Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Il ventre d’Italia, l’Emilia Romagna, e il mondo. Quali Orizzonti

Molti italiani, soprattutto giovani, sono in questi giorni a Reggio Emilia, ove un ciclo di concerti giganteschi aprono un nuovo capitolo organico della capacità d’offerta d’intrattenimento della città baricentrica della pianura padana.

di Sergio Bevilacqua

Luciano Ligabue

È recentissima, infatti, l’inaugurazione dell’Arena al Campovolo (perché a Reggio la dicitura Aeroporto non è mai decollata davvero…). Luciano Ligabue, che vive a pochi chilometri, inaugura un’area che è sempre stata utilizzata per grandi concerti (e anche altri eventi massimamente popolari), ora riadattata in termini di praticabilità e sicurezza. Grandissimo successo di pubblico. Nessuna eco negativa di incidenti, qualche disagio ma 100000 è un numero enorme per Reggio, e averli ingoiati, digeriti e smaltiti senza nausee e chirurgia è un bel risultato, che dimostra le capacità genericamente ricettiva della città, a differenza delle vicine Parma e Modena (e anche Bologna). Le fragili ma presenti infrastrutture hanno retto e in brevissimo tutto è tornato come prima.

Il caso Silk-Faw, fabbrica cino-americana alla faccia delle narrazioni di contrasti geo-politici, è però un nervo scoperto: 1000 nuovi posti di lavoro sono in sospeso, e non si capisce davvero cosa succederà. Parliamo sempre di quel pezzo di città, che ha fatto fare a Reggio il balzo nella infrastrutturazione: nuovo Casello autostradale, Stazione dell’alta velocità, Stadio, “Vele di Calatrava”, intervento invidiatissimo di architettura del paesaggio e miglioramento del flusso verso la Bassa, e ora l’Arena per spettacoli monstre in sicurezza vede il quadrante nord-est farsi carico delle condizioni di un salto di Reggio Emilia. Aiutata dalla Università, anch’essa creatura degli ultimi lustri, e della gestione dei 3 teatri tenuti come gioielli, Reggio sta passando con scarpe grosse ma anche cervello fino, da piccola città di provincia, in un punto estremamente fertile su tutti i piani (per primi quello logistico e quello economico), a città del futuro, rivolta a un mondo globalizzato, con un’energia che sorprende rispetto alle città vicine, e non solo emiliane.

Parma, sorella maggiore, ha ottenuto molto sul piano nazionale, grazie anche a una fratellanza precoce tra PD e M5S, che ha spurgato subito le inconsistenze grilline; il pragmatismo un pò naif del sindaco Pizzarotti ha attuato una sostanziale virata verso la solida politica emiliana a targa PD, con sacrificio però di orgoglio locale di campanile. Dimenticando che PD e Italia stessa nel mondo globalizzato sono anch’essi campanili, per di più con campane un po’ stonate Meglio il passato? Mah, forse sì, se il futuro non trova spazio come a Reggio. Ed ecco proprio oggi, con le urne delle comunali aperte, la proposta moderna del candidato civico Giampaolo Lavagetto.

Modena, da parte sua, continua a essere il duodeno di Bologna nel grande apparato digestivo emiliano-romagnolo. Niente da dire rispetto alle correnti profonde: una città che ha prodotto la motor-valley con un vento contrario che Dio solo sa, un personaggio globale come Pavarotti, seppur in un teatro gozzaniano come il Comunale, in un fermento profondo e segnatamente storico-culturale ha qualcosa da dire, e d’importante. Ma il futuro vero, con i suoi rivoluzionari nuovi equilibri, non la vede paladina come Reggio Emilia.

Uscendo dalla Regione, ma non dalla ragione comparativa, data la distanza reale e l’interconnessione, Mantova, che diviene immensa, mezzo millennio fa, ma poi si blocca e resta più piccola delle succitate, sembra quasi un altro mondo. E in parte la è, in quanto il dispositivo regionale lombardo non è lineare come quello della via Emilia, emiliano romagnolo, ma articolato rizomaticamente, a rete, con un nodo centrale, Milano, un pò contrastato e un pò meno dinamico del passato per il crollo del triangolo macro-industriale,  e quindi meno proattivo verso le periferie,  che a Nord prosperano per l’aria d’Europa, a Est sentono l’aria di autonomia del leone Veneto, ma a sud sono invece lasciate a un localismo forte ma non abbastanza per le sfide del futuro, cioè muovere l’arca nell’era diluviana del Globantropocene mediatizzato.

Si potrebbe andare oltre, ma non è mia intenzione qui costruire una mappa socioeconomica dell’Italia padana: voglio dare invece risalto alla nuova consistenza, alle specificità della città e provincia reggiana oggi per capire, verso le nuove amministrative di fra due anni, cosa serve davvero al tessuto locale da parte della politica.

Il Globantropocene mediatizzato è l’era del nuovo diluvio universale. Probabilmente la più grande epoca di cambiamento mai vista insieme al biblico diluvio e forse dopo la concretissima rivoluzione industriale.

È in riferimento a:

  1. Globalizzazione, quella vera, quella della parola stessa, non quella di cui discettano filosofucci e sedicenti sociologi-d’accademia.
  2. Antropocene, quello vero e forse solo iniziato, della moltiplicazione dell’umanità.
  3. Mediatizzazione estrema con creazione di una gigantesca infosfera ancora in mostruosa espansione con cui interagire non è d’obbligo, bensì vitale.

Allora, come siamo messi a Reggio Emilia col Globantropocene mediatizzato, la rivoluzione tripla che diluvianamente sta sconvolgendo il mondo a grandissima velocità? Come l’amministrazione Vecchi, per ciò che può un’amministrazione comunale, è coerente con le risposte a questa grande Trivoluzione che vede il convoglio socioeconomico reggiano sul binario?

Primo punto: chi guida. In quest’epoca, meno guide del passato ci sono meglio è. E qui il fardello reggiano è oggi paradossalmente più leggero di quello di Modena, Parma anche Bologna, per non parlare di Mantova, Cremona, Piacenza, o La Spezia di là d’Appennino. È sempre stato un handicap di Reggio, oggi è un punto di forza. In era diluviana è pericoloso voltarsi indietro, più che per Orfeo riguardo ad Euridice: qui si resta di sasso in un istante, e ogni cosa si blocca. Si chiami tradizione, ideologia, filosofia… tutto ciò che distrae dall’uso del timone, contro l’onda impazzita della tempesta più perfetta della storia, può costare la vita. Ben vengano gli archivi, ma la loro consultazione colta è sospesa: non così la vera lezione della coltivazione, come dice la parola stessa, operativa sul campo. Circuitazione sanguigna d’emergenza, quella che sentono i nostri ragazzi delle generazioni Y e Z, millennials e post millennials. Non sbagliano loro, sbagliamo noi se confondiamo il loro disperato uso di smartphone con sociopatia. I sociopatici oggi siamo noi: se loro sono attaccati a quest’antenna del mondo tutto, è semplicemente perché è un’antenna del mondo tutto, e il mondo non è mai stato “così tutto”, e tutto in una volta, come oggi. Il diluvio scorre da est a ovest lungo i paralleli, e da nord a sud lungo i meridiani, e l’infosfera è la nostra bussola, nel serio, serissimo dell’economia e della guerra, e nel quasi faceto oggi del costume e dell’uso della riflessione ponderata dovuta alla cultura.

Attenzione. Non sto proponendo barbarie. Sto segnalando che i percorsi pedagogici in epoca Trivoluzionaria s’interrompono per lasciare spazio alla sopravvivenza. Le competenze per il passato e il futuro sono marcatamente differenti. Oggi, il periodo formativo si prolunga ma spesso è solo apparenza, politica dello struzzo. Non dum matura est… E non sapere che fare dove andare, non senza crisi d’identità: qui-unde-quo ciao…

Chi sono (qui)? La trivoluzione confonde la risposta.

Da dove vengo (unde)? È molto meno rilevante del passato.

Dove vado (quo)? E chi lo sa dove le correnti del diluvio mi porteranno, se a est, ovest, sud o nord… primum vivere, muovere il timone per stare a galla. Allora Reggio Emilia deve mollare l’ideologia: il tessuto socioeconomico è troppo più avanti della politichetta. “Il Partito” non va più bene. Ci vuole molto più pragmatismo ma anche molta coltivazione, generata in tempi appropriati, per guidare con successo l’arca reggiana in epoca diluviana. A Reggio, amministratori di sinistra emiliani, vengono da bacini politici e di partito ancora solidi, dunque si trovano inseriti in un loro mainstream ove l’ormai acquisito pragmatismo mostra solo alcune cose da fare e non altre. Ma oggi, pensare che il partito possa essere utile come è stato finora è un errore. La struttura forse sì. L’ideologia, la gran parte dei miti, invece no. Ma nemmeno discuterne. Metterli da parte, archiviare, come si fa con un vestito frusto, incapace di servirci nel caos del diluvio.

Sergio Bevilacqua

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