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Riflessione/Legge elettorale, sinistra afona e attonita

Anche se tutto appare rinviato a Settembre e probabilmente il traguardo sarà tagliato in fine di legislatura, i grandi giochi sulla modifica della legge elettorale appaiono in pieno svolgimento, anche a causa dei reiterati solleciti avanzati dal Presidente della Repubblica .

Napolitano pare aver dimenticato, tra l’altro, quel concetto di “democrazia progressiva” di cui pure aveva sentito parlare nel periodo in cui frequentava stanze all’interno delle quali svolgeva la mansione di funzionario di partito – partii raboci si definiva in quella “langue russe” abituale al segretario del partito di cui faceva parte allora lo stesso Presidente della Repubblica adesso inspiegabilmente acconciatosi alla realtà di quella che è stata felicemente definita come “democrazia regressiva” e dalla –forse – acquisita consapevolezza del rischio di presentare, alla prossima scadenza, un meccanismo ormai rifiutato seccamente da buona parte dell’elettorato, all’interno del quale l’opinione pubblica ha individuato almeno due elementi di macroscopica contraddizione: un premio di maggioranza assolutamente esagerato e le liste bloccate.

Pare anche dimenticato, però, il tema del finanziamento pubblico ai partiti: senza una rilevante modifica di quest’ aspetto, molto delicato, del rapporto tra “ceto politico” e cittadini, lo spazio per una campagna elettorale all’insegna proprio della cosiddetta “antipolitica, intesa quale vero “oggetto del contendere” sarà enorme.

Chi ne approfitterà maggiormente, tra l’astensione (ben oltre il 40%) e il movimento 5 stelle rappresenterà, probabilmente, l’incognita più importante da esplorare.

Intanto, però sulla legge elettorale si discute al solito modo, per così dire “all’italiana”, senza alcuna visione sistemica, prestando attenzione soltanto alle logiche del vantaggio immediato per i presenti in Parlamento facendo capo a una sorta di “partito di cartello”, prefigurando soluzioni che servano, esclusivamente, a disegni politici di cortissimo respiro.

Inoltre si contrappongono tra loro soluzioni tecniche (soglia di sbarramento, collegi uninominali, voto di preferenza) senza che appaia alla ribalta almeno un minimo di riflessione sul piano teorico, al riguardo delle dinamiche politiche di fondo del nostro sistema.

Lo ha ammesso, in una sconsolata e sconsolante intervista al “Corriere della Sera” anche lo stesso prof. D’Alimonte, massimo esperto del meccanismo delle formule elettorali in Italia: tra l’altro ha fatto rilevare che non si conosce neppure il numero dei seggi da assegnare e questo, in ragione di una scelta di sistema che deve garantire (al di là di pesi e contrappesi) rappresentatività politica e territoriale, tener conto della realtà di articolazione concretamente possibile del sistema politico e governabilità la dice lunga sulla capacità di affrontamento del tema da parte degli esponenti dei gruppi parlamentari che se ne stanno occupando, almeno a parole: tra l’altro si legge di ibridazioni davvero ardite, tra uninominale d’Hondt, tra premi di maggioranza calcolati a percentuale variabile da assegnarsi addirittura ai primi due partiti.

Insomma: un guazzabuglio non solo difficile da interpretare, ma pressoché incredibile nelle sue possibili dinamiche.

La sinistra, attualmente extraparlamentare (con il serio rischio di rimanere ancora in questa non positiva condizione) appare afona e attonita: da quella sponda non pare venire alcuna riflessione di fondo, ma soltanto un dibattito molto limitato al perimetro delle alleanze e al discorso delle primarie: due temi già superati , probabilmente, nei fatti.

Inoltre deve essere considerato che qualsivoglia strumento tecnico si intenda adottare sul terreno elettorale, questo non sarà mai salvifico di una situazione di difficoltà che si è creata, oggettivamente, all’interno del sistema e nel rapporto con la società: la crisi verticale del soggetto “partito”, il negativo prevalere della personalizzazione, ad esempio, costituiscono elementi non affrontabili semplicemente attraverso una tecnica di tipo elettorale, che pure riveste la sua importanza, ma con una profonda riforma del sistema e l’affermazione di elementi ben diversi da quelli correnti nell’attualità sul piano della cultura politica.

Un esempio: sicuramente il sistema italiano presenta elementi di fortissima frammentazione sul piano parlamentare.

Una frammentazione creata, in origine, proprio da quel sistema maggioritario che era stato indicato, a suo tempo, come soluzione del male del pluripartitismo centripeto che aveva contrassegnato la vita del Parlamento italiano tra il 1946 e il 1992.

In realtà il male non era derivante dal numero dei partiti (circa otto in media, quindi neppure eccessivo), ma dal blocco del sistema che rappresentava, appunto, un fatto pienamente politico, indipendente dal meccanismo della formula elettorale, che pure aveva garantito stabilità (non bisogna, per quel che riguarda quel periodo, andare a vedere la formazione dei governi, bensì verificare il mutamento delle formule di maggioranza: un mutamento molto ridotto, con la DC sempre al centro del sistema per oltre quarant’anni).

E’ necessario, per discutere seriamente di questo argomento, compiere allora una prima scelta di fondo: si privilegia la repubblica parlamentare e di conseguenza la rappresentatività politica dei partiti oppure si preferisce far prevalere il concetto di personalizzazione accompagnato dalla priorità al riguardo della ricerca della governabilità, intesa quale fattore esaustivo dell’agire politico?

Se la risposta all’interrogativo appena posto è affermativa, allora è il sistema proporzionale quello da scegliere con convinzione, collocandoci al di là delle possibili convenienze di fase.

E’ ovvio il sistema proporzionale può essere declinato in molti modi, compreso l’attuale previsto dalla legge elettorale vigente.

Allora serve accompagnare la proposta di un sistema elettorale proporzionale con alcune altre scelte di fondo. La prima, legata alla natura parlamentare della nostra repubblica, riguarda la formazione di eventuali alleanze di governo all’interno del Parlamento eletto e non in precedenza nel corso della campagna elettorale (le coalizioni preventivamente costruite non hanno rappresentato, all’interno del sistema politico italiano per le vicende che ne hanno contrassegnato la storia degli ultimi decenni, un dato positivo: un’idea da abbandonare del tutto).

La seconda legata alla necessità di combattere la personalizzazione della politica, di cui fa parte anche il collegio uninominale (con il rischio di produrre un devastante meccanismo di “primarie di collegio” che snaturerebbero la funzione di richiamo all’organicità dei soggetti politici insita nel concetto di sistema elettorale proporzionale) è riferita all’espressione di una preferenza all’interno di un suffragio di lista.

Esiste un’ulteriore ragione a sinistra per fare del sistema elettorale proporzionale uno dei punto di riferimento dell’iniziativa politica rinunciando all’ipotesi presidenzialistico-maggioritaria adottata, assieme all’idea movimentista,  dal PRC fin da pochi anni dopo l’affrettata formazione dei partito e adesso trasferita anche in Sel.

L’idea presidenzialistico-maggioritaria  ha causato guasti gravissimi, soprattutto sul piano della capacità di espressione di cultura politica da parte di entrambe le formazioni.

In una fase di prevedibile riallineamento complessivo del sistema dei partiti il rifermento al sistema elettorale proporzionale può produrre, positivamente, la ricerca di un profilo più netto sul piano dell’identità, evitando confusioni con alleanze spurie e inopinate magari con soggetti di tipo giustizialista, genericamente movimentista, fautori di esercizio del potere in mera chiave localistica oppure espressione di una idea apparentemente “alternativa” sul piano economico (magari tenendo assieme crescita e decrescita: come se si trattasse di dati determinabili a tavolino) saltando però a piè pari il terreno del conflitto sociale e della, persistente come non mai in questa crisi, differenziazione di classe.

Mi fermo a questo punto: a sinistra sarebbe bene sviluppare un vero e proprio movimento di “proposta” legato al tema del sistema elettorale proporzionale che era stato raccolto, a mio giudizio, positivamente nella proposta di modifica dell’attuale legge presentata a suo tempo dal senatore Passigli e poi stoppata a favore di quella legata allo schema uninominale, bocciata dalla Corte Costituzionale.

Soprattutto, però, sarebbe bene cercare di ragionare con competenza e mentalità “sistemica”, senza farsi prendere dall’affanno dell’oggi: se pensiamo che, probabilmente, voteremo nel Marzo del 2013 usando il terzo sistema in meno di vent’anni abbiamo l’idea della precarietà della nostra democrazia, che, infatti, le statistiche di “Freedom house” colloca ben all’indietro nella graduatoria degli stati Occidentali.

Franco Astengo

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