Denuncia politica e sguardo scientifico: un testo a doppia firma racconta le Alpi Liguri come un patrimonio fragile e insostituibile, dove tutelare la biodiversità è una scelta di responsabilità e di futuro.
di Alessandro Dighero e Federica Patrizi
Ci sono territori che la politica adora nominare e non conosce affatto. Le Alpi Liguri sono uno di questi.
Torna ogni stagione la stessa liturgia. Gli stessi annunci, le stesse fotografie sul crinale al tramonto, le stesse parole messe in fila come soldatini: valorizzazione, destagionalizzazione, sviluppo, turismo sostenibile. Confezionate con cura, come se bastasse cambiare il lessico per cambiare la realtà. Ma la realtà non legge i comunicati stampa. La realtà resta lì, sul crinale, fragile e muta, buona da usare quando serve a vendere un’idea, dimenticata appena finita la campagna elettorale.
Noi diciamo basta a questa liturgia. E per dirlo sul serio non basta la rabbia. Serve sapere, con precisione, di cosa si sta parlando.
Le Alpi Liguri sono un hotspot di biodiversità, cioè uno di quei rari punti della Terra dove la varietà di forme di vita, vegetali e animali, raggiunge una concentrazione fuori scala rispetto al territorio circostante. Qui succede per un incrocio di fattori: la geologia complicata, il clima di confine tra Mediterraneo e Alpi, la vicinanza del mare a poche decine di chilometri dalle cime.
I numeri raccontano bene questa densità: oltre 3.000 specie e sottospecie censite, di cui 2.500 autoctone, molte delle quali endemiche o subendemiche, presenti cioè solo qui o in un’area molto ristretta e da nessun’altra parte al mondo. In uno spazio compresso, le specie mediterranee risalgono in quota e convivono con quelle tipicamente alpine, un fenomeno che altrove richiederebbe centinaia di chilometri di distanza e qui si consuma in poche ore di cammino.
La vegetazione si organizza per fasce altitudinali, ciascuna con il proprio clima e le proprie regole. Alla base troviamo piante alofite, la sclerofilla sempreverde del leccio e la macchia mediterranea; salendo verso l’interno compaiono i primi castagni, gli ornielli, i carpini neri. Più in alto, entrando nel Parco delle Alpi Liguri, il paesaggio cambia registro: faggete, abetine, lariceti, e infine le praterie e i pascoli montani, dove vivono le specie più rare, protette a livello europeo e regionale proprio per la loro unicità.
Non stiamo descrivendo uno sfondo buono per i comunicati stampa, un paesaggio da promuovere nei mesi giusti dell’anno. Stiamo descrivendo un territorio in cui la natura ha lavorato per sottrazione e precisione, facendo convivere in uno spazio ristretto ambienti profondamente diversi tra loro: rupi, ghiaioni, prati, pascoli, versanti aridi, zone calcaree, zone umide, vallette nivali. È questa varietà di microambienti a rendere il luogo così ricco, perché permette a specie che altrove non potrebbero mai incontrarsi di convivere qui, fianco a fianco, con la stessa densità e continuità.
E qui la parola chiave è endemismo. Molte piante sono presenti solo in quest’area, o in un areale molto limitato dell’arco ligure-marittimo. Questo le rende preziose. E per definizione, vulnerabili.

In biologia, un endemismo è una specie che si è evoluta in isolamento e che, per questo, non esiste in natura da nessun’altra parte. Accanto agli endemismi delle Alpi Liguri troviamo poi le specie relitte, sopravvissute qui come in rifugi ecologici che hanno conservato, nel tempo, condizioni favorevoli anche durante le grandi oscillazioni climatiche del passato. È il caso della Dryas octopetala, relitto glaciale che dopo l’ultima glaciazione ha trovato riparo proprio su queste montagne, quando altrove le condizioni erano già cambiate.
Le Alpi Liguri, in questo senso, non sono soltanto un luogo ricco di specie. Sono un territorio che custodisce una memoria botanica antica, scritta nelle piante che vi sono rimaste.
Tra le presenze più significative ci sono specie legate a habitat molto specifici: ambienti calcarei, detriti di quota, creste ventose, pascoli magri. È proprio questa dipendenza da condizioni precise a renderle allo stesso tempo affascinanti e fragili: basta una variazione di temperatura, di umidità o di stabilità del suolo ad alterarne la sopravvivenza. E il cambiamento climatico agisce esattamente su questi fattori, modificando la durata dell’innevamento, la disponibilità idrica, gli equilibri delle quote più alte.*
Per questo le Alpi Liguri hanno un valore che non è soltanto paesaggistico, ma scientifico e conservazionistico. Qui la biodiversità non è un concetto astratto da citare in un discorso ufficiale. È fatta di piante concrete, di habitat precisi, di adattamenti lunghi e delicati, costruiti in migliaia di anni. E va raccontata con rigore. Ma anche con rispetto per la sua bellezza.
Proteggere le Alpi Liguri non è un gesto simbolico, e non è una formula da ripetere nei discorsi ufficiali davanti a un microfono. È una scelta concreta. Ed è, soprattutto, la misura della serietà di chi governa un territorio. Perché se la politica riduce la natura a cornice, se tratta questi luoghi come immagini da promuovere e non come realtà da custodire, allora non sta difendendo niente. Sta solo consumando, un po’ alla volta, il patrimonio che dice di voler valorizzare.
Le Alpi Liguri non chiedono slogan. Chiedono continuità, attenzione, responsabilità vera. Chiedono che si smetta di usare parole grandi per nascondere pratiche piccole, o assenti. Qui la differenza tra tutela e abbandono non è una formula retorica. È ciò che decide se queste piante continueranno a esistere, o diventeranno solo un ricordo, una voce in un vecchio censimento.*
Saliamo allora davvero, fascia dopo fascia, dentro questo patrimonio.

Le faggete delle Alpi Liguri sono generalmente monospecifiche e a ceduo, e costituiscono un habitat di importanza fondamentale. Il faggio è una specie esigente: rispecchia la distribuzione delle precipitazioni, ha bisogno di elevata umidità atmosferica e di un humus di tipo mull, cioè un terreno ricco di sostanza organica. Accanto al faggio convivono poche altre specie arboree, come il Sorbus aucuparia, il Corylus avellana (il nocciolo) e l’Acer pseudoplatanus, mentre nel sottobosco prosperano numerose specie erbacee: cardamini, aquilegie, Hepatica nobilis, Prenanthes purpurea, Solidago virgaurea, Paris quadrifolia, Astrantia major. Sono in gran parte specie sciafile, che hanno cioè bisogno di ombra per sopravvivere: per loro la copertura fogliare del faggio non è un dettaglio, è la condizione stessa della vita. Una delle faggete più importanti d’Europa si trova proprio qui, sulle nostre Alpi: è il Bosco di Rezzo, in Valle Arroscia, una delle pochissime faggete a crescere a quote così elevate.
Salendo ancora si incontrano i lariceti, in formazioni pure o miste con l’abete bianco, diffusi in Val Nervia, in Valle Argentina e nei pressi del Tanarello. La foresta di larici del Monte Gerbonte è un Sito di Interesse Comunitario, dove alcuni esemplari sono iscritti nel registro degli alberi monumentali d’Italia. Più in alto ancora, tra i 1.700 e i 2.200 metri, nella provincia di Imperia si aprono gli arbusteti montani dominati da Rhododendron ferrugineum e Vaccinium myrtillus, che regalano fioriture spettacolari nella prima metà di giugno, seguite in stagione da Chamaenerion angustifolium e Astrantia minor.
Salendo di quota si entra nel regno delle specie di maggior pregio naturalistico: i gigli, che fioriscono a luglio; l’Aster alpinus; la Genziana ligustica, endemica delle Alpi Liguri, che cresce nelle zone rupicole spesso accompagnata dalle saxifraghe; la Gentiana lutea, che può superare i 150 centimetri d’altezza, tipica di prati e pascoli montani e subalpini, inserita nell’allegato 5 della Direttiva Habitat. E poi i tappeti di Dryas octopetala, il relitto glaciale già raccontato, diffuso su tutto l’arco alpino; la Primula marginata, endemica delle Alpi sud-occidentali, che vegeta su rupi calcaree e pascoli sassosi tra i 1.000 e i 2.600 metri, presente in Valle Tanaro, Valle Pesio e Valle Argentina con fioritura primaverile in maggio; la Silene acaulis, che vive su rupi e ghiaioni calcarei contribuendo a consolidarli; la Saxifraga callosa, tipica delle rupi calcaree, che in Valle Argentina regala magnifiche fioriture a luglio.
Nelle zone umide di quota vive un mondo a parte: la Saxifraga aizoides, presente in Valle Pesio nei pressi dei laghetti del Marguareis e segnalata, ma ancora da confermare, in poche altre località delle Alpi Liguri; la Swertia perennis, in Val Roya a circa 1.600-1.700 metri, con fioritura tra giugno e luglio.

Il repertorio di specie endemiche non si esaurisce qui. C’è la Campanula macrorhiza, che arriva fino a 1.800 metri su rupi calcaree; l’Eryngium spinalba, tra i 1.000 e i 2.000 metri nelle praterie montane e subalpine di Valle Argentina e Valle Nervia; la Fritillaria tubiformis subspecie moggridgei, della stessa famiglia dei gigli, presente in Val Nervia con fioritura estiva; la Micromeria marginata, subendemica delle pietraie tra i 1.800 e i 1.900 metri, che si trova anche verso il confine francese e sulle Alpi Marittime; la Moehringia lebrunii, endemica e rara insieme, relegata a pochissime località di Val Nervia e Valle Argentina su rupi calcaree a circa 1.700 metri; il Phyteuma cordatum di Balbis, endemismo esclusivo della Val Nervia, nei pressi del Monte Toraggio, tra i 1.600 e i 1.700 metri; la Saxifraga cochlearis, anch’essa unica in Val Nervia, tra il Monte Pietravecchia e la Gola del Corvo, su rupi calcaree tra i 1.400 e i 1.500 metri; e ancora il Rhaponticum bicknellii, di prati e pendii sassosi fino a 1.800 metri, presente sia sulle Marittime che sulle Alpi Liguri, al confine con la Francia.
C’è un dato, quest’anno, che merita di essere raccontato senza filtri, perché è il punto in cui la scienza smette di essere solo catalogazione e diventa avvertimento. La fioritura di tutte queste specie è stata anticipata. Alcuni esempi bastano a capire la portata del fenomeno: a giugno le saxifraghe erano già fiorite; a luglio l’Aster alpinus era già sfiorito sul Saccarello, a 2.200 metri; la fioritura dei rododendri è arrivata con ben due settimane di anticipo rispetto alla norma. Specie come la Dryas octopetala e la Silene acaulis, che normalmente ricoprono i nostri versanti a luglio, quest’anno sono fiorite già a giugno e sparite prima ancora che il mese successivo cominciasse.
Le specie vegetali alpine sono tra le più sensibili al cambiamento climatico esistenti. E il problema non è soltanto estetico, non è solo il fatto che si fiorisca prima. A livello ecologico il danno è enorme: l’aumento delle temperature in alta quota comporta un cambiamento dell’habitat stesso, e quando l’habitat non è più idoneo, le specie che fino a oggi vi hanno vissuto non si spostano altrove. Scompaiono. Per sempre.
Ecco allora la domanda che a chi governa la Liguria non piace sentirsi fare: cosa resterà di tutto questo, tra vent’anni, se continuiamo a trattarlo come un fondale.
Le Alpi Liguri non hanno bisogno di un altro comunicato stampa. Hanno bisogno che qualcuno, per una volta, faccia i conti con la realtà: quella delle piante che scompaiono, non quella degli slogan che restano identici di stagione in stagione. La biodiversità non si difende a parole. O la si tutela sul serio, con scelte concrete, con fondi, con monitoraggio, con il coraggio di dire no a ciò che la minaccia, oppure la si perde. Non esiste una terza via, non esiste un compromesso che accontenti tutti. Esiste solo la scelta tra custodire e consumare.
Le Alpi Liguri sono ancora lì, con i loro endemismi, i loro relitti glaciali, la loro memoria botanica antica. Per ora.
Alessandro Dighero e Federica Patrizi
