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Savona: Mirko Bottero, il ferroviere deus ex machina del Circolo Calamandrei e padre del Filmstudio

Protagonista degli anni ruggenti della politica e della cultura savonese. Incontri e dibattiti con politici e sacerdoti, da Terracini a padre Pintacuda, economisti, scrittori e registi di fama mondiale. Come riuscì a portare a Savona Michelangelo Antonioni, Dario Fo e Costa Gavras. Il ricordo di Fabio Fazio, Natalino Bruzzone, Elio Ferraris, Franco Astengo e del suo erede Renato Allegra.

di Luciano Angelini

(da Il Letimbro per gentile concessione dell’autore)

Mirko Bottero sul ponte di comando del “suo” Filmstudio

Come Automedonte fu l’auriga di Achille, così Mirko Bottero (1929-2009) lo fu del Circolo Calamandrei e per diritto di successione del Filmstudio, la sua creatura. Una definizione che può apparire azzardata, forse audace. In molti, oggi, si chiederanno: Mirko Bottero, chi era costui. Era un macchinista delle Ferrovie che si dedicava a tutt’altro che a locomotori e orari delle Fs. Qualcuno gli causò qualche alzata di zelanti capufficio, quando scrisse che era solito viaggiare per organizzare dibattiti e convegni del “Calamandrei”, regno incontrastato degli intellettuali di sinistra, più di quanto non lo facesse per il suo lavoro, ovvero sui treni. Sì, un ferroviere trasformatosi, per una sorta di metamorfosi, in cacciatore solitario, talvolta spregiudicato e visionario, di cervelli pensanti e di testimonianze tra politica e storia, cinema di denuncia ed economia, religioni e spettacoli, democratici e golpisti, dittatori e rivoluzionari. Esploratore, talvolta incompreso ma indispensabile, in cerca di testimoni, protagonisti e interpreti di guerre, rivoluzioni, invasioni, mutamenti della società e del costume, battaglie libertarie, svolte autoritarie di qua e di là dell’oceano dalla Nigeria all’Algeria, al Vietnam, Angola, Cuba, Spagna, Messico, Cile, Cecoslovacchia, Cile, Ungheria, Venezuela, la Grecia dei colonnelli. Tutto con uno spirito di servizio che molti hanno sfruttato a proprio uso e consumo spesso ostentando un pervicace narcisismo mal occultato nel sentirsi nobilitati dall’araldica di sinistra.

Mirko Bottero da deus ex machina del Circolo Calamandrei a papà del Filmstudio

Mirko, come tutti lo chiamavano e ancora oggi lo ricordano, compresi quelli che guardavano con sufficienza quando girava a sistemare le sue locandine, a distribuire i suoi volantini e i ciclostilati con gli appuntamenti del “Calamandrei”, ha segnato un’epoca tra il 1958 e il 1974. Quando c’era chi, e li ricordiamo bene, nella federazione del Pci in via Paleocapa, gli contestava il gonfiarsi delle bollette telefoniche della Sip per le sue frequenti e lunghissime telefonate a mezzo mondo per agganciare con mille stratagemmi e fantasiose lusinghe i personaggi più significativi e controversi di quella complessa e tormentata stagione per ruolo, conoscenza, iniziative, proposte, sollecitazioni, testimonianze personali. E trascinarli nella fredda e disadorna sede di via Pia 1.

Mirko Bottero nel “suo” Filmstudio

Si deve a Elio Ferraris, ricco palmarès iniziato fin da studente di sociologia all’allora mitica università di Trento, poi dirigente politico nel vecchio Pci, editore, animatore culturale, consulente politico, deus ex machina del Circolo degli Inquieti in cui ha incoronato tra gli altri Dacia Maraini, Guido Ceronetti, Raffaella Carrà, Costa Gavras, Natalia Aspesi, Renato Zero, Ferruccio de Bortoli, Barbara Spinelli, la primogenitura di averlo insignito del titolo, unico riconoscimento in carriera, di “Automedonte del cinema savonese”. Non rituali le motivazioni. E a rileggerle ce lo riportano in tutte le sue contrastanti sfaccettature. “Non so perché, lui che di certo un intellettuale non è mai stato, abbia deciso di impegnarsi nella cultura. Ragioni psicologiche? Ragioni politiche? Forse, quelle vere, non le aveva chiare neppure lui. Per nostra fortuna, però, la sua leggenda personale si è sviluppata in modo tale da farne diventare uno dei nobili nocchieri della cultura a Savona. Anzi, l’Auriga per eccellenza, fidato e un po’ temerario, senza il quale anche il più blasonato gruppo di intellettuali non avrebbe saputo decidere come e dove dirigere il cocchio, dopo aver bardato il cavallo per la battaglia fuori dal suo stallaggio”. Dal “Calamandrei” al Filmstudio, l’altra creatura di Mirko Bottero. Ferraris gliene rende merito. “Oggi come allora e nel momento in cui fu “prigioniero” e isolato nella Rsa di Torre Bormida. Non dimentichiamo che, grazie a lui, migliaia di persone hanno visto film che mai sarebbero arrivati a Savona e incontrato registi, dibattuto con attori e critici che, in qualche caso, forse di Savona non ne conoscevano neppure l’esistenza”. Savona matrigna con Mirko? Ferraris ne è convinto: “Matrigna in una lunga fase, fino a quando, giustamente, il Nuovofilmstudio gli riconobbe il ruolo non solo di padre fondatore ma soprattutto di grande animatore del dibattito culturale a Savona”.  

Circolo Calamandrei e Filmstudio. Passioni, quasi una vocazione,  alimentate senza risparmiarsi, dibattito dopo dibattito, film dopo film, fino a diventare una sorta di missione, altro che binari tristi e solitari, come cantava Claudio Villa, bensì una tessitura con lane le più disparate per qualità e competenze, telai dell’archeologia industriale e al tempo stesso modernissimi per menti avanzate, spesso irriconoscenti. Mirko raccoglieva le sue ispirazioni come gomitoli un po’ ovunque, forse non sapeva perché, ma aveva l’intuito di chi riesce sempre a trovare la chiave di lettura migliore per richiamare attenzione e coinvolgimento. Era un lettore attento dei giornali, fiutava l’aria che tirava, riusciva non si sa come, ad intercettare temi e singole posizioni del momento dalla politica all’economia, dal teatro al cinema, ai mutamenti della società, guardava oltre e ne traeva spunto per mettere Savona come centro del dibattito.

Franco Astengo, già in quegli anni giovane spirito critico del Pci fino alla diaspora che lo fece approdare al Manifesto con Rossana Rossanda, Lucio Magri, Luciano Castellina e Luigi Pintor, si abbeverò alla fonte del “Calamandrei”. Il suo ricordo di quella stagione è vivo e grato. Mirko era il deus ex machina, l’inesauribile factotum. Incontri, dibattiti, conferenze di altissimo livello, grandissima attualità e portata storica: Arrigo Cervetto, leader di Lotta Comunista, duellava in punta di dottrina con il professor Giovanni Urbani, futuro sindaco di Savona e senatore del Pci; ed è lì che si confrontavano gli avvocati Beltrametti e Zino, uomini di riferimento dell’intellettualità laica e radicale; il professor Giuseppe Racca, teorico dell’autonomia operaia e fautore della scissione dello Psiup; i sindacalisti dell’effimera unità Magliotto, Pozzi, Burzio. A commentare i propri film arrivarono al “Calamandrei” registi come Michelangelo Antonioni, Costa Gavras e Autant Lara; a parlare del quarantesimo di fondazione del Pci fu Umberto Terracini; la vicenda del “Manifesto” diede vita a un dibattito “storico” svolto in Sala Rossa,  presenti Lucio Magri e Luigi Pintor, e per non trascurare alcunché la spiritualità della conferenza di Padre Turoldo. Il filone principale che derivò dal Calamandrei fu poi quello del Filmstudio, in piazza Diaz, dove Bottero diede vita a una vera e propria “covata” di geni della comunicazione impostisi poi a livello nazionale e internazionale: il critico televisivo Aldo Grasso, Fabio Fazio e Carlo Freccero, quindi Tatti Sanguineti che organizzò tra il ’70 e il ’77 sei edizioni di una rassegna che fu la passerella che traghettò il Circolo Calamandrei verso Il Filmstudio: “Momenti di un cinema italiano”. 

Mirko aveva una qualità che poteva apparire una difetto: la sfrontatezza, il muso buono in soldoni. Come definire altrimenti il pressante e disinvolto approccio con Michelangelo Antonioni (Palma d’oro a Cannes per “Blow up”, Leone d’oro a Venezia con “Deserto rosso”), inarrivabile regista del trittico dell’incomunicabilità (“L’avventura”, “La notte” e “L’eclisse” con Monica Vitti, la sua indimenticabile musa) che lo ha consegnato alla storia del cinema. Il regista era a Genova quando Mirko riuscì ad agganciarlo e convincerlo. E dopo avergli strappato il “sì” gli chiese, senza vergogna: “Viene anche Monica?”. L’attrice non venne. Ma lui doveva provarci. O l’accordo, una scena degna di “Amici miei”, con il regista Autant Lara (ricordiamo “La ragazza del peccato” con Brigitte Bardot, “La traversata di Parigi” con Jean Gabin, “Margherita della notte” con Yves Montand e Michèle Morgan). Il regista era a Cannes. Riuscire a trascinarlo a Savona era impresa non facile. Ma alla fine della trattativa Autant Lara accettò l’invito. Ad una condizione: “Qualcuno venga a prendermi”. Mirko fu rapido e convincente: “Non c’è problema, vengo io”. All’appuntamento, davanti all’albergo sulla Croisette, arrivò puntuale. Al volante della sua “500”. Memorabile.

Mirko Bottero con un giovane Fabio Fazio e Felice Rossello al Filmstudio

Scrivi Mirko Bottero e si accende lo schermo del Filmstudio: proiezione, luce in sala, dibattiti, virtuale tappeto rosso per registi, attori, futuri protagonisti del cinema e della tv. Fabio Fazio, forse il più prestigioso virgulto di quella stagione ne parla con affetto quasi con devozione. Non dimenticando che da lì era partito per un viaggio che lo ha portato da giovanissimo ospite di “Pronto Raffaella” a regnante ventennale di “Che tempo che fa”, il talk show dei talk show, passando dai successi con “Quelli che il calcio” ai luminosi palcoscenici del Festival di Sanremo con ospiti come il Nobel Renato Dulbecco, Michail Gorbaciov e Luciano Pavarotti. Il suo è un ricordo indelebile, affettuoso carico di significati. “Il Filmstudio è stato per me un punto di riferimento. La sua apertura e la possibilità di frequentarlo significava diventare grandi. E’ un posto che negli anni del liceo (il Classico “Chiabrera”, nda) ci ha fatto sentire importanti. Vedere un film che usciva al Filmstudio significava potersi in qualche modo confrontare con una realtà non banale, una realtà diversa da quella di consumo. Al Filmstudio i compagni del liceo vedevano ogni volta che era possibile Blues Brothers, che divenne per noi il film di elezione, che poi abbiamo continuato a vedere, privatamente, in casa per celebrare il rito del Filmstudio. Proprio al Filmstudio ho presentato un mio libro con Felice Rossello e Carlo Freccero, alla presenza di Umberto Scardaoni, insomma un momento importante. Al Filmstudio ho fatto la festa dei miei diciott’anni insieme al mio compagno di banco Stefano Cervetto. In quell’occasione il Filmstudio divenne una piccola discoteca e per l’occasione avevo preparato le cassette con musica anni sessanta e settanta. Persino i miei diciott’anni sono legati al Filmstudio. Filmstudio vuol dire poi, ancora una volta, essere legati a Mirko Bottero, alla sua rudezza, ruvidezza apparente che mascherava invece grande comprensione e dolcezza, fin dai timbri che metteva sulle tesserine, alle perle di saggezza che ti regalava ogni volta lo si incontrava. E’ stato un regalo della vita. Mirko, costantemente, ci ha insegnato la passione, anzi ce l’ha proprio fatta vedere fisicamente, nel senso che lui era fisicamente appassionato del suo Filmstudio. Ed è stata una lezione, anche quella bellissima. Un ricordo speciale, di un luogo speciale, e di anni speciali. Perché erano quelli della nostra giovinezza”.

Savona, in quegli anni, riusciva a conquistare terreno rispetto a Genova, Torino e Milano, e a calamitare l’interesse della variegata tribù dei critici cinematografici, spesso restii alle piazze ritenute minori. Natalino Bruzzone, giornalista, critico cinematografico, autore di saggi su spy story, una più che decennale frequentazione al Festival di  Cannes, all’epoca a Il Lavoro, poi prima firma de Il Secolo XIX, ha di Mirko un ricordo nitido e senza paraventi di comodo: pane al pane, vino al vino. Quel che s’avanzava tra via Pia e Piazza Diaz, tra il Calamandrei e il Filmstudio, era uno strano operatore culturale, un cinefilo e un militante senza le catene dell’ideologia. Una sorta di uomo orchestra che organizzava a suo modo, magari arruffato e sfacciato, ma sempre segnato da una straordinaria passione del “fare” e una ingegnosa capacità di “lasciar fare”( lui distribuiva ossessivamente programmi di proiezione che altri era stati chiamati, da lui e da nessun altro, a inventare). Mirko Bottero aveva compreso lo spirito del tempo che voleva togliere al cinema il sudario tirannico dell’impegno elitario per restituirlo alla seduzione popolare della forma. E aveva raccolto un gruppo di cavalieri disposti a sfidare persino i mulini a vento su sua istigazione divertita e divertente. Una generazione di giovani critici e studiosi colsero l’istinto per l’avventura, come nella più integralista riscoperta (provocazione) dei melodrammi di Raffaello Matarazzo. Quelle voci nuove fecero l’impresa, Mirko, invece, rimase a casa: doveva combattere contro ostilità gelose, mancanza di fondi, minacce, poi eseguite, di sfratti, Ma a lui piaceva spendersi così, nel nome di un cinema che rimase il suo amore per il tutto e per il niente”.

Gli anni, le imprese, le battaglie, le scelte, la politica e le progettualità che Mirko aveva profuso e difeso, spesso osteggiato proprio da chi ne aveva sfruttato impegno e capacità, non potevano andare dispersi. Il testimone è passato nelle mani di Renato Allegra, che da giovane bancario appassionato di cinema e suo primo collaboratore fin dalla distribuzione delle locandine dei film ai viaggi allo sbaraglio per agganciare ospiti prestigiosi, ha raccolto l’onore e l’onere di guidare il Nuovofilmstudio nella prestigiosa sede delle Officine Solimano. Un ricordo, un aneddoto, una curiosità per ogni film, ogni dibattito, ogni regista, ogni attore o scrittore. Per tutti quello del viaggio da Savona a Milano per regalare, si regalare Dario Fo ai savonesi contro ogni scetticismo. “Era un freddo e uggioso pomeriggio di febbraio, un giovedì. Mirko tarda all’appuntamento e comincio ad essere nervoso; poi mi raggiunge con la consueta andatura caracollante, trascinando non solo i piedi, resi quasi piatti da un passato di macchinista delle Ferrovie, ma anche da montagne di affannosi problemi. Al volante della splendida Cinquecento, partiamo direzione Milano alla volta della mitica Palazzina Liberty, il regno del Collettivo teatrale di Dario Fo. Mirko, accartocciato sul sedile, mi ricorda il programma: Se arriviamo per tempo andiamo in camerino e anticipiamo il discorso; in caso contrario vediamo lo spettacolo e aspettiamo per andare dopo a cena insieme, ma mi raccomando dammi una mano: dobbiamo convincerlo e parlare con Franca che in queste cose è sicuramente più concreta”. Il viaggio di andata tra una chiacchiera e l’altra, a differenza di quello di ritorno, assume il carattere di gita, un po’ lunga: impiegheremo “solo” quasi tre ore. Gli attori sono stanchi e preoccupati ma ci accordiamo per uscire tutti insieme, non si sa mai, e facciamo bene perché le brutte facce, che aspettavano fuori, si dileguano alla vista del numero degli spettatori nonché dei rinforzi del Soccorso Rosso. Ci ritroviamo poco dopo in una vicina osteria e, davanti ad un (forse più di uno) bicchiere di vino, cominciamo la nostra istanza. Dario e Franca ci stanno a sentire: ci sono problemi organizzativi, di tempi, di presenze e di autorizzazioni e permessi. Mi impressiona la vitalità e la pervicacia di Mirko, un vecchio quarantenne, che, dopo un turno di notte, un viaggio tutt’altro che confortevole e tutta questa sarabanda, continua a parlare, prendere appunti, spianare ogni difficoltà, superando ogni obiezione. Alla fine usciamo con risposte positive e una data: giugno. Il viaggio di ritorno, sotto un temporale infernale, un quasi fuoristrada e la previsione di solo un paio di ore di sonno, non riescono a rovinare la missione. E fu così che un futuro premio Nobel venne al Palazzetto di Savona. Lo spettacolo, per chi non lo ricorda, era: “Un operaio conosce 300 parole, il padrone 1000. E per questo che è lui il padrone”.

Il film di Mirko Bottero non ha avuto un lieto fine. Va detto senza infingimenti, né alla ricerca di alibi o addirittura assoluzioni. Se n’è andato in un silenzio assordante, nel buio in cui una malattia crudele lo aveva precipitato. Dimenticato, come altro dirlo, in una casa di riposo del cuneese. Rari, oltre ai pochi famigliari, i protagonisti di quegli anni, accanto a lui. Solo, isolato, lontano dalla sua città, a tratti consapevole (“Cosa ho fatto di male”? confidò ad un amico in un raro momento di lucidità) di aver viaggiato tanto, e non come ferroviere, al servizio di un mondo ingrato che non riusciva a dargli almeno un briciolo di quanto aveva ricevuto. Ma Mirko con il suo passo trascinato e il suo disincanto tirerebbe avanti. Un’alzata di spalle e via: “Francamente me ne infischio”, come in un remake di Clark Gable-Rhett Butler nel finale di “Via col vento”. Il cinema, la sua passione della vita, ancora una volta. Anzi, pare che qualcuno, visionario come lui, lo abbia intravisto sbirciare compiaciuto in fondo alla sala del Nuovofimstudio durante la recente proiezione (con dibattito, ovvio) della “Dolce vita”. Bentornato a casa. Grazie, Mirko. E scusaci.

Luciano Angelini 

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