di Harvard, Kenneth Allan Sheple), da una sorta di somma di “interessi personali”, intesi quale fattore prevalente nell’agire politico dell’oggi.

Ecco: costruire una presenza politica e fornire un’occasione di voto alle prossime elezioni legislative generali in controtendenza rispetto a questo quadro, anche attraverso le forme stesse della campagna elettorale intesa quale momento effettivo di “visibilità delle idee”, potrebbe proprio valere la pena.

Franco Astengo

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