Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Un mondo in subbuglio

Iran, Bolivia e Perù…Russia, Cina, Turchia. Quale (nuova?) scienza sociale per interpretare un mondo in subbuglio?

di Antonio Rossello

Immagine di Belansky

A parte la guerra, che imperversa in Ucraina, ma non molla mai la presa in aree dimenticate dal mainstream, buona parte del mondo è in subbuglio per via di contestazioni plateali. Ecco una sommaria rassegna di recenti casi di cruente manifestazioni di piazza.

Russia. Settembre 2022. Forti proteste in 38 città contro la mobilitazione ordinata da Putin. Centinaia di arresti e più di mille i fermati, risultarono esauriti i biglietti aerei per le linee dirette all’estero e chilometri di fila alla frontiera con la Finlandia.

Iran. L’inizio è ancora settembre 2022: non si sono mai placate le proteste. Un gran numero di persone abitualmente si raduna, opponendosi alle esecuzioni di manifestanti condannati a morte per aver preso parte alle ondate di protesta in corso nel Paese da quando Mahsa Amini, una curda iraniana di 22 anni, morì, il 16 di quel funesto settembre, dopo il suo arresto a Teheran da parte della polizia morale. Fu accusata di aver infranto il “dress code” che impone alle donne di portare il velo.

Turchia. Nello scorso dicembre, ad Istanbul, decine di migliaia gli abitanti scesi in strada presso la piazza del municipio, per manifestare la propria solidarietà al sindaco della città, Ekrem Imamoglu. Quest’ultimo era stato colpito da una condanna a 2 anni, 7 mesi e 15 giorni, perché ritenuto colpevole di ‘ingiuria’ nei confronti dei membri del Comitato per le Elezioni turco, che annullò la sua vittoria decidendo il ritorno alle urne (dove poi Imamoglu ripetè il successo).

Sempre a dicembre 2022, addirittura la Repubblica popolare cinese ha visto crescere il numero di proteste nelle strade contro le restrizioni anti-COVID; sono state le maggiori manifestazioni di dissenso nel paese dagli eventi di Piazza Tienanmen del 1989.  Ulteriori agitazioni sono divampate, la settimana passata, a Chongqing, nel sud del Paese, in una fabbrica della casa farmaceutica Zybio, che produce kit diagnostici per il Covid-19. Ed ancora, a Shanghai, e in altri showroom della Cina, cori e contestazioni da parte dei recenti clienti del marchio statunitense Tesla. Alla base del gesto c’è il taglio applicato, per la seconda volta negli ultimi tre mesi, al listino prezzi. Secondo gli osservatori, il crescente numero di proteste in Cina segnala una frattura tra leadership e popolazione, che allontanerebbe gli obiettivi prefissati dal Partito Comunista Cinese per il 2050.

Da Pechino a Mosca, passando per Teheran e Ankara, i fatti sembrano dimostrare il contrario delle ipotesi dei politologi che, negli ultimi anni, avevano reputato i Paesi, con forme di governo non democratiche, le realtà più solide e a prova di crisi.  Per noi, i comuni mortali, però potrebbe avere in tasca la soluzione giusta un demiurgo che, in nome di una improcrastinabile pinco pallo cura “sociale” o – à la page – “societaria”, bontà sua riprende un collaudato strumento pedagogico. E’ la favola, nel suo largamente sperimentato schema di scrittura “a tre”. Vale a dire: “I tre moschettieri”, “Tre sorelle”, “Tre uomini in barca” o film come “I tre giorni del Condor”, “I tre dell’Operazione Drago”, “Il buono, il brutto, il cattivo”; espressioni come «Veni, vidi, vici», «Ieri, oggi, domani», «Audi, vide, tace» e così via),  sia per il numero dei personaggi: la trinità Psiche (l’individuo, l’anima), Pragma (gli oggetti, le macchine ), Orga (pirandelliamente in cerca d’autore…) sia per la progressione della figura retorica a climax (ed è questo l’aspetto più fantasmagorico), … Ma le terne hegeliane? Parce supulto, vedrete perché! E qui finisce il primo atto.

Potremmo, comunque, non essere ancora pronti a recepire cotanto verbo. Non ci converrebbe, allora, soltanto convenire con quanti, da Churchill in poi, hanno ritenuto che la democrazia sia “il peggior sistema politico possibile, tranne tutti gli altri”? Certo, il mondo intero sembrava abbracciare questa opinione, quando, dopo la caduta del Muro nel 1989, Francis Fukuyama celebrava la fine della Storia e l’affermazione globale della democrazia capitalista. Ma, oggi, anche quest’ultima mostra ormai preoccupanti crepe, fino al punto di un rischio di implosione, in alcuni importanti Paesi.

È un déjà vu, amplificato e magari anche atteso, la crisi verificatasi pochi giorni fa in Brasile. Il governo di Luiz Inacio Lula da Silva decreta lo stato di emergenza, chiedendo l’intervento federale nella capitale di Brasilia, dopo che un gruppo violento di sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro invade i palazzi del Congresso Nazionale, la presidenza e il Tribunale Supremo Federale.

Una giornata di caos totale, che ricorda gli eventi del 6 gennaio del 2021, al Capitol Hill degli Stati Uniti in mano ai simpatizzanti dell’ex presidente americano Donald Trump. Nondimeno, lo stesso Jair Bolsonaro, dal suon buen ritiro in Florida, Stati Uniti, intanto twitta la sua condanna agli episodi di violenza e respinge le accuse di Lula di avere avuto un ruolo negli attacchi. Ore dopo l’inizio dell’attacco, le autorità brasiliane proclamano di aver recuperato il controllo delle installazioni, ma la tensione resta. I sostenitori di Bolsonaro chiedono l’intervento militare e le dimissioni di Lula da Silva, argomentando che le ultime elezioni presidenziali di ottobre sono state una truffa. Per Lula, insediatosi il 1° gennaio, si tratta di un tentativo di colpo Stato e di azioni di terrorismo “senza precedenti nella storia del Paese”, per cui chiede l’intervento federale. Il Tribunale Supremo del Brasile destituisce il governatore del distretto di Brasilia, Ibaneis Rocha, presunto promotore degli attacchi. Quindi, secondo i media, nella casa dell’ex ministro della Giustizia, Anderson Torres, la polizia federale trova un piano elaborato dall’ex presidente Bolsonaro per ribaltare il risultato delle elezioni 2022. Inoltre, mentre i sondaggi indicano una condanna al 93% dei fatti, le ripercussioni maggiori riguardano i vertici della sicurezza: il segretario esecutivo del ministero della Giustizia, Ricardo Cappelli, esonera tutti i vertici delle forze di sicurezza di Brasilia, accusati di comportamento omissivo in occasione dell’assalto ai palazzi del potere commesso dai sostenitori radicali di Bolsonaro.

Termina la telecronaca in diretta dei misfatti carioca, ma già in molti si domandano se il tarlo che erode la democrazia sia o meno soltanto un problema di Usa e Brasile. Trump e Bolsonaro hanno sicuramente reso più profonda la cesura che si è andata creando nelle società occidentali: tra città e campagna, tra ricchi e poveri, tra nativi e immigrati, tra perdenti e vincenti nel grande gioco della globalizzazione. Dacché la suddetta nuova e rivoluzionaria visione dogmaticamente pretende di imporre una sua esclusiva figura retorica: il “Globantropocene mediatizzato”. D’incanto, quasi avessimo a che fare con i tre porcellini, può quindi aver luogo l’incontro fantastico con cui Psiche e Pragma proiettano Orga verso la scoperta, da un lato, di non essere né l’una né l’altra, non essere “cosa” e non essere “uomo” … (ma non per questo, amleticamente, non essere!)  e, dall’altro, della Clinica, la quale sta ovviamente alla base di ogni Sapere sociale. La Clinica così ci svela la duplice essenza di Orga: rappresentare più che un sistema operativo degli esseri viventi e anche più del materiale di cui gli stessi sono fatti.

Si tratta di un’impresa immane per noi, duri di comprendonio, essere giunti a quella che è soltanto la fine del secondo atto, pertanto ci soccorre Belansky che ritrae il misterioso demiurgo, salvatore dei nostri destini, intento a svelare l’imperscrutabile essenza delle sue tre fantastiche creature.

Tuttavia, rimane tutta sul tappeto l’ardua questione di interpretare inediti fatti insurrezionali che si concretizzano dopo anni di preparazione culturale e politica con cui sono state sdoganato idee estreme, diventate la premessa per una nuova narrazione politica. Le nostre povere intelligenze non arriveranno a semplificazioni ulteriori al prendere atto che occorre bandire la troppa fretta nei giudizi che, si è visto, spesso si manifesta tra i politologi.

Ad esempio, essi non si sono accorti, o perlomeno non ci hanno mai chiaramente detto, che, alla voce democrazie fragili, pure il capitolo Perù da tempo occupa grande rilievo e non solo la deriva del populismo brasiliano crea disordine in Sud America.

Nella settimana appena trascorsa, nel Paese andino le proteste degli irriducibili di Pedro Castillo sono finite in un bagno di sangue. Dopo il golpe maldestramente fallito, che ha portato all’arresto dell’ex presidente, si è aggravato il bilancio degli scontri con le forze di sicurezza. Particolarmente violente nelle aree rurali e più povere del Paese. I rivoltosi chiedevano la testa della attuale presidente Dina Boluarte ed elezioni subito. Secondo news più fresche, la morte di un sedicenne colpito da un proiettile durante le proteste fa salire a 49 il bilancio delle vittime in poco più di un mese di disordini. Tra le vittime, anche un agente di polizia attaccato e bruciato vivo da un gruppo di manifestanti. L’Ufficio del Difensore civico dichiara che ci sono stati mobilitazioni, scioperi e blocchi stradali in 35 province, la maggior parte dei quali nelle regioni meridionali. Nel centro di Lima, centinaia di persone continuano a marciare invocando le dimissioni della presidente, la chiusura del Congresso ed elezioni immediate. Altri reclamano la liberazione di Castillo, che rimane ancora in carcere.

Non è tutto, freme pure l’Ecuador, prigioniero delle bande di narcos; si rivolta la Bolivia per le storiche e mai sopite tensioni tra popolazione indigena e borghesia bianca. Fatica la Colombia a trattenere le azioni della narco-guerriglia e cominciamo davvero a non raccapezzarci.

In ogni dove, migliaia di persone continuano a scendere in strada invocando maggiori diritti, ma non sempre con i risultati sperati. Senza arrivare a pensare ad un colpo di mano a livello planetario, ad una indecifrabile trama del Nuovo Ordine Mondiale, dilettiamoci a contare le grandi manifestazioni di piazza si sono susseguite nel tempo in tutto il mondo. Il fenomeno delle rivolte si è via via trasformato. Dalle marce di Gandhi al discorso di Martin Luther King, dal Bloody Sunday dell’Irlanda del Nord alle primavere arabe, è giunto fino agli odierni avvenimenti in Cina e in Iran ma non solo, come abbiamo visto o meno, perché vediamo solo ciò che non ci turba. E, finché non lo vediamo, crediamo che il mondo non sia turbato dai nostri privilegi.

Non dobbiamo però adesso preoccuparci se le nostre certezze entrano in crisi: il misterioso demiurgo dà inizio al terzo atto. Entra miracolosamente in scena la sua seconda figura retorica: la “gnoseologia”. Sia da tenere ben distinta dall’epistemologia, sebbene i più rozzi, utilitaristi e analitici, angloamericani facciano confusione fra le due. Mentre, brillando di luce propria, rigettando anche ogni influsso continentale, la Clinica studia e comprende la nuova antropologia conseguente la trinità suddetta, in una concettualizzazione attivata attraverso propri cicli gnoseologici (giammai ermeneutici, sarebbe la filosofia vile di Gadamer) interni, accade l’imprevedibile! Grazie alla giusta scossa della Psicanalisi, la Filosofia è finita, schiantata, e pure quella che pareva essere la sua alternativa, la Sociologia, divelta. Chi non riconosce siffatto annichilimento, qual suo insindacabile verdetto, può solo proporre vecchiume ammuffito e pericoloso, sostiene il saggio. Sorge quindi la “Sua” nuova Scienza sociale, quella capace della cura anzidetta, togliendo ogni spazio, ogni alibi, di riflessione astratta alla pura mente umana. Ma, in questo mondo in continua evoluzione, dove tutto cambia continuamente, il progresso corre un serio rischio, bisogna impedire di agire all’ineffabile occupatore dell’Accademia! Esso metaforicamente rappresenta tutti quei tratti filosofici e sociologici superati, da museificare, bramosi di rimpadronirsi delle leggi del pensiero. Manca dunque poco tempo prima che sia troppo tardi… pena tornare alle ridicole zuppette filosofiche, a sataniche ideologie, frammiste di superomismo nietzschiano o antropocentrismo medievale (la confusione tra umanesimo e età di mezzo è di fatto superflua). Stringiamoci a coorte! ci perderemmo i prodigi della nuova e prodigiosa scienza sociale, che nulla lascia al riduttivo determinismo: sua è l’epistemologia dei sistemi aperti, che è il vero umanesimo di oggi. Non è il rinascimento, bensì l’apoteosi del “sistema aperto”! Cala il sipario.

Pochi gli applausi? Silenzi o voci sommesse nell’imbelle platea, che non apprezza all’unisono. “Tanta roba”, a questo punto qualcuno potrà dire. Ma “Ecco la scoperta dell’acqua calda” qualcun altro potrà ancora pensare, potendo aver ragione. Difatti, occorre tutta questa “scienza” per comprendere come la democrazia sia un bene fragile? Che si può conquistare, ma si può anche perdere? La storia dell’umanità è ricca di esempi di Paesi capaci per un certo periodo di mantenere questo delicato equilibrio, poi l’hanno perso. Atene e Roma nell’antichità. Firenze nel rinascimento, per non menzionare altri noti esempi, se anche la Storia, maestra di vita, non andrà gettata giù dalla rupe. Anche oggi i sistemi democratici sono usurati da tensioni che di fatto rischiano di trasformarli in oligarchie. Basti pensare al sistema russo o a quello iraniano, democratici solo formalmente.

In medias res, riscontriamo ulteriormente che, se da un lato le proteste degli ultimi vent’anni sono cresciute a dismisura, dall’altro hanno perso progressivamente la capacità di influenzare le decisioni nelle democrazie, e tanto più quella di rovesciare i regimi autoritari. L’effetto è paradossale in una piazza globale, dotata di fin troppi mezzi per far sentire la propria voce – a partire dall’accresciuta capacità di mobilitazione attraverso social e altri strumenti digitali -, che proprio per questo si illude che non ci sia bisogno di una fase “politica”. Ecco, come hanno origine gli “alternative facts”, cioè la realtà parallela divenuta l’unica verità per milioni di persone, ad esempio negli Usa e in Brasile. È una tecnica adottata da tempo in diversi contesti, e che si propaga, soprattutto, attraverso i meme che rimbalzano tra WhatsApp e i social network.  Tutto ciò poi si riflette su una società protesa al presentismo; quindi, a vivere costantemente al presente senza preoccuparsi in apparenza dei rischi connessi a pratiche di abuso, come nel caso delle nuove tecnologie.

In definiva, certamente ci vorrà un deus ex machina per sbrogliare l’indicibile matassa … ma, per mettere insieme i due o tre punti che come prima siamo stati in grado di individuare, vale la pena di rivolgersi ad una specie di santone che affabula e inventa ma, quasi per miracolo e avendo la pazienza di decriptare, tutto quello che sa tirar fuori al netto consiste nientepopodimeno che nelle nostre stesse, magari scontate, conclusioni?

Non scoraggiamoci: qualcosa in più può pervenirci da buoni testi dell’attuale sociologia, quelli di autori che si lasciano leggere per chiarezza e fondatezza, sfrondati alcuni passaggi “da addetti ai lavori”. Da essi discende ciò che conosciamo come società nelle sue diverse forme di organizzazione sociale. Esiste, in sostanza, un intreccio di relazioni e interrelazioni sociali continuamente generato e rinnovato; quindi, non è sufficiente la spiegazione causale e/o funzionale di ciò che si evidenzia nella vita sociale, ma si può giungere ad una comprensione della complessità e delle variazioni continue di senso, e non solo di forma, di ciò che si manifesta nelle relazioni.

Per la lungimiranza e l’avvedutezza del genio, tutto ciò ormai non basta e si dovrebbe perseguire la sua ardita prospettiva di “tabula rasa”. Orbene, gettiamo uno sguardo all’indietro, su una parte dell’oggetto da sopprimere: la sociologia ai suoi albori. E c’è del buffo. Rimanendo in Brasile, sappiamo che “Ordine e progresso” è il motto nazionale e si trova anche scritto sulla bandiera. Tutto deriva dalla definizione di Positivismo data dal filosofo Auguste Comte: «L’amore come principio e l’ordine come base; il progresso come fine ultimo». Pertanto, lo sviluppo dell’Ordine si traduce in progresso individuale, morale e sociale. In tal senso, la dottrina positivista prevede la realizzazione degli ideali repubblicani: la ricerca e il mantenimento delle condizioni sociali di base (come il rispetto per gli esseri umani e i salari dignitosi) e il miglioramento del paese (materialmente e intellettualmente). Alla fine, Comte, per differenziare la propria disciplina, inventò proprio la parola sociologia. E ne fu tanto convinto che, alla fine della sua vita, fondò una sorta di religione atea e scientista, la Chiesa Positivista. Chi lo contestava ne era fuori; questa chiesa era quasi un credo, poiché egli riteneva che la veridicità della sua scienza fosse qualcosa di incontestabile. L’orlo della pazzia? In seguito, grazie ad altri, la sociologia venne riconosciuta assumendo, suddivisa in tante branche, l’attuale forma di scienza che studia i fatti sociali considerati nelle loro caratteristiche costanti e nei loro processi.

Ora, tanto per dire, un epigono, o epifenomeno, di Comte, che, da auto consacrato demiurgo, impasta scienza e politica, evoluzione e religione, potrebbe mai decretare la morte del portato di secoli, se non di millenni, del pensiero occidentale, forse non solo? Una sorta di parricidio come per Platone nei confronti di Parmenide, essendo probabilmente da tirare lo sciacquone sullo stesso Comte!

Ma, credendo ad occhi chiusi a tutto quel che si predica, non possiamo egualmente cadere nel paradosso di non capire che cosa significhi essere liberi? Esiste una determinazione filosofica capace di definire in modo inequivocabile questo principio? Invece di tanti bei neologismi, non sarebbe meglio ripercorrere con un linguaggio accessibile a tutti le formulazioni dei concetti di scelta, libertà, autenticità e responsabilità, facendo luce sul contesto filosofico e culturale che le ha declinate, ad esempio in riferimento al pensiero di Kierkegaard e Sartre?

Da qui, certe teorie della società come organismo, come entità superindividuale e superfattuale, sono sintomi di una parasociologia artata, del dire tanto per non dire nulla di più? E quale sarebbe il limite con cui una teoria sociale può essere proposta come sociologia della verità? Quali i termini distintivi della sua dignità scientifica e filosofica? Troppo comodo gettare nel wc principio della falsificazione di Popper che volle insidiare il tanto caro Freud. Quali gli esiti morali, etici, politici?

Vero è che la ricostruzione delle vicende della sociologia si accompagna alla ricerca di uno stile critico-interpretativo che connoti un modo del vivere la contemporaneità, a partire dalla assunzione del problema delle ideologie e del condizionamento sociale del pensiero. Problemi che, quando sollevati, già rivelano, con puntualità, la matrice storica e moderna della “questione postmoderna”, per poi proseguire nelle ulteriori fasi di trasformazione della società.

Vero è che possa servire uno sguardo diverso, aperto e non chiuso concettualmente nei confronti di ciò che si manifesta e si rende comprensibile nella dimensione molteplice del sociale.

Ossia una forte sollecitazione per chi fa sociologia, e quindi apre una conoscenza logico razionale nei confronti di ciò che si manifesta nel sociale non in termini di modelli normativi, ma di “costruzioni sociali”. Oggigiorno, per mezzo di studi multidisciplinari, si può addirittura constatare che la genesi neurale del pensiero non è separata dalla elaborazione di atteggiamenti e comportamenti degli individui autodefiniti in forme sociali che danno origine ai format, alle regole e ai modelli da noi ricondotti alla nozione di società e alla differenziazione delle sue manifestazioni esterne, sempre in continua variazione e ridefinizione.

Con questi strumenti si può analizzare, ad esempio, come la crisi dell’editoria, indotta da internet, rischi ora di cancellare ogni sforzo, ancor prima individuale che collettivo, di elaborazione, senza il quale la politica si ridimensiona in una farsa, nella rappresentazione pubblica della realtà antitetica a quella effettivamente praticata da chi detiene il potere. Con i processi in atto, quando chiuderanno le ultime edicole, e le agenzie di stampa, chi si preoccuperà di cercare notizie che possano smentire le versioni ufficiali? Chi si prenderà la briga di criticare o di proporre alternative alle scelte già assunte o da assumere? Chi perderà tempo in analisi politiche? Nessuno. Una iattura se l’informazione di base sarà costituita dai comunicati ufficiali del governo, delle aziende o dei pochi enti dotati di un adeguato ufficio stampa. Ai Tg televisivi non rimarrà che rilanciare questo materiale.

Il Web resterà ostaggio di informazione-spazzatura mirata a vendere prodotti o a promuovere un orientamento politico. Stop. In un mondo di questo tipo chi urla di più ha ragione e chi arriva al potere non vorrà cani da guardia intorno. Anzi, farà di tutto per zittire quei pochi che avranno ancora voglia di abbaiare. Con tanti saluti alla democrazia.

Il problema sta quindi nelle coscienze e nelle premesse. Da che mondo è mondo nessuno nasce “imparato”. Ci si dedica allo studio, all’apprendistato (per ‘rubare’ i segreti del mestiere), e ci si mantiene in continuo aggiornamento e noi stessi siamo motivo di aggiornamento per gli altri. Con queste motivazioni si apprende il mestiere, sia esso di studio che di clinica, che da giovani solitamente ispira di più (poi ci sono scelte obbligate e ahimè a volte infelici). In questo senso penso che nessuno debba erigersi a dire “so io cosa serve”, tanto più se alle parole non seguono i fatti.

Siamo in un mondo in continua evoluzione, tutto cambia continuamente. Si potrà concordare o meno con chi ha scritto questo articolo: anche fossero tutte cose giuste, però non dimentichiamoci che nessuno possiede la verità. Che dire poi della classe politica che regola il vivere civile? Ci sono persone adatte a tale ruolo? Dove hanno studiato? Che esami hanno sostenuto? A quali fonti fanno riferimento? Certamente che ci sono: lavorano a testa bassa e non fanno rumore.

E’ il problema di sempre. Il mondo degli intellettuali è sovente abitato da auto-certificatori. L’importante è convincere la massa dei citrulli di avere determinati requisiti, e così capita che anche se non li hai, trovi qualche modo per pompare il curriculum, tanto poi non controlla niente nessuno. Così parecchi dei nostri sapientoni sono lontani anni luce dalla semplicità e dalla logica elementare. Per dimostrare che meritano onora e gloria, cadreghini e palanche, devono scrivere tanto (in scienza e coscienza, se ci riesco io che non sono nessuno, altri mille ci possono riuscire…) e complicare la vita a tutti. Ma chi sono?

Antonio Rossello

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A. Rossello

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