Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Loano comunali 2027: si affaccia la candidatura di Dighero, figlio del compianto medico di famiglia


RICEVIAMO – La Liguria è quel posto straordinario dove ogni progetto nasce già con la fascia tricolore, già benedetto, già indispensabile, già raccontato come se il semplice fatto di esistere lo rendesse intelligente. Per Loano occorre perseguire un progetto politico e amministrativo fondato sulla tutela del territorio, della costa, dell’ambiente e della qualità della vita dei cittadini soffocati dalle seconde case.

di Alessandro Dighero

Qui non si progettano opere: si celebrano. Non si valutano scelte: si annunciano. E soprattutto non si fanno le domande fastidiose, quelle che disturbano sempre i grandi sogni di cartone: chi paga, quanta energia serve, quanta acqua consuma, dove lo mettiamo, e perché mai dovrebbe funzionare meglio del precedente. Domande da malpensanti?

In Liguria, il malpensante è sempre quello che pretende la realtà.

Il governatore, in questo quadro, ha il ruolo più comodo del mondo: quello dell’uomo che deve apparire sopra la mischia mentre la mischia gli passa sotto il balcone. Sorride, rassicura, parla di equilibrio, e intanto lascia che il territorio si incarichi da solo di sopportare il peso delle decisioni. È una forma altissima di governo: non governare, ma sembrare prudenti. Una specie di ascetismo politico. Il problema è che, quando la prudenza diventa sistema, il risultato è sempre lo stesso: nessuno decide davvero, però tutti si dichiarano soddisfatti. Per qualche minuto. Poi arriva il conto.

E il conto, in Liguria, arriva quasi sempre in forma di modernità. Perché qui la modernità non è un processo, è un trucco di scena. Basta dire “innovazione”, “digitale”, “intelligenza artificiale”, “transizione”, “rilancio”, e improvvisamente tutto sembra sensato anche quando è solo costoso. La vera genialità della politica contemporanea è questa: prendere un problema materiale e rivenderlo come inevitabile visione del futuro. Così la fabbrica del domani diventa un cantiere di oggi, il futuro leggero si rivela pesantissimo, e l’innovazione – sorpresa! – richiede energia, acqua, infrastrutture, personale, rete, spazio e pazienza. Tanta pazienza. Che di solito è l’unica risorsa che si pretende ancora gratis.

Prendiamo i data center e la Gigafactory dell’IA. Un capolavoro di magia amministrativa. Si parla di nube, di intelligenza, di immateriale. Poi però servono capannoni, impianti, raffreddamento, trasformatori, connessioni, autorizzazioni e soprattutto acqua. Tanta acqua. È il paradosso perfetto del nostro tempo: più il progetto si presenta come evanescente, più ha bisogno di materia per stare in piedi. La politica lo racconta come se fosse un asilo per angeli digitali, ma sotto sotto è sempre il solito vecchio mestiere: occupare territorio e chiedere ai cittadini di applaudire mentre gli si scarica addosso il costo della meraviglia.

La Liguria, però, non è una distesa vuota dove infilare tutto quello che altrove dà fastidio. È una regione stretta, fragile, già compressa, già piena di carichi, di pressioni, di sovrapposizioni. Ogni nuovo insediamento qui non si aggiunge: si incastra. Si somma. Si appoggia sopra un equilibrio che era già precario. E allora la classe dirigente locale, che dovrebbe fare selezione, preferisce accumulare. Porto, cantieristica, logistica, IA, data center, infrastrutture strategiche: si punta tutto, come in una roulette amministrativa, e poi si finge sorpresa quando la pallina cade proprio sulla voce che nessuno voleva davvero spiegare. È il trionfo della politica che confonde il movimento con la direzione.

A questo punto il PEAR 2030 dovrebbe essere il luogo della chiarezza, della misura, della verità tecnica. Dovrebbe dire quanto costa ogni nuovo insediamento, quanta energia consuma, quanta acqua richiede, quanto suolo occupa, quanto margine lascia alla rete, quanto impatto produce sul resto. Dovrebbe. Ma se resta una cornice elegante per parole prudenti, allora non pianifica nulla: decora. E una decorazione, quando si occupa di risorse scarse e territori fragili, è solo una bugia con il timbro.

Poi arriviamo ai porti, e lì la commedia smette di essere regionale e diventa nazionale. Perché nei porti si capisce tutto: chi decide, chi subisce, chi racconta, chi incassa, chi si limita a fare da cornice istituzionale. La riforma portuale viene venduta come modernizzazione, ma somiglia molto al solito capolavoro italiano: si tolgono risorse ai territori e poi si spiega loro che è per il loro bene. Le Autorità di Sistema Portuale, che dovrebbero avere i mezzi per programmare, mantenere e adattare gli scali, rischiano di trovarsi più leggere nel portafoglio e più pesanti nei problemi. Prima si svuota il motore, poi ci si stupisce che l’auto non parta. Una filosofia brillante, da ingegneri del disastro.

E qui entra in scena il capogruppo del “fu governatore delinquente” ligure, che attualmente ricopre la posizione di Presidente del Consiglio della Regione Liguria, figura meravigliosamente adatta a questo tipo di teatro: sorride, bilancia, media, rassicura. Parla come se l’equilibrio fosse una virtù morale, quando in realtà è spesso solo il nome elegante dell’assenza di una posizione. È il campione del non disturbare, del non prendere troppo sul serio, del non chiamare le cose con il loro nome. E così il porto diventa un oggetto da raccontare, non da governare; un simbolo da esibire, non un pezzo di territorio da proteggere.

A Loano, poi, il gioco si fa quasi perfetto nella sua piccolezza. Perché il porto di Loano non è solo un’infrastruttura: è una domanda politica in carne e ossa. Chi decide davvero? Per chi si decide? E chi paga il prezzo delle scelte presentate come sviluppo? Lì la retorica si sgonfia, perché il porto non è uno sfondo elegante ma un frammento di paese, un equilibrio delicato, un pezzo di vita concreta. Dentro la riforma nazionale e dentro la liturgia regionale, Loano non è un dettaglio: è il punto in cui il discorso si scopre. Si promette modernizzazione, si invoca il bene comune, si blandisce il territorio, e poi si pretende che il territorio ringrazi. Ma il mare, almeno lui, non si lascia convincere dai comunicati.

In Liguria non manca il futuro. Manca qualcuno che abbia il coraggio di governarlo prima che si trasformi nell’ennesimo problema raccontato bene.

Alessandro Dighero

2/ACCADE IN GERMANIA, PER LA PRIMA VOLTA NELLA STORIA DEL PAESE, 80 MILIONI DI ABITANTI E  LOCOMOTIVA ECONOMICA DELL’EUROPA.

“Io sono un socialista”. Luigi Pantisano, 46 anni, architetto, dal 2025 ha un posto al Bundestag come parlamentare della Repubblica, dove è vicecapogruppo della Linke. 

Il primo italo-tedesco a diventare leader di un partito in Germania. No fa parte dei politici che aspirano al potere a suon di compromessi. Eletto alla presidenza con un magro 53% di consensi. “Sono figlio di ‘Gastarbeiter’ (lavoratori immigrati, ndr) di famiglia italiana. I miei genitori hanno lavorato duramente per permettere a me e ai miei fratelli un futuro migliore. Ho imparato da loro a combattere”. Al suo fianco Ines Schwerdtner, confermata alla copresidenza con l’86%. Pantisano è tenace assertore che chi ricopre cariche istituzionali e fa politica non deve trasformarsi in un ‘mestiere a vita’. Sostiene il ricambio e l’alternanza ‘sale’ della democrazia. 

Loano può  fregiarsi di politici-pubblici amministratori ‘unti’ dal Signore. C’è chi resiste, grazie agli elettori loanesi, da 38 anni (tra Comune, Provincia, Regione). Chi è eletto consigliere comunale da 38 anni, avendo iniziato il suo percorso istituzionale nel 1988. Nel guinness non manca chi, da 22 anni, non vuole privare Loano della sua esclusiva competenza e un esempio di fede che fa la Comunione. Meglio se in pubbliche ricorrenze. Farà anche la confessione dei peccati?

Loano dove in consiglio comunale i socialisti eletti erano 5, tra essi Osvaldo Pignocca, padre dell’ex sindaco Luigi fedele a Forza Italia e il notaio Giacomo Burastero, entrambi sono stati presidente dell’Azienda di Soggiorno. Burastero presidente della sezione Anpi di Loano, nel periodo in cui aderirono molti giovani loanesi.  Presidente della Loanesi calcio. Senza dimenticare altre figure specchiate del parlamentino: il maestro Giuseppe Acquamorta, il geometra Alberto Vignola (eletto anche in Provincia). O ancora Giacomo Patrone, vero agricoltore, tenace e battagliero presidente della locale Coldiretti. Purtroppo avversario dell’innovativo Piano regolatore Renacco perchè ‘impediva ai contadini di vendere i terreni dove sarebbero sorti in futuro dei palazza. Dandogli atto che all’epoca non era ancora possibile.

Un periodo di visite frequenti, a Loano, di  Alessandro Giuseppe Antonio Pertini, detto Sandro,  dapprima eletto alla Presidenza della Camera dei Deputati (1968-1976) e poi Presidente della Repubblica con i voti di tutti i partiti dell’arco costituzionale. Pertini e il notaio Burastero avevano un franco legame di amicizia e nei suoi comizi accadeva che non vedendo: …..”dove sei finito Giacumin”  (in dialetto)

Il notaio che confidava: “Sandro mi ha accompagnato dal ministro….”. “Ho telefonato a Sandro per la pratica….”. Allora non c’erano ancora le Regioni e ‘tutto passava attraverso la burocrazia dei  ministeri romani”. In un comizio elettorale a Balestrino, l’allora deputato del Psi, fondato da Pietro Nenni e Lelio Basso, conobbe Italo Panizza, giovane socialista, poi sindaco, morto a 80 anni, nel 2022. Ristoratore di successo con “La Greppia“.Pertini in dialetto”…Sono felice perché qui prenderemo tanti voti. Il compagno Italo ha un fratello frate dei Cappuccini…anche lui è dei nostri (e facendo ridere la platea)…pregate che diventi vescovo anche se io sono ateo…” Ma nel suo studio, al Quirinale, tenne sempre appeso un crocifisso.

Ebbene frate Lino, da missionario, fu nominato primo vescovo della Diocesi di Carabayllo (Perù) da Papa Giovanni Paolo II.

Non meno spiritose le battute di Pertini sulla giovanissima Caterina che ogni 5 del mese, andava in estasi in casa, tra un bagno di folla, per le apparizioni della Vergine Maria che lasciava sempre un messaggio per i fedeli. Pertini,  in dialetto (altre risate) “pregate, lunga vita a Caterina, mi dicono che un miracolo sono i pulman  di pellegrini…portano palanche e lavoro…E adesso è l’ora di mettersi seduti a tavola. Non arrabbiatevi, io torno dalla mia cuoca prediletta, Lisetta”. ” In effetti il Presidente più amato dagli italiani pranzava a Erli durante i suoi spostamenti elettorali nell’entroterra.

Italo Panizza, a 74 anni, da 30 consigliere comunale, si era dimesso per anticipare una prevedibile mozione di sfiducia, accusato per conflitto di interessi causa un parcheggio privato, in parte privo di autorizzazione del Comune. L’annuncio affidato ad un clamoroso manifesto funebre, senza precedenti per la Liguria: ” E’ mancato all’affetto dei suoi elettori, alle ore 22,30 del 16 dicembre 2015, Italo Panizza….”.  Un manifesto che fece il giro della stampa italiana.

QUEL GIORNO DI DICEMBRE 2015 A BALESTRINO….

IL MANIFESTO FUNEBRE RIPRESO DA MOLTI MEDIA ANCHE NAZIONALI

QUANDO A LOANO, FINE ANNI ’60 E ’70, IL NOTAIO GIACOMO BURASTERO PRESIDENTE DELL’ANPI AVEVA CONVINTO UNA QUARANTINA DI GIOVANI LOANESI AD ISCRIVERSI ALL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEI PARTIGIANI D’ITALIA


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