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Il ‘caso Lazio’? Tagliare le unghie alle Regioni su nomine e spese, a partire dalla sanità

La vicenda delle ruberie alla Regione Lazio che pare si stia concludendo con lo scioglimento del consiglio regionale non può essere derubricata a fatto moralistico e di natura locale. Si tratta di un tema di carattere generale, che non investe semplicemente la ricorrente questione del finanziamento della politica, ma molto più in generale quello dell’assetto dell’amministrazione pubblica e del decentramento dello Stato.

In questo senso mi permetto di riproporre un intervento dell’Agosto 2010, le cui linee portanti – sotto l’aspetto dell’impianto di contenuto – mi appaiono ancora del tutto valide ed attuali.

L’approccio che cercheremo di fornire alle brevi riflessioni che seguiranno, su temi molto complessi  e delicati e di grande attualità, si collocherà probabilmente in una dimensione controcorrente rispetto al vigente “senso comune di massa” e, di conseguenza, di forte impopolarità.

Prima di tutto, però, va confutata l’accusa di proporre una sorta di “ritorno all’indietro”.

Il “ritorno all’indietro” c’è già stato, stiamo tornando al vecchio notabilato di ottocentesca memoria e ad una piena discrezionalità nell’esercizio della pubblica amministrazione da parte di soggetti non controllati e non controllabili, quasi come al tempo della burocrazia piemontese (con una bella differenza, dal punto di vista del senso dello stato tra Bertrando Spaventa e i soggetti in campo oggi)

Andiamo, però, per ordine: la modifica di ruolo e di funzioni nell’assetto del sistema degli enti locali e della pubblica amministrazione in Italia, avviata con la legge 142/90 (di cui ricordiamo quale punto più importante quello dell’autonomia statuaria dei Comuni) ha subito una torsione decisiva con l’adozione del sistema di elezione diretta di Sindaci, Presidenti di Provincia (dal 1993) e Presidenti di Regione ( dal 2000).

Sistema di elezione diretta, tra l’altro, valida per tutto il sistema, indipendentemente dalla dimensione degli Enti: da Rondanina a Roma.

L’intento era quello di assicurare governabilità e stabilità politica (intento realizzato, anche se, sul piano delle Regioni, il meccanismo ha cominciato a scricchiolare per via della sempre invadente “questione morale”).

Sul piano del rapporto tra politica e amministrazione cosa ha provocato , però, l’elezione diretta di queste  figure monocratiche?

La conseguenza più immediata è stata quella della necessità di costruire “staff” di loro diretta dipendenza, svincolati dal resto della pubblica amministrazione: da qui la necessità di impostare un meccanismo di cosiddetta separazione tra “politica” e “amministrazione” (varato con le leggi “Bassanini”, centrosinistra, e i relativi decreti attuativi, oltre che con le modifiche della gestione contabile).

Questa divisione ha provocato una situazione di assoluta discrezionalità da parte dei cosiddetti “dirigenti” che hanno applicato i processi di diritto privato nell’amministrazione pubblica, mettendo in discussione, tra l’altro, la pubblicità dei beni comuni e dei servizi pubblici; nel contempo abbiamo avuto una caduta di ruolo e di funzioni dei consessi elettivi (concomitante con la crisi del sistema dei partiti, sostituiti nel loro procedere, certo criticabile ma insostituibile, di vita democratica interna dal fagocitante meccanismo delle “primarie”, vera esaltazione di questo negativo sistema fondato sulla capacità di esternazione delle persone in luogo della capacità di elaborazione e di espressione delle idee) e l’abolizione del sistema dei controlli.

Si è così formato un meccanismo di sistema che prevede una interdipendenza di “unti del signore” legati fra loro dal meccanismo di elezione e di nomina: un fenomeno diffuso e pervasivo di personalizzazione della politica e dell’amministrazione, che è stato causa di gravi disfunzioni, prima di tutto sul piano finanziario.

La Corte dei Conti ha recentemente lanciato l’allarme, quantificando a 62 miliardi di euro il deficit complessivo degli Enti Locali, senza considerare il tema dei “titoli tossici”, non quantificati, in possesso di Regioni, Comuni e Province  (a proposito quando queste ultime saranno abolite o accorpate che si assumerà questa parte di debito?)che risultano essere motivo di grande preoccupazione non avvertita dall’opinione pubblica in generale, ma che potrebbe provocare una situazione di dissesto assai pronunciata.

Nello stesso tempo, dalla fine degli anni’80, il sistema politico italiano subiva l’assalto leghista: un assalto fondato su due assiomi molto semplici, non pagare le tasse, e usare la manodopera immigrata nel senso del marxiano “esercito di riserva” in una economia strutturata sul modello, già individuato dal Censis fin  dagli anni’70, della “fabbrichetta del Sciur Brambilla” (il resto della retorica leghista, da Pontida a “Fratelli sul libero suol” non conta nulla).

A quell’assalto non si rispose: o meglio si rispose in una condizione di totale sudditanza politica, acquisendo elementi di prospettiva sbagliati (a partire dall’idea che il crollo del muro di Berlino avrebbe aperto nuove frontiere di grande prospettiva) sia rispetto alla valutazione della crisi economica, lasciando spazio al liberismo selvaggio, alla monetarizzazione esasperata, alla ulteriore finanziarizzazione dell’economia dovuta al velocizzarsi improvviso dell’eterno meccanismo della cosiddetta globalizzazione, dovuto all’innovazione tecnologica nel campo della comunicazione che non governato ha prodotto fenomeni di vero e proprio “assalto alla diligenza”.

Si è ceduto con facilità all’idea della crisi verticale dello “Stato Nazione”, ci si è fermati nel lavorare su di una Europa realmente “politica”, mancando una concreta analisi della crisi.

In questo quadro sono venuti avanti provvedimenti affrettati, confusi, come quello della modifica del Titolo V della Costituzione da cui generano federalismo fiscale e federalismo demaniale, al riguardo dei quali è necessario esprimere un giudizio di forte incertezza sulle sorti della stessa unità nazionale.

Nel frattempo è mutato il ruolo delle Regioni, o meglio non si è realizzato quel ruolo di Istituzione Legislativa che stava nell’intento del dettato costituzionale: le Regioni si sono tramutate in Enti (usiamo appositamente il termine Enti, nell’accezione italiota del “carrozzone” dal fascismo in avanti) di nomina e di spesa.

Ecco: prima di abolire le Province, istituire le Città Metropolitane (al riguardo delle quale mi pare molto complesso il quadro di possibile “sistematizzazione istituzionale) o di eliminare Comunità Montane e Circoscrizioni (esempio, queste, di coesione tra Enti e di partecipazione popolare, a nostro giudizio colpite con troppa fretta e scarsa lungimiranza) sarebbe stato  il caso di “tagliare le unghie” alla Regioni proprio sul terreno delle nomina e della spesa.

A partire dal tasto più delicato: quello della Sanità, un settore ormai fuori controllo, che va riportato nell’ambito della prioritaria decisionalità a livello statale, abbattendo la tendenza alla privatizzazione, ripristinando i concorsi pubblici nazionali sia per i ruoli medici, sia per i ruoli amministrativi, eliminando consulenze ed esternalizzazioni.

Così come appare completamente fallita l’idea del tutto balzana della regionalizzazione del trasporto pubblico, in ispecie delle ferrovie: una regionalizzazione fonte di sprechi e di forti disfunzioni nel servizio, in particolare – ovviamente – al riguardo dei “pendolari” attorno alle grandi città, studenti e lavoratori.

Riteniamo non ci siano obiezioni che invochino il “risparmio”: non è certo tagliando qua e là, ma con una radicale riforma di sistema che può essere affrontato questo drammatico stato di cose.

Abbiamo sviluppato soltanto alcuni esempi e, per concludere, ritorniamo al punto: la separazione tra politica ed amministrazione dovuta, in entrambi i campi, dall’avanzarsi di un processo di personalizzazione senza controlli, di decisionalità delegata ad una sola persona, quale vera e propria involuzione del “processo democratico” inteso quale garanzia collettiva che  si è verificato in Italia, nel corso di questi quasi venti anni di infinita “transizione”.

Non sarà popolare, come scrivevamo all’inizio: ma riflettere, al di fuori delle mode correnti, su questi punti ci pare davvero indispensabile.

                                         Franco Astengo

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