Da oltre un secolo la manifattura italiana si è contraddistinta per avere raggiunto livelli di competenza, tecniche di progettazione e risultati tali da farla diventare la seconda manifattura in Europa.
di Carlo Garnero

Da qualche anno a questa parte sembra però ci si stia avviando verso una lenta desertificazione. La competitività cinese (soprattutto in termini di bassi prezzi) mette in seria difficoltà il futuro della produzione italiana. Non credo che basti alzare muri (dazi) per proteggerci da questo tsunami. Possiamo sviluppare idee nuove per invertire questo lento degrado?
Credo si possano fare alcune considerazioni:
- La componentistica che oggi produce alberi di trasmissione, bielle o cambi per motori termici ha le competenze ingegneristiche e le tolleranze millimetriche necessarie per essere riconvertita nella produzione dei “muscoli” e delle “articolazioni” dei robot (umanoidi). L’Italia ha già eccellenze nella ricerca robotica (si pensi all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova con il robot iCub), ma manca ancora la volontà politica e industriale di fare sistema per trasformare i laboratori in catene di montaggio di massa.
- Riconvertire la filiera in questa direzione significherebbe non inseguire i cinesi sulle batterie (dove hanno un monopolio chimico imbattibile), ma scavalcarli sul terreno della manifattura complessa.
In economia non basta avere una buona idea o intravvedere una prospettiva a medio / lungo termine, bisogna che sussistano le condizioni per portarla avanti e parlo di condizioni politiche, economiche, sociali, etc…
Intanto possiamo enunciare alcuni vincoli che ritengo utili al raggiungimento dello scopo di offrire un’alternativa credibile all’immobilità e alla bieca speranza che il peggio non arrivi.
Si parla tanto di favorire l’ingresso di nuovi produttori esteri nel panorama italiano. Ebbene almeno si dovrebbe pretendere di applicare Il “Principio di reciprocità” sugli utili allo scopo di bloccare la fuga di capitali. Se un’azienda asiatica vuole produrre in Italia per aggirare i dazi europei, lo Stato potrebbe imporre condizioni stringenti:
- Reinvestimento obbligatorio: Una quota maggioritaria degli utili generati sul suolo nazionale deve essere tassata e reinvestita in ricerca, sviluppo e infrastrutture locali.
- Fiducia condizionata: I profitti non possono essere semplicemente “estratti” e rimpatriati per finanziare la casa madre a Pechino, lasciando all’Italia solo i salari (spesso bassi) degli operai della catena di montaggio.
Questo approccio eviterebbe l’errore del 1986 quando per paura dello straniero (Ford voleva acquistare Alfa-Romeo) si scelse il monopolio nazionale (FIAT) con tutte quelle promesse poi non mantenute; oggi si rischierebbe di svendere la produzione allo straniero senza garanzie sul valore reale che resta sul territorio.
Imporre il vincolo del reinvestimento degli utili costringerebbe i produttori esteri a radicarsi davvero, creando centri di ricerca in Italia e integrando i fornitori locali, trasformando un investimento potenzialmente “predatorio” in una reale crescita del sistema Paese.
Per evitare la fine dell’Alfa Romeo, questa transizione dovrebbe uscire dalle stanze segrete e diventare un Piano Industriale Nazionale partecipato:
- Scuole e Università: Creando subito corsi di meccatronica applicata alla robotica negli istituti tecnici (ITS) dei distretti in crisi.
- Consorzi aperti: Creando piattaforme dove le piccole imprese possono accedere ai brevetti della robotica pubblica (finanziata con le tasse dei cittadini) per iniziare a produrre componenti.
- Trasparenza sui capitali esteri: Se si decide di far entrare un produttore straniero (cinese o americano), le condizioni sulla non-esportazione degli utili e sul reinvestimento locale dovrebbero essere scritte in chiaro, discusse in Parlamento e monitorate pubblicamente
Qualcuno potrebbe sostenere che non siamo soli ma che c’è l’Europa per questi grandi piani di riconversione industriale…. ma temo che se aspettiamo il treno Europa le cose rischiano di insabbiarsi ancora di più per questi motivi:
- Paralisi burocratica;
- Gli interessi dei 27 non sono gli interessi dell’Italia;
- Perdita dell’iniziativa strategica: Se aspetti che l’Europa definisca le regole, sarai costretto ad adeguarti a un vestito cucito su misura per altri. Ad esempio, la Germania sta investendo massicciamente sulle proprie fabbriche di microchip e batterie; se l’Italia aspetta passivamente, i fondi europei andranno a finanziare i colossi tedeschi o francesi, relegando l’industria italiana a fare, ancora una volta, la “terzista” di lusso per il Nord Europa.
La scelta migliore non è “andare da soli contro l’Europa“, ma applicare quella che gli economisti chiamano anticipazione strategica.
L’Italia dovrebbe muoversi subito a livello nazionale, creando le condizioni (distretti della robotica, incentivi al reinvestimento degli utili, accordi di filiera) per farsi trovare già pronta e posizionata quando l’Europa finalmente delibererà le sue linee guida. Muoversi in anticipo permette di dettare le regole a Bruxelles anziché subirle. Chi si muove per primo in un settore (come la robotica umanoide di precisione) costringe l’Europa a scrivere i regolamenti comunitari prendendo come modello i tuoi standard industriali.
Perché manca una sintesi? Il vero problema della politica italiana attuale è la frammentazione di questa visione:
Chi ha la sensibilità per capire l’importanza della sovranità e della protezione degli asset nazionali (il centrodestra) spesso non ha nel proprio DNA culturale o nei propri programmi una visione di forte pianificazione industriale e tecnologica sul futuro (come la robotica umanoide).
Chi invece è focalizzato sull’innovazione tecnologica e digitale (il centrosinistra e i centristi) tende ad affidarsi totalmente alle regole del libero mercato globale e dell’Unione Europea, vedendo con forte scetticismo qualsiasi misura di intervento statale “aggressiva” (come i vincoli sulla reciprocità degli utili o il protezionismo economico).
Finché queste due anime non troveranno una sintesi in un grande progetto industriale comune, le idee di riconversione strategica rimarranno confinate nei dibattiti accademici, lasciando la politica industriale ostaggio della difesa dell’esistente. E sulla difesa dell’esistente un grosso ruolo lo svolgono i sindacati con la loro preoccupazione di aumentare i salari senza badare al modo di produrre salario. Se non c’è produzione non c’è salario e resta solo la cassa integrazione.
Oggi l’Italia è la seconda potenza manifatturiera d’Europa e detiene la quota più alta di robot installati nel continente dopo la Germania. La base tecnologica c’è, ma serve un’azione concertata.
- La “Clausola di Reinvestimento” (Reciprocità Geopolitica)
Se i colossi globali (siano essi cinesi nell’automotive, o fondi sovrani nel lusso) vogliono sfruttare il mercato italiano ed europeo per evitare dazi o darsi un tono di prestigio, l’Italia deve dettare le condizioni d’ingresso, superando il timore reverenziale del passato.
L’azione: Introdurre una tassazione differenziata o un blocco normativo sul rimpatrio immediato dei dividendi per gli investitori esteri che operano in settori strategici.
La strategia: Se generi utili in Italia, una quota predeterminata (es. il 40%) deve rimanere sul territorio per un minimo di 10 anni sotto forma di investimenti in Ricerca & Sviluppo in loco o collaborazioni con le università italiane. Se decidi di portare via tutto, scatta una “Exit Tax” punitiva. Questo costringe lo straniero a mettere radici reali e non “predatorie”.
- Consorzi Nazionali di Riconversione (Dall’Automotive alla Meccatronica Umanoidi)
Le singole piccole e medie imprese italiane (PMI) non hanno i capitali da sole per fare il salto verso la robotica umanoide o l’aerospazio. Lo Stato deve agire da acceleratore di sistema.
L’azione: Istituire Consorzi di Distretto aperti, finanziati combinando fondi europei residui e capitale privato (attraverso crediti d’imposta vincolati).
La strategia: Questi consorzi devono fare “trasferimento tecnologico“. Strutture come l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) o i grandi Politecnici devono mettere a disposizione delle reti di piccole fabbriche i brevetti sui “muscoli” (attuatori), i giunti e la sensoristica dei robot. L’officina piemontese o emiliana che oggi trema perché non produrrà più componenti per i motori termici di Stellantis, deve essere accompagnata a produrre i componenti meccanici di precisione per la robotica di domani.
- Riforma degli ITS e “Patti Generazionali” sul Lavoro
Le nuove generazioni si trovano davanti a un mercato del lavoro duale: contratti precari o mancanza totale di competenze richieste dalle aziende che innovano.
L’azione: Ribaltare il sistema formativo potenziando massicciamente gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) d’eccellenza sul modello tedesco. Le ore di insegnamento devono essere co-progettate e tenute per il 50% da ingegneri e tecnici delle aziende del territorio.
La strategia: Sgravi contributivi totali e strutturali per i primi 5 anni a favore delle aziende che assumono giovani diplomati da questi percorsi con contratti a tempo indeterminato. Il passaggio di competenze dai lavoratori senior (vicini alla pensione) ai giovani deve essere incentivato con staffette generazionali protette (part-time per il senior che fa da tutor al giovane neo-assunto).
- Un “Fondo Sovrano” basato sul Risparmio Privato Italiano
L’Italia ha uno dei debiti pubblici più alti del mondo, ma ha anche una delle ricchezze private (il risparmio sui conti correnti dei cittadini) più alte del pianeta, stimata in migliaia di miliardi di euro. Oggi quei soldi restano fermi, mangiati dall’inflazione, o finanziano fondi esteri.
L’azione: Creare un Fondo Sovrano Italiano per l’Innovazione Tecnologica, garantito parzialmente dallo Stato, aperto alla sottoscrizione dei cittadini con forti defiscalizzazioni sui rendimenti a lungo termine.
La strategia: Utilizzare il risparmio degli italiani non per pagare la spesa pubblica corrente, ma per comprare quote e finanziare la crescita delle nostre startup deep-tech e delle aziende meccatroniche che decidono di scalare a livello internazionale. In questo modo la ricchezza nazionale torna a finanziare il lavoro dei figli di chi quel risparmio lo ha accumulato.
Per fare tutto questo, la politica deve smettere di rincorrere il consenso immediato del prossimo mese e iniziare a ragionare con la logica dei grandi piani industriali degli anni ’50 e ’60. Il futuro delle prossime generazioni si gioca sulla capacità di non svendere il nostro saper fare manifatturiero, ma di dargli semplicemente un nuovo obiettivo tecnologico globale.
Per strutturare un fondo sovrano senza aumentare il debito pubblico (evitando che venga contabilizzato da Eurostat nel perimetro delle amministrazioni pubbliche), bisogna attingere a strumenti di finanza strutturata e di mercato, facendo leva sulla cooperazione tra pubblico e privato.
Il risparmio finanziario degli italiani sui conti correnti e nei prodotti assicurativi supera i 4.000 miliardi di euro. Intercettarne anche solo l’1% significherebbe disporre di un polmone da 40 miliardi di euro per l’innovazione.
Di seguito espongo un’architettura tecnica per realizzare questo veicolo, basata su modelli europei di successo e sulle normative attuali (come i PIR e i fondi ELTIF)
- La Struttura Societaria e la Governance
Il Fondo non deve essere un ministero o un ente pubblico. Deve essere una SGR (Società di Gestione del Risparmio) di mercato, sul modello di CDP Venture Capital ma a partecipazione prevalentemente privata.
Lo status giuridico: Un Fondo Comune di Investimento Chiuso Riservato o una SICAF (Società di Investimento a Capitale Fisso).
La Governance: La gestione deve essere affidata a un team di professionisti della finanza d’impresa e del deep-tech (esperti di robotica, IA, aerospazio), non a nomine politiche. Lo Stato (tramite il Ministero dell’Economia o Cassa Depositi e Prestiti) detiene una quota di minoranza (es. 15-20%) e un potere di veto (Golden Share) esclusivamente per garantire che gli investimenti rimangano coerenti con la sicurezza strategica nazionale.
- L’Architettura Finanziaria: La Struttura “Tranching”
Per convincere il piccolo risparmiatore a investire in tecnologie ad alto rischio (come la robotica umanoide) senza spaventarlo, il fondo deve essere strutturato in classi di rischio diverse (tranches):
Tranche Junior (First-Loss): Sottoscritta dallo Stato (utilizzando ad esempio i fondi derivanti dai dividendi delle partecipate pubbliche come Eni, Enel, Leonardo). Questa quota serve ad assorbire le prime eventuali perdite del fondo, agendo da scudo protettivo per i risparmiatori.
Tranche Senior e Mezzanine: Collocate sul mercato e destinate ai risparmiatori retail e istituzionali (fondi pensione, casse di previdenza). In questo modo, il cittadino sa che il suo capitale è protetto “a valle” dallo Stato, ma le perdite non finiscono nel debito pubblico perché l’investimento statale è a fondo perduto o coperto da attivi già esistenti.
- Gli Incentivi per il Risparmiatore (La Leva Fiscale)
Nessuno investe per puro patriottismo; servono incentivi economici forti, superiori a quelli dei normali BTP:
Esenzione totale dal Capital Gain: Zero tasse sul capital gain (invece del classico 26%) se il titolo viene mantenuto in portafoglio per almeno 5-7 anni.
Detrazione IRPEF immediata: Una detrazione fiscale del 20-30% sull’importo investito per l’anno in corso (mutuando lo schema già esistente per gli investimenti in startup e PMI innovative).
Esclusione dall’imposta di successione: Per favorire il passaggio generazionale del risparmio.
- Liquidità e Vincoli di Durata
La tecnologia richiede tempo (capitale paziente). Il fondo deve essere a lungo termine (7-10 anni), ma il risparmiatore retail ha paura del capitale bloccato.
La soluzione: Quotazione del fondo su un segmento specifico di Borsa Italiana (MIV – Mercato degli Investment Vehicles). Il cittadino che ha un’emergenza non può riscattare i soldi direttamente dal fondo (smobilizzando gli investimenti nelle aziende), ma può vendere le proprie quote sul mercato secondario ad altri investitori, garantendo la liquidità del proprio denaro.
- Criteri di Impiego del Capitale
Il fondo non deve fare “salvataggi” di aziende cotte. Deve operare con la logica del Venture Capital e del Growth Capital:
Fornitura di filiera: Finanziare i contratti di sviluppo per le PMI meccatroniche che convertono le linee produttive verso l’automazione avanzata e la robotica.
Co-investimento: Il fondo non investe mai da solo. Per ogni euro investito dal Fondo Sovrano, ci deve essere un partner industriale o un fondo privato che mette almeno 50 centesimi. Questo garantisce la validità commerciale del progetto industriale.
Con una struttura di questo tipo, lo Stato non spende soldi emettendo nuovo debito (BTP), ma agisce come regolatore e garante di ultima istanza, canalizzando il risparmio privato improduttivo verso la creazione di lavoro qualificato e brevetti nazionali per le future generazioni.
Si tratta di fare sistema non di affidarsi alle capacità di qualche imprenditore illuminato….
Con queste brevi note spero di avere aperto un argomento di discussione e di approfondimento per una migliore comprensione delle dinamiche politiche, economiche e sociali per garantire un futuro migliore alle nostre future generazioni.
Carlo Garnero
