Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Un elogio seicentesco per Genova. Atti dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere


Occorre un non esiguo impegno e una certa quale conoscenza per figurarci Genova e, più in generale, la costa ligure nei secoli passati.

di Gian Luigi Bruzzone

Gli umani insediamenti sorgevano all’improvviso, quasi fate morgane in un paesaggio coltivato dal contadino ligure da millenni, ma che manteneva un aspetto naturale. Certo, nei tratti dove il terreno non era pianeggiante, ossia nella maggior parte del nostro territorio, più che di coltivazione si tratta di conquista: si allude alla plurisecolare opera delle fasce, ossia dei terrazzamenti che consentono di coltivare sino ad elevate altitudini, testimonianza dell’indefesso lavoro della nostra gente, protesa sul mare e abbarbicata alle poche zolle di terra concessele. Non senza ragione, un narratore novecentesco scrisse: “Le fasce sono il più grande monumento della Liguria”. E un drammaturgo ligure adottivo: “Fasce. Bella parola protettiva e amorevole: si pensa all’orto cintato, all’hortus conclusus e al bambino lattante, alla vita in germoglio”.
A potenziare codesta impressione di estatica veduta di umili borghi, quanto dignitosi, ma di palazzi altresì dall’inconfondibile cubatura più o meno alessiana e di ville, contribuiva la presenza di strade meschine, talché il mezzo più sicuro, comodo ed anche economico consisteva non tanto nella carrozza,  bensì nel piccolo cabotaggio e però i borghi e le ville si vedevano e si ammiravano dal mare. Abbiamo forse nella memo ria le enfatiche espressioni petrarchesche: “Videbis urbem imperiosam, lapidosi collis in latere virisque et moenibus superbam, quam dominam maris aspectus ipse pronunciat”.

Com’è notorio, il governo della Serenissima Repubblica scoraggiava il potenziamen-
to della rete viaria nel dominio, in particolare rivierasco, sia per motivi politico-militari
e strategici, sia per monopolizzare il commercio nell’ambito della capitale.
Spettacolo fantasmagorico per un letterato toscano, il quale peraltro aveva viaggiato parecchio, oltre a Firenze e alle città toscane, in Italia fra cui a Milano, nel 1637: Pier Francesco Minozzi, figlio del dottor Marc’Antonio, appartenente a ragguardevole famiglia, nato a Monte San Savino nel 1611 e mortovi nel 1672.

Disponiamo di varie notizie grazie alla “tromba dei letterati secenteschi”, ossia P. Angelico Aprosio, con cui s’incontrò l’anno 1632 proprio a Monte San Savino, allorché l’Agostiniano insegnava filosofia nel Convento di Sant’Agostino, dopo aver svolto analoga mansione in Siena. Pressoché coetanei, appassionati di letteratura e sviscerati ammiratori di Gian Battista Marino, si sentirono sulla medesima lunghezza d’onda e sbocciò un’amicizia inossidabile. L’erudito intemelio volle pubblicare la prima lettera ricevuta dal Minozzi, lo elencò tra i fautori della propria Biblioteca,  ne curerà, l’opera.  Le libidini dell’ingegno, gli dedicherà un grillo, e ne compiangerà i dolori sofferti e la recente morte avvenuta il 16 giugno 1672.
Non scivoleremo nella fantasticheria se ipotizziamo che fra gli argomenti oggetto dei conversari, i nostri giovani letterati – l’intemelio venticinquenne, il savinese ventunenne – parlassero anche dell’ambiente culturale senese e di quello genovese. ……

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Gian Luigi Bruzzone

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