Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Corsa al Quirinale, scenari carnevaleschi. Un ‘posticino’ da 18.300 €, 239 mila € l’anno

Un’accidentata corsa al Quirinale, fra norme anticovid, manovre di partito e scenari carnevaleschi. La necessità e la speranza di trovare l’Uomo migliore a rappresentare l’Italia.

di Antonio Rossello

Con tanta satira, questa è una rassegna della politica nostrana, che, in piena pandemia Covid, con tanto di virologi ovunque, anche nell’era del governo di unità nazionale con Mario Draghi e dell’elezione del nuovo inquilino del Colle, si conferma vera e propria bolgia. Ma, nei giorni della scomparsa di un grande esponente italiano a livello europeo, di valori forti e capacità di dialogo, David Sassoli, crediamo esista ancora la possibilità di una buona politica, anche senza dover per forza fondare nuovi partiti.

L’ironia, la satira, la parodia aiutano a pensare meglio, forse lo capiremo insieme nella conclusione. Esse sono proprie di narrazioni, di modi dichiarati di raccontare di persone, di situazioni, al contrario della millanteria, propria di crede o vuol fare credere di sapere. A partire dall’antichità, non c’è filosofo che non ci abbia ragionato sopra.

E ora entriamo in uno dei temi scottanti del momento, che sarà affrontato con lo spirito di questa premessa.

Dopo che il prestigioso Economist ha promosso l’Italia come Paese dell’anno, dopo che il mondo ha talora espresso apprezzamenti per come la pandemia è stata gestita dalla politica italiana, quest’ultima non si è risparmiata di entrare in fibrillazione pure nello stabilire le regole anti-Covid per il voto in sicurezza del nuovo inquilino del Quirinale.

Tutto è partito nuovamente dai virologi che troviamo dappertutto, ma non sono solo più come il prezzemolo sul web e in TV, si mettessero almeno d’accordo sulle boiate che ci propinano quotidianamente …

Virologi, virologi, virologi dappertutto, anche dietro ai capigruppo delle camere che, insieme ai questori delle stesse, hanno elaborato nuove modalità di voto per il Colle in sicurezza: numeri contingentati, tamponi e nuove cabine…

Funzionerà forse tutto alla perfezione, ma se la sociatria – come vera e propria pratica di clinica sociale -, davvero esistesse in Italia, la nostra Repubblica dovrebbe ormai farsi curare anche da essa e bene, adesso che fatidicamente incombe il 24 gennaio, inizio previsto per l’elezione della più alta carica dello Stato.

Siamo ridotti al punto che possiamo sperare soltanto in un miracolo operato, in extremis, insieme da tutti i principali partiti – e quali partiti! Dopo lo vedremo– ci consegni un presidente della Repubblica eletto con i due terzi dei voti in uno dei primi tre scrutini (la sola maggioranza assoluta è prevista dal quarto), seguendo sì la farraginosa procedura, una seduta al giorno e al massimo 200 parlamentari in Aula per lo spoglio un nome che dia tranquillità e garanzie a tutti, ma salvando la politica nazionale da un sicuro baratro.

Al limite, i grandi elettori, 1007 tra parlamentari e i delegati regionali, potrebbero ancora contare di rimediare nelle due successive votazioni, la quarta e la quinta, avendo chiaro che, in caso di quorum sfiorato o superato di poco, dopo si scatenerà una bufera.

A quel punto, a furia di giocare a bruciare i nomi, Draghi, Berlusconi, una prima donna, Cartabia o Alberti Casellati, un redivivo Casini…i partiti si saranno giocati i migliori di essi, sebbene alla fine della fiera, dalla storia rileviamo pure al ventesimo voto o addirittura oltre, ma di sicuro raccatteranno un pellegrino, che abbia cittadinanza italiana, compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici, a cui attribuire la carica di capo dello Stato…

In tal senso, nonostante la lunghezza del più travagliato e traballante dei parti partitici, attuato attraverso un’elezione al giorno per permettere di sanificare gli spazi, massimo 200 parlamentari in Aula a Montecitorio per lo spoglio e 50 per le singole votazioni, non mancherà effettivamente qualcuno disponibile a farsi mandare al Quirinale.

Un posticino dove, in base ai dati aggiornati, si guadagnano 18.300 euro al mese calcolati su tredici mensilità, ovvero un compenso annuale che quindi si aggira intorno ai 239.000 euro. E, ricordiamo, il mandato dura sette anni. Sette anni durante i quali le spese personali sono sostanzialmente minime. È evidente che, oltre il prestigio e certune opportunità che assicura, il mandato presidenziale abbia vantaggi economici notevoli, tanto da far gola a molti colossi, che non si lasciano travolgere dal pensiero delle possibili responsabilità e avversità sottese…

Sarebbe dunque parossistico lo scenario di una fumata bianca, dopo giorni e giorni fumate nere, in cui per ora si stima che i 50 votanti ammessi avrebbero complessivamente 11 minuti per esprimersi, per poi uscire e consentire l’accesso dei successivi 50. Complessivamente, tra le fasi di voto e spoglio sono state previste 4 ore e mezza. Su diagnosi dei virologi, alla lunga non sarebbe solo roba da psichiatri, perché si produrrebbero conseguenze politiche che neppure l’apparizione del genio della lampada difficilmente riuscirebbe a lenire. Temo anche nel caso in cui lo sfinimento stallo possa dar vita ad un Mattarella bis che, come Napolitano, abbia previsione di durare meno dei sette anni.

Ad ogni votazione a vuoto, si propagherà dall’Aula sorda e grigia un’imponente scossa tellurica che, attraversando i palazzi romani del potere impotente italiano, in una processione lungo i sette colli con relativi sacrifici da celebrare, arriverà a scrollare le fondamenta della casa di Supermario, a Chigi, dal punto più alto del comignolo fino alle più buie profondità.

E non potrebbe bastare l’illusione che il Premier si rallegri, a proposito di metafore, a dare dopo «stucco e pittura» ai muri del palazzo, a consolidare e appianare i cedimenti del terreno, come se si trattasse soltanto crepe di assestamento, incapaci di mandare a gambe all’aria il governo. Dalla nascita della Repubblica a oggi sono stati necessari in media dieci scrutini per eleggere il nuovo Capo dello Stato, questo per dire che quando l’elezione del presidente della Repubblica è burrascosa, non c’è poi presidente del Consiglio che tenga.

Se molti si sono chiesti se rimarrà a Palazzo Chigi fino a fine legislatura o se invece salirà al Colle dopo la scadenza naturale del mandato di Mattarella, ci vuole molto coraggio ad immaginarsi un Draghi che, dopo una eventuale solenne trombatura quirinalizia alle prime votazioni, con nonchalance torni alle incombenze governative.

A smazzare allegramente i punti del Pnrr previsti per il 2022 e tutte le menate relative alla campagna contro chissà quale nuova variante del Covid, sciroppandosi ancora il CTS e tutti i suoi virologi, in una pandemia che sembra non voler mollare la presa e con ancora, seppur più contenute grazie ai vaccini, difficoltà nel condurre una vita normale. O peggio, ancora, a Draghi basteranno ancora i riconoscimenti che continuano ad arrivargli dai potenti stranieri, dalla comunità economica internazionale e dalle agenzie di rating, per continuare a fare il ruolo di «parafulmine» di quella politica che sta ultimamente smarrendo l’entusiasmo nei suoi confronti (da vedere se fosse stato autentico quello di undici mesi fa), indispettita dal suo voler decidere a prescindere da essa, smaniosa di riprendersi quello che considera il «suo» cadreghino per eccellenza.

E l’attuale capo del governo, più che quelli dell’ex banchiere centrale, potrebbe desiderare di vestire panni del domatore delle stesse belve che forse lo avranno abbattuto nel momento di librarsi nel cielo che precede l’empireo? Guai a fare di tutte le erbe un fascio, fare la voce grossa, a demonizzare i partiti, visto che a questo punto, Draghi non avrebbe più nessun’arma per riportarli all’ordine nel recinto un del governo dentro tutti. La situazione, per come la vedo io, degenererebbe: sarebbe sempre più costretto a minacciare le dimissioni per campare in sella al ronzino.

E, se per qualche recondita ragione, non fosse che per capire come va a volte in questo strano mondo, decidesse di mantenersi vacillante in groppa al cavallo impazzito, in un rodeo che risveglierebbe il cowboy che non ha mai pensato di aver dentro, certo i partiti, tutti, lo lascerebbero vivacchiare, giusto per il tempo di rimandare per un ultimo anno la prova delle elezioni. Tempo che essi intendono dedicare alla competizione tra di loro. Indisturbati, possibilmente, al solito insultandosi, picchiandosi e tendendosi tranelli a ogni piè sospinto.

Romanzando una vicenda reale, tra tante manovre, ancora prima che arrivi Carnevale dove ogni scherzo vale, oggi vi svelo un segreto: la soluzione è ancora lontana … Ecco perché si rincorrono pretattiche multiple in questi giorni febbrili, nomi che vanno e che vengono, puzzle nascosti e palesi, tutto nella completa assenza di una conferma che può solo coincidere con un principio di «responsabilità».

Siamo al corto circuito non solo istituzionale ma della logica? Invocando la fantasia, qui ci vorrebbe un mangiafuoco, altro che rassicurare e riallineare partiti spaventati dallo spauracchio di elezioni che prima o poi verranno, ahimè! con un ridotto numero di scranni da spartire…maledetto il giorno in cui è stato proclamato il motto: «Con meno senatori e deputati, più risparmio e più efficienza»!

Altro che imbonire, nei gruppi parlamentari, negli strani alambicchi nelle segrete stanze, caporioni e peones diffidenti, bizzarri, che si dilettano a ciarlare in eterno sul sesso degli angeli, capaci solo ad avere una parola che nulla vale. Poco inclini per di più a rispettare le discipline di partito, boicottatori indefessi del «pacta sunt servanda»… Propensi, laddove si intraveda un vantaggio, a ogni sorta di bassezza, di sgambetto…

Un bel quadretto. Si può esser certi che i malefici saranno immediati, già dal momento in cui costoro saranno entrati nelle cabine allestite al posto dei tradizionali catafalchi, per garantire il rispetto delle norme sanitarie, ma teoricamente anche la segretezza del voto quirinalizio. Il problema non è, dunque, chi debba essere eletto presidente della Repubblica, ma che non ci si può e non ci si deve illudere che, a presidente eletto, magari per il rotto della cuffia e a prezzo di una dura contrapposizione, i discorsi di governo possano essere ripresi dal punto in cui si erano interrotti.

Se oggi la società richiede di interrogarsi sugli esiti a lungo termine di una pandemia, che perdura, da comprendere nelle sue varianti non solo sanitarie, ma anche psico-socio-relazionali e nella visione socioeconomica dell’amplificazione di divari preesistenti in «povertà sociale e disuguaglianza», non ci potrà essere un virologo al Quirinale o a Palazzo Chigi.

Ci vogliono politici seri e autorevoli in simili ruoli, ma ce ne sono ancora. Uno di essi, ad esempio era David Sassoli, scomparso in questi giorni, sembrandoci icona di una stagione plumbea. Egli era oltre il giornalista, il politico di primo piano, l’europeista, in primo luogo una persona gentile, aperta, incapace di coltivare il sentimento che sembra incarnare lo spirito di questo tempo di caos: l’odio.

Ci vogliono figure alte, che operino affinché gli ideali nei quali crediamo, e per i quali si devono spendere, travasino nelle nuove generazioni, evitando di andare perduti. Anche su questa frontiera il nostro dialogo con la politica deve mantenersi autonomo, ma rispettoso e costante.

Noi non facciamo politica, ma crediamo nella politica, riconoscendone l’importanza. Sappiamo che di essa abbiamo bisogno e che non basta una laurea, magari in scienze sociali, non serve sventolare magniloquenti curricula, di fumose vite e auto-referenziate gesta, oppure soltanto una dose di buona volontà, per capirla e predicarla.

E, scontata la satira che si potrebbe evocare all’infinito per più rendere accattivante un articolo, siamo anche pronti a distinguere al suo interno il grano buono dalla zizzania, evitando il qualunquismo, l’anacronismo di coloro i quali sperano ancora di rivolgersi ai propri compagni, camerati o fratelli – badando a non farlo contemporaneamente a tutti quanti insieme, anche solo per aver la coscienza a posto memori delle tante tessere di partito avute in tasca -, per anelare all’urgenza costituzione dell’ennesimo partito serio, con la reiterata lusinga di un’organizzazione, di un costruttivo e integrato rapporto coi corpi sociali intermedi, di capacità di progetto per il Paese e il suo Stato, di selezione di candidature distinte dalla sua struttura e di servizi alla gente. Tanti bla bla bla, fraseggi vuoti e capziosi, fra pose sontuose e ammiccanti della Wanna Marchi dei tempi migliori… a voi la traduzione dal politichese.

No, i partiti ci sono già a bizzeffe e bastano. Bisogna uscire da questa logica monotematica, che sa di passate ideologie, di accrocchi da prima Repubblica, di velleità farfugliate e bislacche di mascherine, le quali, scartate come comparse a Venezia da Goldoni per la commedia dell’arte, non vedono l’ora di catapultarsi in coppa al primo dei carri in passaggio al carnevale di Viareggio, a strombazzare, con tanto apparire, e a spingere ci pensi qualcun altro.

E per questo che ci vuole tanta ironia per sopravvivere! Ma un popolo è tale se cammina insieme. Creare sacche in cui ripiegare per sentirsi migliori, è cultura da clan che non ci appartiene come italiani.

Antonio Rossello

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A. Rossello

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