Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Triora ricorda Mirella e Giovanni, giornalisti a La Stampa, tornati per conoscere il paese della loro dinastia. 2- Le lauree di Elena e Vanessa


Un paese  delle Alpi Liguri che non dimentica, ricco di notizie, ambasciatore delle sue tradizioni, dei ricordi di tanti  concittadini, grazie alla pubblicazione de Le Stagioni di Triora che, con il 2022, festeggia il 30° anno editoriale. Nel primo numero del nuovo anno due avvenimenti  particolari tra i tanti. Due lutti di personaggi illustri e due lauree invidiabili.

La morte dei coniugi  Mirella Appiotti, classe 1931, iscritta all’albo dei giornalisti professionisti dal settembre 1954 e di Giovanni Capponi (classe 1926) professionista da luglio 1951. Entrambi nati a Torino. Lei con esordio a Stampa Sera,  poi a La Stampa; inizialmente si occupava di cronaca, quindi di moda, infine di spettacoli. Lui giornalista sportivo. Esperienza alla Gazzetta del Popolo, al Giorno e da ultimo La Stampa. Alla sua morte il necrologio: “Con il grande rimpianto di Mirella, Davide, Francesca, Lorenzo e con un grazie a tutti, amici e colleghi, che lo ricordano”.

Triora li ha voluti ricordare perchè erano voluti tornare nell’alta valle Argentina per incontrare Antonio Lantrua, lontano parente e soprattutto per conoscere e non dimenticare il paese dove aveva avuto inizio la dinastia dei Capponi.

DAL ‘NOTIZIARIO ORDINE DEI GIORNALISTI DEL PIEMONTE’

Il giornalista Giovanni Capponi

Ci eravamo scambiati il solito affettuoso ciao ancora pochi mesi fa, appena prima dell’estate, quando allo Sporting si era svolto un convegno dei giornalisti sullo stato di salute delle istituzioni, Inpgi e Casagit. Voce di un collega appena arrivato: c’è Nanni Capponi all’ingresso ma è in carrozzella, non può salire, ci tiene a rivedere qualche amico, aveva detto. Ero sceso al piano terra, la stretta di mano vigorosa come sempre, l’abbraccio, il sorriso che comprendeva e riassumeva stima, simpatia, anni di lavoro comune. E’ l’ultimo flash, me lo tengo stretto. Giovanni Capponi, classe 1926,  è mancato lunedì 21 ottobre a 93 anni compiuti. Un uomo e un professionista sempre a testa alta anche quando le gambe non lo reggevano più.

L’immagine  che tutto riassume l’ha scritta  Gian Paolo Ormezzano sul Corrierone: Nanni era il <bassista> dell’orchestra che suonava sport dalle colonne della Stampa, teneva insieme gli strumentisti senza mai dover alzare la bacchetta da direttore. Si occupava di sport, perciò diciamo che era il regista. Nel contesto storico della Stampa va ricordato come il primo ad aver creato una squadra dopo gli anni dei solisti. Al quotidiano torinese per una vita era bastata la firma di Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale di calcio, giornalista, un fiore all’occhiello, per catturare l’interesse degli sportivi. Il giovane Capponi aveva fatto tesoro delle prime esperienze alla <Gazzetta del Popolo>, le aveva maturate poi a Milano, al <Giorno>, quotidiano moderno cui non era sfuggito quanto lo sport, pilotato da Gianni Brera e Giulio Signori. stava crescendo nei gusti .

Nanni era stato assunto per raccontare le partite della Juventus e del Torino, faceva la spola fra le due città. Proprio tornando a Milano dopo un incontro casalingo del Toro aveva avuto un incidente d’auto che gli aveva creato seri danni a  una caviglia. Quando arrivò l’offerta della Stampa l’accettò, a patto di poter lavorare in redazione. Al desk, si dice oggi. Erano gli ultimi Anni Sessanta, il responsabile sportivo torinese Paolo Bertoldi stava lasciando l’incarico, a poco più di quarant’anni per Nanni arrivò la promozione. Forte dell’esperienza milanese, Capponi si mise alla costruzione della sua squadra. Bruno Perucca,  Gianni Pignata, Ferruccio Bernabò, Michele Fenu, Rino Cacioppo…

Alla Stampa lo sport non aveva ancora cittadinanza nella riunione mattutina di direzione, il referente di Capponi era il vicedirettore Carlo Casalegno, che con una intuizione lungimirante convinse Giovanni Arpino, già collaboratore del quotidiano, a inoltrarsi anche in quel terreno incolto.  Arpino collocò all’onor del mondo tanti eroi poco conosciuti come i campioni del pallone elastico Manzo e Balestra, ai quali dedicò in un’occasione parole magiche. Quando lo scrittore si trasferì a Milano, al Giornale di Montanelli, fu Gian Paolo Ormezzano a raccoglierne l’eredità.

Dopo quasi vent’anni di guida amorevole dello sport, Nanni Capponi, esperto anche di boxe, getta l’asciugamano e scende dal ring. Stop, è l’ora della pensione. La parola <amorevole> non è scritta a caso. Aveva cercato di accogliere sulle sue pagine,  che ancora negli Anni Ottanta erano spazziose come lenzuola, i grandi eventi ma anche quelli cosiddetti minori, tamburello, bocce, pallone elastico, il cuore della domenica per le province piemontesi. Dosando gli spazi come un farmacista con equilibrio  e senso della misura, quella misura che sempre  ha usato con la sua squadra. A volte discussioni fra uomini, anzi fra gentiluomini. Quale è stato Nanni.

Buon viaggio. GIANNI ROMEO

24 ottobre 2019.

NOTIZIARIO ORDINE DEI GIORNALISTI DEL PIEMONTE

La giornalista Mirella Appiotti

Ciao Mirella, l’ultima volta ci siamo visti al Circolo della Stampa, a ricordare Nanni, Giovanni Capponi, il compagno dell’ultima parte della tua vita, il mio caposervizio allo sport de La Stampa per tanti anni. La prima volta c’eravamo visti in una redazione, nella galleria San Federico dove adesso stanno quelli del Corriere della Sera di Torino. Una prima volta che tu non puoi ricordare e che io devo invece ricordare perché serve a evocare te ed a farti un omaggio tanto giusto quanto speciale. Correvano gli anni cinquanta, io ero ventenne abusivo a Tuttosport, mi avevano convocato per un provino a Stampa Sera, un provino così segreto che non ricordo chi mi chiamò. Gli orari lo permettevano: stavo al quotidiano politico dalle 6 alle 12, al quotidiano sportivo dalle 12,30 ad oltranza, nome questo – oltranza, sì – dell’ora gelatinosa in cui un giornalista può davvero staccare. Ressi la fatica, il  travestimento per una quindicina di giorni, poi tornai in presuntuosa esclusiva a Tuttosport. Ma intanto per un poco ero stato dei vostri, e c’eri pure tu.

In quella stanzona della cronaca , a Stampa Sera, c’era un capo che tremava quando di colpo entrava il mitico feroce direttore Giulio De Benedetti, a chiedere al primo che vedeva, anche se non sapeva chi fosse: “Lei cosa sta facendo?”. E tu mi avevi raccomandato subito di tenere sempre un po’ di fogli dattiloscritti davanti e  di riempirli di segni, roba utile per dire dicendo che stavo correggendo il pezzo di un corrispondente. C’erano anziani paragiornalisti fra i quali un pensionato dell’esercito, uno delle ferrovie, un ex marciatore, c’era un giovanotto che sognava di andare a Londra da giornalista e ce la fece, e c’era un altro giovanotto che studiava da avvocato e finì per fare arringhe,  e anche uno di mezza età malatissimo di cuore e sotto bisturi ogni tanto di grandi cardiochirurghi statunitensi.

E c’era appunto il ragazzino “fuggitivo” provvisorio da Tuttosport e tu, unica donna, sacerdotessa di quel tempio bislacco di personaggi però tutti malati di giornalismo lo trattasti subito bene: aveva – lui, cioè io  – un cinque annetti meno dei tuoi ma tu eri già autorevole, nota e soprattutto assunta, assunta, assuntaaaa. E gli smistavi anche compiti importantucci. E cantavi, cantavi molto, canzoni note ed anche improvvisate, su tutte quelle quando entrava il militare in pensione che si occupava di meteorologia allora meno di moda di adesso. “Caro colonnellooooo” gli intonavi quando entrava, lui sbuffava comunque felice del tuo trillare, e ancora adesso il sound unico residuo di quei giorni per me rimane proprio il  tuo gorgheggio.

Tu eri sposata o fidanzata allora ad un giovane giurista assistente universitario di Mario Allara, rettore magnifico che era una belva con gli studenti impreparati, io fra costoro, e infatti vi lasciai senza avere osato chiederti di intercedere per me  presso il “tuo” professor Fedele: cinque volte tentai invano l’esame di istituzioni di diritto privato con Allara, al fianco del quale sedeva il tuo lui che non sapeva che io per presentarmi (e accadde anche una volta durante i miei giorni a Stampa Sera) dopo un qualche ridicolo studiacchiare sbadigliavo più del solito.

Ciao Mirella, hai sorriso? Gian Paolo Ormezzano

21 ottobre 2021

ELENA E VANESSA LANTERI, ORIGINI A CETTA FRAZIONE DI TRIORA

Laurea in Antropologia  Culturale in Scozia  e master in Olanda. Laurea Magistrale in Architettura a Genova.

Un periodico, Le Stagioni di Triora, benemerito che esalta le origini dei tanti concittadini sparsi per il mondo.  E rende merito ai tanti che meritano. Come l’articolo  che racconta di Elena e Vanessa Lanteri, cugine, un cognome assai comune nelle terre brigasche. La famiglia ha origini a Cetta ed è conosciuta per la figura del compianto Antonio Lanteri  per molti anni volontario della Pro Loco di Triora, campanaro della parrocchia, un amico di tutti e tuttofare.

Le  nipoti Elena e Vanessa  sono molto legate  alla vallata e vi tornano nei periodi di vacanza. Elena si è laureata  all’Università di Aberdeen in Scozia nel 2018 e ha concluso un Master, sempre di Antropologia Culturale, all’Università di Utrech in Olanda. Vanessa, dapprima ha conseguito la Laurea triennale in Architettura all’Università di Genova e ora la Laurea Magistrale, sempre a Genova, con una tesi sul rapporto tra architettura e mass media.

 

 

 

 


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