Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Celle Ligure, Raffaele Biale fu vescovo di Albenga. La famiglia rappresentativa e influente possedeva immobili. Il fratello Lorenzo fu vescovo di Ventimiglia. La storia dei miracoli a Loano e Taggia di due statue della Vergine

Monografia di monsignor Raffaele Biale di Celle Ligure che conobbe, studente, G.B. Maineri  che fu scrittore e traduttore (nato a Toirano 21 agosto 1831-  morto a Roma 24 marzo 1899).

La famiglia- La famiglia Biale fu una delle più rappresentative ed influenti di Celle nell’età moderna e fino all’Ottocento, quando si estinse nella persona dell’avvocato Pasquale Biale Colla. Un ramo dei Biale si era trasferito in Ispagna dove praticava la mercanzia ed il commercio: ma non per questo i suoi membri recisero il legame col paese d’origine dove possedevano molti immobili. Un altro ramo si era trasferito in Genova: nella capitale della Serenissima Repubblica di Genova si offrivano maggiori possibilità, anche quando Liguria perdeva l’indipendenza ed era unita – senza neppure essere interpellata – al Regno sardo per decisione del congresso di Vienna. Non ostanti le condizioni economiche e finanziarie poco brillanti, alla borghesia erano aperte varie strade sia nel campo dell’amministrazione, assai cresciuta rispetto a quella dell’antico regime, sia in quello professionale, sia in quello del commercio. E i Biale erano di fatto borghesi. Anche il ramo residente a Genova peraltro si reputò sempre cellasco e se faceva nascere i figli nel capoluogo era appunto per facilitarne la futura carriera.

Qui ci riferiamo alla famiglia di Giovanni Battista Biale, il quale esercitando la professione forense nella capitale della Repubblica, pensò opportuno di rimanervi con la madre e così, sposata la genovese Teresa Trebiani di Nicola, abitava nel palazzo Morando di via San Bernardo. Da questa unione nacquero molti figli di cui almeno otto maschi: Gio Antonio (1775-1805), Girolamo (1776-1851), Brigida (1777-…), Nicola (1779-1817), Antonietta (1783-1847), Lorenzo (1785-1877) futuro vescovo di Ventimiglia, Marianna (1786-1868), Raffaele (1787-1870) oggetto del nostro presente contributo, Giuseppe (1791-1827), Luigi (1794-1865), Giovanni Battista (1796-1832). Gerolamo possedeva un negozio coadiuvato dal fratello Luigi; Giuseppe era impiegato nell’amministrazione dell’annona e morirà piuttosto giovane il 26 giugno 1827; Gian Battista era avvocato come il padre rivestendo, fra i primi incarichi, quello di vice-uditore di guerra. Il nuovo regime sabaudo del resto favoriva l’ingresso dei genovesi nella burocrazia dello stato, così da accattivarseli. Dopo il regime napoleonico si attua la “formalizzazione e razionalizzazione della pubblica amministrazione, con i relativi apparati burocratici, a gerarchia degli uffici, la professionalizzazione dell’impiegato pubblico” e, però, del progressivo peso di codesti servitori dello stato.

Le differenti vie percorse dai fratelli Biale evidenziano – se non vado errato – l’accondiscendenza paterna a favorire le naturali inclinazioni dei figli e nel contempo la presenza di intuibili suggerimenti sulla scelta dello stato molto discreti, mai imposizioni. Non è difficile figurarsi una famiglia attiva, laboriosa, inserita nella borghesia cittadina e bene armonizzata sia con i quadri del governo oligarchico, sia con quelli del nuovo regno sardo.

  Raffaele – Nato il 4 settembre 1787 Raffaele mostrò come alcuni fratelli un ingegno non comune e un amore per la conoscenza, tanto che i genitori gli fecero impartire una formazione scolastica accurata, dopo i primi rudimenti elementari, con ogni verosimiglianza presso le Scuole Pie, dove le studiava anche Lorenzo. Si narra avesse intrapreso non so quale impiego civile, ma presto ne rimanesse deluso: al suo animo onestissimo e leale ripugnavano certi andazzi ed intrallazzi del suo tempo, certe licenze, certi malcostumi più o meno colpevoli. Aveva un carattere pensoso, serio, coerente, capace di ascoltare, convinto di quanto prezioso sia il tempo concessoci, cauto nel giudizio ma non titubante, deciso ma non pervicace, spinto dal senso del dovere, costante nell’applicazione. Consigliatosi con i competenti, abbracciò per tanto gli studi ecclesiastici come il fratello maggiore Lorenzo ed espletata con frutto la formazione umana e cristiana, nonchè gli studi teologici, fu dottore in teologia e ordinato sacerdote il 22 dicembre 1810. Il seminario arcivescovile era stato chiuso attorno al 1800, al tempo dell’assedio di Genova, e riaperto dal Cardinal Spina nel 1803. Erano gli anni dell’impero napoleonico: dopo le terribili traversie giacobine la Liguria aveva chiesto di far parte dello stato francese non certo per disamore verso la propria storia e verso la patria, bensì per il senso pratico. I francesi infatti taglieggiavano la Repubblica ligure con ogni sorta di angherie e furti, col pretesto di difenderne l’apparente indipendenza; i liguri allora pensarono fosse preferibile avere i medesimi diritti e medesimi doveri dei francesi, se si appartenesse all’impero. I commerci e la navigazione inoltre sarebbero stati meno danneggiati.

Ignoro se anche Don Raffaele tentasse più volte di ossequiare Pio VII prigioniero nell’episcopio di Savona dall’estate del 1809 all’estate del 1812, come racconta Tommaso Reggio a proposito del fratello. Come per il fratello la venerata Maria Giovanna Spallarossa (1745-1824) monaca brignolina predisse alla madre che i figli Lorenzo e Raffaele sarebbero stati innalzati all’episcopato! E come il fratello l’anno 1806, anche Raffaele s’iscrisse ai missionari rurali l’anno 1815, indizio della loro tensione apostolica. I missionari erano visti come fumo nell’occhio dalle autorità francesi, anzi il prefetto di Genova Marc’Antoine Bourdon, calvinista, oltre a sopprimere gli ordini religiosi giusta la legge napoleonica del 1810, chiuse anche le biblioteche dei missionari urbani degli operai evangelici, mentre ai missionari rurali, siccome non avevano una sede propria, poté soltanto far rubare registri documenti conservati presso la casa di Sant’Ambrogio. Nel 1814, caduto l’impero francese, ripresero le missioni e le adunanze nella chiesa di San Luca giacché l’oratorio di Santa Caterina era stato incamerato e chiuso. L’anno appresso i missionari, compresi i fratelli Biale poterono ossequiare il pontefice: Pio VII dopo aver soggiornato in Savona dall’otto al dodici maggio 1815, questa volta libero, per incoronare l’effigie mariana al Santuario della Misericordia, si trovava a palazzo Durazzo e i missionari rurali furono ammessi al bacio del piede.

Memorabile la missione effettuata nella cattedrale d’Albenga l’anno 1816, la prima per Don Raffaele, con esercizi spirituali al clero predicati nel seminario, alla presenza del vescovo e di una sessantina di sacerdoti. Nella squadra dei missionari c’erano tre futuri vescovi: D. Carmine Cordiviola, D. Lorenzo Biale e D. Raffaele Biale e si tramanda che Mgr Angelo Vincenzo Dania profetizzasse ai missionari D. Carmine e D. Raffaele: “Voi sarete miei successori”.

Nel settembre 1816 D. Raffaele partecipò alla missione in San Bartolomeo di Ginestra nella veste di superiore; nel 1820 a quella di Bargagli; nel 1824 a quella di Dolcedo etc. Eletto vescovo non ebbe più tempo a partecipare alle missioni, ma ad esse partecipava spiritualmente e stabilì che l’episcopio ospitasse sempre tutti i missionari rurali che dovessero passare per Albenga.

Formatosi nel capoluogo ligure, il Biale aveva conosciuto i missionari urbani (fondati l’anno 1643), i missionari rurali (fondati nel 1713), gli operai evangelici (fondati nel 1751): sodalizi che attestano da un lato il desiderio d’innalzare la cultura teologica nei rispettivi membri, dall’altro il bisogno di trasmettere nei fedeli i rudimenti della Fede e di promuovere la partecipazione ai mezzi della Grazia, ossia ai sacramenti. “In quel tempo i cherici ricevevano solo un’istruzione scolastica, per cui poco formati nello spirito comprendevano gli impegni dello stato ecclesiastico quasi solo alla vigilia dell’ordinazione”. Con discorso più ampio, i fondatori e i soci di codeste congregazioni avevano compreso sia quanto la Chiesa non dovesse aspettarsi aiuti esterni – gli stati se allora erano stati ed erano più o meno giurisdizionalisti, poi diventeranno nemici e persecutori – sia quanto fosse necessario contrastare il pernicioso e presuntuoso giansenismo, non di rado anticamera del protestantesimo e dell’ateismo.

La spiccata consapevolezza dell’importanza delle sacre missioni mostrata da D. Raffaele, dopo il gran bailamme degli anni giacobini e della tirannide napoleonica durante il quale si cercò di distruggere la fede, oltre che a tagliare la testa dei religiosi e del clero più santi, lo fece eleggere presidente della congregazione dei missionari rurali. Fu nominato altresì dall’Arcivescovo di Genova il Cardinal Giuseppe Spina docente di teologia nel seminario diocesano, esaminatore pro-sinodale del clero e presidente dell’Accademia morale dei Franzoniani. Il 15 gennaio 1815 poi era cooptato canonico del capitolo di N.S. delle Vigne, la splendida basilica nel cuore di Genova, ruolo rivestito per diciotto anni, finché il 24 dicembre 1837 il Cardinal Arcivescovo Placido Maria Tadini lo nominava canonico della cattedrale metropolitana di San Lorenzo. Di essa faceva parte dal lontano 1815 il fratello Lorenzo, il quale proprio nel 1837 era creato vescovo di Ventimiglia e però il posto libero fu offerto al fratello.

Non è facile fornire particolari sulla vita di questi anni: partecipava alla recita dell’ufficio divino nel coro della chiesa, all’amministrazione della stessa, alla pastorale della parrocchia, all’assistenza spirituale dei numerosi fedeli appartenenti un po’ a tutti i ceti della società. Chi ha retta intenzione e fini santi ha sempre da fare, perché vede quante necessità occorra affrontare e a quante domande, anche se non espresse, rispondere. Parliamo di missione, di apostolato, non di mestiere.

Del ventennio genovese segnalò l’amicizia col venerabile Giuseppe Frassinetti durata per l’intera esistenza. Fra le molte iniziative di questo valentissimo parroco e teologo ricordo la Conferenza di ecclesiastici collaboratori della pia opera di S. Raffaele di Santa Dorotea fondata insieme con D. Luigi Sturla l’anno 1829 con lo scopo di elevare la cultura e la preparazione del clero. Ogni settimana era prevista un’adunanza regolata da alcune semplici norme per un migliore andamento. Essendo molto giovani, i soci scelsero un superiore di esperienza nella persona dell’abate Agostino Maria De Mari, cui nel 1833, quando era creato vescovo di Savona e Noli, subentrava il canonico Biale nel biennio 1833-35. Si devono a lui la cadenza quindicinale delle conferenze, la possibilità agli ascritti di farne parte sebbene assenti dalla città, l’esortazione a promuovere l’opera nelle località di residenza ed altri cambiamenti, fra cui il titolo divenuto con opportuna sintesi Congregazione del Beato Leonardo. La congregazione fu confermata nel 1834 dall’arcivescovo Placido Maria Tadini.

Vescovo di Albenga – A pochi mesi dalla morte di Vincenzo Tommaso Piratoni, Gregorio XVI nel concistoro del 27 aprile 1840 creava vescovo di Albenga D. Raffaele Biale, su proposta del re Carlo Alberto. Certo senza volerlo, il suo apostolato, le sue iniziative, l’opera indefessa, le sue capacità in una parola, avevano attirato sulla sua persona l’attenzione dei superiori. Appare verosimile che un motivo della scelta del canonico Raffaele sarà stato l’avere un fratello vescovo della diocesi di Ventimiglia. Di fatto la diocesi confinante era stata assai decurtata durante gli anni dell’impero francese, il Buonaparte anzi intendeva sopprimerla: per questo si allargò a ponente l’estensione della diocesi intemelia, sottraendo venticinque parrocchie alla giurisdizione della diocesi ingauna. Gli inevitabili malumori, più o meno scoperti, o quanto meno i problemi di adattamento si sarebbero attenuati, se non risolti, grazie alla presenza di due vescovi fratelli carnali. Si dice sia un caso unico nella storia della Chiesa.

Espletate le incombenze e i giuramenti di prammatica, il canonico Raffaele fu consacrato vescovo il 7 giugno 1840 nella metropolitana di S. Lorenzo in Genova dal Cardinale Arcivescovo Placido M. Tadini e dal fratello Mgr Lorenzo. Con un tempismo non comune il prelato prendeva possesso della chiesa albenganese il 2 agosto 1840, festa di Sant’Alfonso Maria de Liguori, santo scelto a modello dal Biale la cui dottrina era seguita dai missionari rurali e dalle congregazioni di confratelli amici, quali la Congregazione del B° Leonardo sopra menzionata, la Congregazione dei missionari di S. Alfonso fondata in Chiavari da Antonio Gianelli, gli Oblati di S. Alfonso fondati in Bobbio dal medesimo Mgr Gianelli.

    L’impressione prodotta dai primi tempi di governo di Mgr Biale è così espressa da un testimone competente ed informato: “L’elezione di questo vescovo di Albenga deve aversi per una grandissima misericordia del Signore, che voleva assai presto provvedere agli urgenti bisogni della diocesi. Non mi ricordo di aver conosciuto alcun vescovo che maggiore prudenza di lui abbia usato nell’assumere il governo pastorale. Egli era informatissimo di tutti gli affari del capitolo e del clero e dimostrava di non saperne nulla, perché sapeva tacere. Per lo spazio di più mesi stava ben osservando e ponderando ogni cosa, e tutti accoglieva graziosamente; ma i curiosi che volevano presto esplorare i suoi sentimenti restavano delusi, perché non potevano penetrarli; e ciò usava Monsignore senza far misteri delle sue parole: che è quanto a dire, praticava letteralmente quella santissima e prudentissima ammonizione che suggerisce a tutti i vescovi Sant’Alfonso de Liguori, non dover essi essere precipitosi a dare ordini ed operare nei primi mesi dell’arrivo loro in diocesi, ma stare dapprima ben osservando e verificando le informazioni e le cose“.

La diocesi ingauna – Di antiche origini, risalente alla predicazione dall’apostolo San Barnaba nell’anno 51, secondo la leggenda, è comunque diocesi illustre e vasta, un poco erede di capitale dei liguri ingauni e del municipio romano. Ai tempi del Biale (ed anche oggi), dopo la decurtazione del territorio di Sanremo e della Valle Argentina, si estendeva da Porto Maurizio alla Pietra, ripartita in una dozzina di vicariati foranei: li elenchiamo a titolo indicativo perché mutati nel corso del tempo (oggi sono diminuiti) Albenga, Andora, Borghetto d’Aroscia, Borgomaro, Casanova Lerrone, Diano Marina, Loano, Molini di Prelà, Oneglia, Pietra, Pieve di Teco, Pontedassio, Porto Maurizio. Le parrocchie erano e sono numerose anche per gli insediamenti sparsi nell’entroterra. Sei le chiese collegiate: Santa Maria in fontibus in Albenga, Sant’Ambrogio di Alassio (di cui fra poco), Santa Maria Assunta in Diano Castello, San Giovanni Battista in Oneglia, San Giovanni Battista in Pieve di Teco e San Maurizio a Porto Maurizio.

Le persecuzioni giacobine e le soppressioni napoleoniche avevano invece spazzato via le comunità religiose, maschili e femminili: pochissime erano risorte. Salvi errori e lacune, menziono dapprima le comunità cappuccine: Nostra Signora di Loreto in Oneglia, riaperta nel 1816 e soppressa nel 1866; Nostra Signora del Soccorso in Alassio, riaperta nel 1816 e soppressa nel 1855 (alias 1866); Pieve di Teco riaperta nel 1816 e soppressa nel 1866 ma ripresa subito; Porto Maurizio riaperta nel 1816 e soppressa nel 1866; Loano riaperta nel 1816 e chiusa dal comune nel 1864, per ospitarvi le scuole. Esistevano poi le Scuole Pie in Oneglia, il Monte Carmelo in Loano riaperta nel 1828 “fra le più cordiali accoglienze del popolo e dei maggiorenti della città” e il convento di Sant’Agostino in ancora in Loano aperto fino al 1859, allorché i Doria alienarono il sacro complesso ai fratelli Rocca. E il complesso di S. Vincenzo Ferreri con il collegio di S. Tomaso d’Aquino in Alassio condotto dai PP. Domenicani fino al 1849, allorchè un contenzioso col municipio li costrinse a ritirarsi.

Delle comunità femminili segnalo le monache Clarisse in Porto Maurizio ed in Alassio: il monastero di S. Andrea di queste ultime, soppresso nel 1810 fu riaperto nel 1828 e di nuovo soppresso nel 1867, ma le monache vi poterono rimanere sino al 1885, grazie ai buoni uffici del Marchese Domenico Del Carretto di Balestrino e di altri influenti personaggi. Mgr Biale le aveva dispensate dal seguire la regola in tutti i suoi dettami e di condurre la così detta vita comune. In Loano rammento il conservatorio della Visitazione di Maria Santissima e di San Francesco di Sales fondato da D. Pietro Patrone vicario foraneo, con regola redatta dal P. Adeodato carmelitano scalzo ed approvata da Mgr Raffaele attorno al 1842. Lo scopo dell’istituto era “di fare scuola a piccole ragazze del paese e di tenere pure a convitto d’educazione qualche numero di fanciulle a pensione. Sono esse benemerite del paese, osservanti del loro istituto e mantengono la loro chiesetta con molta decenza e con lodevole pulitezza”. Svolgevano un prezioso apostolato altre suore in questa e quella località della diocesi, come le Suore della Carità in Alassio dal 1855 rettrici delle scuole femminili comunali, le Suore di S. Antida Thouret sempre in Alassio, varie case delle Figlie della Misericordia.

Il Biale tentò in qualche modo di conservare i sacri complessi, pur vandalizzati, alle religiose, ma a parte qualche chiesa già conventuale che poté continuare ad essere aperta ai fedeli ed officiata a loro beneficio, non ci risulta che gli arridesse molto successo. Ogni tentativo poi fu troncato in modo definitivo dalla legge eversiva emanata dal regno d’Italia nel 1866, come s’è appena visto.

Il Seminario-Una delle principali preoccupazioni di un vescovo è senza dubbio il seminario: se esso è bene governato, se dispone di insegnanti dotti e zelanti, se il fervore e lo studio vi regnano, se vi si respira uno spirito conforme ed un santo desiderio di avanzare usciranno sacerdoti santi e però buoni saranno anche i fedeli affidati alle loro cure.n L’edificio della diocesi ingauna si trovava nel cuore della città, ossia ristretto fra mura e senza un acconcio sfogo ed areazione, auspicabili per i giovani. Risaliva a metà Settecento, sorto sulla collegiata di San Lorenzo e sugli edifici annessi. Di fatto, già il vescovo Carmine Cordiviola (1820-27) tentava di approntarne una sede migliore, ottenendo l’ex complesso francescano di Santa Maria degli Angeli in Alassio.

    Al momento dell’ingresso in diocesi di Mgr Biale la situazione interna del seminario era piuttosto ingarbugliata. Durante la vacanza vescovile – peraltro breve, di neppure un anno (ottobre 1839 – agosto 1840) – infatti il canonico Tommaso Niccolari, abusando della sua carica di vicario capitolare, imbevuto com’era “di liberalismo patriottico fino al midollo, licenziò su due piedi i professori del seminario ancien régime e li sostituì con altri di provata fede liberale. Il fatto suscitò scandalo e scalpore”.

    Il nuovo pastore elevò subito il corso teologico a quattro anni ed introdusse lo studio della sacra eloquenza. Di frequente visitava il seminario sia per la vicinanza all’episcopio, sia per la concreta esperienza posseduta, visto che era stato docente di teologia morale nel seminario arcivescovile Genova. Alla pietà non si doveva disgiungere la cultura. Questa riforma nel corso degli studi ebbe certo conseguenze positive. Già i contemporanei avvertirono il fiorire di predicatori “che dentro e fuori della diocesi cominciarono a spargere la divina parola, basti dire che nelle missioni estere si contassero nel 1857 ventidue sacerdoti della diocesi albenganese, e come di questa colonia il prete Laureri Pietro di Stellanello morto a Pechino nel 1867 in concetto di santità e Monsignor Vincenzo Bracco di Torrazza di Porto Maurizio vescovo coadiutore del patriarca di Gerusalemme, si attribuissero in onore di essere stati alunni del seminario albenganese”. Ricordo altresì D. Antonio Isoleri, benedetto da Monsignore quando partì missionario per gli Stati Uniti d’America, dove sarà parroco di S. Maria de’ Pazzi in Filadelfia – uno delle prime chiese americane innalzata per gli italiani – dal 1870 alla morte.

    Un altro provvedimento di rilievo fu la norma che proibiva di studiare presso i maestri privati: fino allora infatti i seminaristi potevano non soltanto essere esterni, ma senza aver frequentato i corsi istituiti nel seminario, presentarsi a sostenere gli esami. Si arguisce che la preparazione di costoro lasciasse molto a desiderare. Contestualmente il Presule introduceva il così detto seminario misto, ossia collegio finalizzato sia a formare i candidati al sacerdozio, sia i futuri cittadini. È vero che il decreto tridentino sui seminari e la prassi ecclesiastica criticavano codesta concezione, per intuibili motivi. Ma Mgr Biale l’adottò “per favorire un eventuale processo di osmosi, sperando che dai convittori, a contatto con i seminaristi, sorgessero vocazioni sacerdotali e, non ultimo motivo, per arrotondare i magri bilanci di un istituto che, spogliato di quasi tutte le rendite degli immobili, doveva, d’ora innanzi, vivere solo di carità”. Questo criterio durato in Albenga quasi un secolo, fino cioè a Mgr Angelo Cambiaso, era d’altra parte condiviso da Mgr Dupanloup e da altri illustri prelati.

    Riprendendo poi il disegno coltivato dal predecessore Mgr Cordiviola, il Biale intendeva aprire un seminario minore ad Alassio, nel complesso di N.S. degli Angeli, in aprica e splendida positura. Istituì una commissione che approntasse un progetto e lo presentasse al consiglio municipale di Alassio, subito accolto con favore dal comune. Chiesta allora la facoltà al governo, il ministro dell’istruzione rispondeva di non avere difficoltà ad approvare il collegio- convitto, purché si ottemperassero a dieci clausole. “Si può facilmente scoprire in quella meticolosità sconcertante lo zampino dell’anticlericalismo in agguato, sebbene paludato da articoli di legge”.

    Questo disegno di collegio-convitto vescovile in Alassio non poté attuarsi, ma la Divina Provvidenza provvederà in modo anche migliore, come accennero in altro paragrafo. Intanto Mgr Biale seguiva negli aspetti più minuti la vita del seminario stabilendo un regolamento quanto mai analitico. A proposito di Alassio, il neo presule le dedicò uno dei primi atti di governo, erigendo a collegiata la chiesa di S. Ambrogio, con decreto 28 dicembre 1840.

Aspetti dell’azione pastorale – Il Nostro era ben consapevole del dovere, inerente al proprio ufficio, di conoscere la diocesi per poi riformare, correggere e togliere abusi, se necessario. L’istituto della visita è antico come la Chiesa, ma il modello seguito, pur con gli adattamenti derivati dalla personalità di ciascun pastore, era quello memorabile di San Carlo Borromeo. Nel suo trentennale pontificato il presule visitò sei volte tutte le numerose parrocchie sparse nell’ampio territorio della diocesi, predicando, esortando, “edificando le popolazioni con la sua pietà e carità”, ed emanando non pochi provvedimenti riguardanti i sacri edifici, il decoro liturgico, l’amministrazione dei legati, di cappellanie, delle mense parrocchiali, della tenuta dell’archivio etc., conforme alle tendenze coeve, piuttosto analitiche e cogenti.

Una delle prime cure fu la santificazione del clero sia intervenendo nel corso formativo, ossia nel seminario come s’è visto nell’apposito paragrafo, sia impartendo una formazione permanente, per adoperare una moderna terminologia. A tal fine caldeggiò ed organizzò esercizi spirituali per loro; diresse conferenze teologiche in particolare di teologia morale; fece rivivere la congregazione dei missionari diocesani. Gli ultimi punti richiamano il ventennale apostolato del Biale a Genova. Tanto impegno, essenziale considerato il frangente storico, non rimase infruttuoso. S’è accennato alla considerevole fioritura di missionari, talché molti sacerdoti ingauni si donarono alla predicazione evangelica ad gentes.

Risulta invece problematico palesare i nomi di sacerdoti benemeriti e segnalatisi, con inevitabili lacune ed antipatici silenzi. Ricordo a caso, senza pretesa alcuna, un Vincenzo Bracco (1835-89) divenuto patriarca di Gerusalemme; un Anacleto Pietro Siboni (1812-77), dottore in teologia ed in utroque iure, vicario di Mgr Biale; un Filippo Allegro (1829-1910) divenuto vescovo di Albenga; un canonico Serafino Gerinitutto fervore e grazie per la Chiesa, il vescovo, il Papa; animo retto e buon cuore“; un D. Francesco Simone (1801-81) latinista, docente nel seminario per una vita; un D. Natale Cappato (1801-86), direttore del civico ginnasio, matematico, versato in parecchie discipline; un D. Pietro Giovanni Maglione di Laigueglia (+ 1846) santo e dotto; un D. Bernardo Morano di Alassio (+1855) eroico nell’assistere i colerosi nel 1837; un D. D. Francesco Della Valle (1830-99), missionario diocesano, solertissimo prevosto di Alassio dal 1855, cui si deve la venuta dei Salesiani e delle Figlie di S. Antida Thouret; un D. Edoardo Martini (1823-84) il quale col dono della sua palazzina consentì di innalzare il nuovo monastero delle Clarisse di Alassio.

Circostanze fortuite fecero sì che Mgr Raffaele ordinasse chierici delle Scuole Pie, di Carmelitani scalzi e di altri ordini religiosi, destinati talora a conseguire mansioni rilevanti: rammento solo il P. Gerolamo della SS.ma Concezione, futuro Cardinale Prefetto della Congregazione di propaganda fide, ordinato il 22 dicembre 1856.

Monsignore non dimenticava gli amici, né il bene spirituale della diocesi. Quando D. Giuseppe Frassinetti fu mal trattato dall’Arcivescovo di Genova Mgr Andrea Charvaz in persona, forse male informato, con un pretesto di natura formale per avere dato alle stampe un volumetto su presunte apparizioni mariane, l’interessato ragguagliò il Biale dell’incidente. Questi subito lo invitò nella propria diocesi offrendogli la parrocchia di San Giovanni Battista in Oneglia, ritenuta la migliore della diocesi. Egli tuttavia, sacerdote santo, ringraziò e rimase dove la Provvidenza lo aveva posto. Il Frassinetti dedicava a Mgr Raffaele Biale la prima e la seconda edizione del benemerito e fortunato compendio di teologia morale, ricevendone un grazie sincero.

Per quanto ci consta, la provvista dei parroci e del clero nelle oltre cento parrocchie della diocesi fu quanto mai accurata, quanto meno nelle intenzioni, come la provvista per le diverse mansioni nella curia e nel seminario. Naturalmente, come in tutte le cose umane, dovette anche assumere decisioni disciplinari: accenno appena al caso di Don Sebastiano Badarò (1805-80) appartenente a notabile famiglia di Laigueglia, il quale fu sospeso a divinis nel 1856 per le sue idee un po’ troppo liberali, in particolare per aver elogiato e sovvenzionato il monumento celebrativo per le Leggi Siccardi, tanto lesive alla dignità e alla libertà della Chiesa. Pochi anni dopo lo reintegrò, avendo D. Sebastiano riconosciuto il proprio errore o quanto meno l’inopportunità del suo comportamento. Buono e collaborativo fu rapporto con i pochi ordini religiosi presenti. Per quanto di competenza, Monsignore da un lato cercò di frenare l’arroganza laicista nel vessare le comunità religiose, dall’altro nel favorire le nuove congregazioni di vita apostolica. Così, ad esempio, favorì l’ingresso delle Figlie di N. S. di Misericordia nelle elementari femminili e nell’ospedale di Diano Castello (1852-64), e nel 1860 l’asilo infantile a Porto Maurizio affidato alle medesime suore fondate da S. Maria Giuseppa Rossello.

Seguì da vicino la vita delle case religiose e delle associazioni laicali: nel 1853 – sempre a titolo esemplificativo – approvava le modifiche ai capitoli della Confraternita della SS.ma Trinità di Porto Maurizio. Quanto al culto, non risulta abbia introdotto e tanto meno caldeggiato devozioni particolari, a prescindere da qualche autorizzazione circoscritta, come il permesso al culto per N. S. della Salute nell’omonima cappella della parrocchiale di San Nicolò alla Pietra.

Non andrebbe neppure precisato che il Vescovo favorisse la manutenzione dei sacri edifici, non foss’altro per il decoro dovuto nei templi e nel culto pubblico tributato dalle creature al Creatore. Cito sempre a caso, seguendo la sequenza cronologica alcune iniziative di un certo rilievo, ovvero nelle quali intervenne. Vera primizia nel governo episcopale fu la pala commissionata al pittore Leonardo Massabò per la cappella laterale sinistra del Santuario di N.S. di Pontelungo: la tela effigia S. Martino di Tour in atto di benedire gli albenganesi. Il Santo, di profilo, avvolto in un bianco piviale, foderato in rosso, illuminato da un raggio di sole, alza la mano verso la costa ingauna (sul lato sinistro della composizione), mentre Mgr Biale sta ginocchioni alle sue spalle, senza insegne vescovili.

Nel 1840-42 si ricostruì la cappella della Beata Vergine, chiamata Santuario di Gazzetto. Nel 1840 autorizzava la benedizione della cappella di S. Matteo a Villa Gatti, innalzata sul sito dove sorgeva la chiesa parrocchiale rovinata nel 1802 per una enorme frana. Il 5 giugno 1842, durante la visita pastorale, consacrava alla chiesa parrocchiale di Diano San Pietro, come tramandava una lapide; il 6 dicembre 1846 decorava la festa patronale e l’inaugurazione dell’organo nella chiesa di San Nicolò alla Pietra.

Il 30 marzo 1847 dichiarava autonomo l’oratorio di Santa Lucia di Roncagli, separandolo dalla chiesa matrice di San Michele arcangelo in Borello. Nel 1848 consacrava tre campane della chiesa di San Bernardo in Evigno; sempre nel 48, il 6 settembre, consacrava il santuario di Chiusavecchia N. S. dell’oliveto, sotto il titolo dell’Assunta. Nel 1850 consacrava alla chiesa di Sant’Anna a Diano Serreta; sempre nel ’50 era prolungata la nave e addossato l’ampio pronao all’ingresso dell’oratorio-santuario dei SS. Cosma e Damiano in Gavenola. La festa dell’Assunta del 1858 benediceva alla Pietra il gruppo ligneo effigiante la Vergine Assunta, scolpito da Antonio Brilla su iniziativa del parroco D. Giovanni Bado.

Nel 1863 autorizzava la delibera della fabbriceria di ricostruire la chiesa parrocchiale di S. Margherita d’Antiochia in Pontedassio, consacrata dal successore. Nel 1864 delegava il canonico Angelo Rollando arciprete di Pieve di Teco per incoronare la statua marmorea di Maria Santissima, scolpita da Filippo Parodi, con una corona argentea, venerata nel Santuario di N. S. del Sepolcro il Rezzo.

Nel 1864-65 partecipava all’ampliamento del Santuario di N.S. della Guardia sul Monte Tirasso sopra Alassio, visitato più volte. Nel 1866 autorizzava il restauro ed ampliamento alla cappella di S. Bernardo sempre a Pontedassio, frazione Monti. Monsignore favorì, o forse suggerì, al parroco D. Francesco Della Valle (sopra menzionato), la committenza dei dipinti sulla volta della collegiata di S. Ambrogio in Alassio al pittore Virginio Grana effettuati nel 1859-60. Il Presule infatti l’anno 1854 aveva donato alla Cattedrale ingauna una tela ovale effigiante una Madonna col Bambino da esporre durante il mese di maggio dipinta da tale artista ingauno.

Istruzione- Durante gli anni della così detta Restaurazione e nei decenni del così detto Risorgimento l’istruzione primaria rappresentò un notevole impegno per gli stati. Molteplici le cause, non ultima la persecuzione e le reiterate soppressioni degli ordini religiosi che si dedicavano all’opera educativa. Ma proprio in questo periodo fiorì un numero impressionante di sodalizi religiosi volti appunto alla specifica opera dell’istruzione maschile e soprattutto di quella femminile, fin allora assai trascurata.

Non occorre poi dimostrare quanto per un pastore se fu “sempre lodevole tutto ciò che concorse in qualche modo a migliorare il costume, quello massimamente lo fu che prese a coltivare la gioventù e precisamente nella tenera età. Imperocchè più facile è in questa ottenere l’intento e più durevole il frutto. Che non solamente le buone massime e i buoni principi durano in essi e si fortificano alla età più robusta, e si perfezionano alla decrepitezza, ma si propagano col buon esempio…”, tanto più se genitori la trascurano. Di sicuro “invano ci adoperiamo alla riforma del mondo se un’anima se massimamente non ci occupiamo di bene educare ed istituire i fanciulli dalla tenera età”.

Mgr Biale fu quanto mai sensibile al problema e lo attestano i suoi interventi sul seminario, sugli ordini religiosi insegnanti, sul favorire l’apertura di scuole, la fondazione delle Clarisse della SS.ma Annunziata e via dicendo. Egli fece conseguire a sacerdoti adatti la patente di metodo, così che potessero legalmente insegnare nelle scuole comunali. Forse non c’immaginiamo gli ostacoli incontrati e l’abilità necessaria per muoversi – dopo il Quarantotto – in un clima inquinato da un laicismo anticlericale non di rado violento, oltre che ingiusto. A mo’ d’esempio, basti segnalare la cacciata delle Clarisse fondate da Madre Ranixe dalla loro sede alla SS.ma Annunziata in Porto Maurizio e la cacciata dei Padri Scolopi dal collegio di Oneglia.

Iniziò a diffondersi nel frattempo un servizio fino allora quasi sconosciuto: la scuola materna, allora chiamata asilo infantile. Il nostro prelato ne fu favorevole, ne promosse e seguì l’apertura in varie località della Diocesi ed anzi fu presidente dell’asilo di Albenga. Il discorso inaugurale fu impresso e però ne possiamo offriamo qualche passo.

Esso era sorto per il concorso di tutti i buoni albenganesi di ogni ordine e grado e si considerava “novello monumento di civiltà e di morale progresso”. Si domanda il nostro: “Chi mai portò sulla terra uno spirito di carità si universale e costante? Ove mai si ispirarono quegli uomini generosi che concepirono e condussero a perfezione quei grandi progetti di beneficenza e di amore? A chi dobbiamo noi essere riconoscenti? Oh! non v’ha dubbio, o signori, alla religione del Vangelo, a quella religione che nel mentre ci scopre la causa delle umane sciagure e ci addita questa terrestre dimora quale valle di lacrimoso esilio, ci segna pure i mezzi che valgono a renderlo meno duro ed infelice. Ammirabile religione che con arte divina seppe variare i suoi beni, spargere i suoi soccorsi, distribuirne i suoi tesori, i rimedi e le speranze. Vi ha egli bisogno dell’umana vita cui non abbia prestato efficace e direi quasi prodigato il rimedio? Vi ha piaga su cui non abbia versato un balsamo salutare? Vi ha condizione di luogo, di età, di persona cui non si siano estese le sue consolazioni, i suoi doni? Le opere più grandiose che confortano, abbelliscono, perfezionano l’umana società, tutte si ispirarono sempre alla religione del Vangelo”.

L’opera inaugurata a pro dell’infanzia si proponeva “l’allontanamento dall’ozio, che come le forze dell’animo, snerva pure quelle del corpo; il toglierli ai pericolosi trastulli cui tanto facilmente si abbandonano i fanciulli; la continua, ma la variata occupazione, la metodica forma di vivere, i giuochi innocenti, i puerili sollazzi, i molteplici e dilettevoli esercizi in una età che di riposo non è capace, le affettuose cure che loro sono prodigate a ricreare l’animo, a confortarne il cuore, ecco i mezzi che provvedono efficacemente al fisico e materiale bisogno dei fanciulli, ecco la sorgente di quella prosperità e floridezza di salute, di quella pacifica, ma piena e festevole letizia che dalle loro anime traspira nel volto”.

Si educa l’intelletto “opera tanto difficile e tanto feconda per l’avvenire della società e della religione”, e più ancora la morale. Per questo i nemici della società, volendo distruggere la fede, il principio dell’autorità e del dovere hanno sempre cercato di corrompere la prima età.

Nell’asilo si sarebbero pertanto radicati i semi destinati a fruttare: i malvagi esempi non dovevano esserci, una cattiva azione sarebbe seguita dal castigo, una virtù sarebbe seguita dalla lode. Non era un luogo di parcheggio per pargoli, bensì un ambiente formativo. “In queste menti, in questi cuori così preparati, vanno gradatamente instillandosi le cognizione di Dio e il suo amore, la notizia dei propri doveri, e la premura di compierli. Loro si va mostrando in Dio un padre amoroso che li creava e li provvede di ogni bene e sapientemente li conserva. Quei vergini cuori da natura alla gratitudine e all’amore inchinevoli, concepiscono i più santi affetti verso Dio e la sua religione, le laudi del Signore con semplice ed affettuosa armonia sulle loro labbra risuonano. Loro si mostrano i vincoli che l’uno all’altro collegano i membri della umana famiglia, e però insensibilmente si aprono al fraterno amore, né altra emulazione loro si mostra decorosa e buona, che di superarsi a vicenda nella pietà e negli studi. Né questi santi e felici principi di virtù e di dovere non potranno cadere invano, tanto soave ed efficace è il modo onde vengono insinuati”. Le ultime parole non sembrerebbero un auspicio, sebbene la consapevolezza di avere maestre provette: le figlie di San Vincenzo de Paoli. L’asilo era ospitato in alcune sale dell’episcopio.

Il 1848 in Albenga – Come in moltissime località italiane, anche Albenga fu pervasa da entusiasmi patriottici accesi da Pio IX, dalle riforme, dagli statuti, dall’VIII congresso degli scienziati italiani celebrato a Genova e sfociati nella prima guerra d’indipendenza. Nell’ottobre del 1847, ad esempio, si festeggiarono le riforme concesse da Carlo Alberto di ordine giudiziario. Quando poi giunse la notizia del promesso Statuto “municipio e popolazione, preceduti dalla musica cittadina, andarono processionalmente al santuario di N.S. del Pontelungo per votare alla Vergine la bandiera nazionale. Giulivi e infervorati, i buoni albenganesi udirono la messa celebrata da Don [Paolo Francesco] Bianchi, il quale ricevuto il vessillo dal Sindaco lo collocava sull’altare. Indi il Professore Don Luigi Testa […] esaltava con forbita orazione l’importanza del dono votivo”.

    Ma alle bambinate degli entusiasmi successero rivendicazioni più concrete, come la feroce protesta contro la giaugia, imposta sul vino fruttante al civico erario circa Lit 6.500 annue, particolarmente invisa, poiché il daziere poteva perfino entrare nelle cantine private, misurare il vino con prevedibili dissapori ed angherie. La sera del 22 marzo “Oltre un migliaio di uomini del contado, delle frazioni d’Albenga e soprattutto di Bastia e di Leca, campagnoli e braccianti – gente della più credenzona e audace – dei quali non pochi mascherati, quale armato di picche e di vanghe, quale di bastoni e di schioppi arrugginiti, irruppe verso le otto di quella sera in città dalla porta del Molino, la principale verso Genova. Questa moltitudine disordinata e frenetica, preceduta da un tamburo scordato, fece tosto segno alle sue vendette l’ufficio del dazio, un casotto appiattato al fianco interno della porta; e scassinatane la postierla, tentarono impadronirsi dei registri, messi precedentemente in salvo dall’appaltatore. Quindi tra grida e bestemmie, dato fuoco alla povera mobilia, inzozzarono le pareti interne e il di fuori di materie immonde; la folla batteva le mani strepitava come diabolica corte. […]. Un disegno più infernale si impossessò della moltitudine, scossa e aizzata da mestatori desiderosi di pescare nel torbido, i nomi dei quali non erano ignoti. Si voleva ‘far giustizia’ con bruciare gli atti pubblici e strumenti di ogni specie e ragione conservati nell’archivio d’insinuazione e presso gli studi dei notai; in sostanza distruggere e cancellare ogni titolo legale di vendita, permute, prestiti ecc., attuando col fatto un vero comunismo“.

La mini rivoluzione riguardò anche il Seminario, allora nel cuore della città: “Fece senso di stupore e disgusto l’assalto che quelli sciagurati diedero al seminario, ove stavano per i loro studi una quarantina circa di chierici; per fortuna il poderoso portone resistette ai colpi dei picconi e delle zappe dei più arrabbiati demolitori, ma appariva tutto crivellato e brutto di lordure. I seminaristi, poveretti, ebbero una viva tremarella, in ispecie il rettore e i professori; e siccome la voce del fatto era corsa per tempissimo nei paesi vicini, verso le otto o le nove del mattino stesso si videro molti genitori e parenti arrivati a prendersi i loro figli”. E riguardò perfino il Vescovo, in particolare una sua “lontana parente, donna di età inoltrata, pia e di costumi illibatissimi, la quale accudiva a lavori e faccende femminili nell’episcopio”.

    Era di contro festeggiato il canonico Tommaso Niccolari, godendo fama di essere critico nei confronti della curia. Gli albenganesi se la videro brutta e tutti si iscrissero alla guardia civica e perfino ai ragazzetti fu distribuito lo schioppo al fine di perlustrare le strade cittadine.

    Anche a Genova, ambiente ben noto al Nostro, successe un pandemonio nel Quarantotto, con la cacciata dei Gesuiti, la chiusura della Congregazione del B° Leonardo e persecuzioni a molti amici e confratelli. Il clero genovese era “discorde, ma sino alle dimostranze del settembre 1847 non si manifestarono apertamente le nuove istanze di una parte di esso”. Nel frattempo era morto l’Arcivescovo Cardinal Tadini e la diocesi rimase vacante per un lustro. Risiedendo in Albenga da vari anni, né avendo reperito documenti in proposito, non siamo del tutto sicuri circa il pensiero di Mgr Raffaele su codesti avvenimenti. Al contrario del fratello Mgr Lorenzo tuttavia, il quale fu uno dei nove vescovi a rifiutare la firma per l’Inno all’immortale Pio IX, pare che Mgr Raffaele l’accettasse. Nel paragrafo successivo sugli Scolopi inoltre vedremo che elogia Antonio Rosmini.

    I Padri Scolopi – Se la mia impressione calza, il rapporto di Mgr Biale coi Padri Scolopi fu più intenso che con gli altri ordini presenti in diocesi. Essi conducevano il liceo e collegio in Oneglia, vissuto dal 1713 al 1857, sia pure con l’interruzione causata dagli avvenimenti rivoluzionari, mentre avevano perduto il conventino di Toirano vissuto dal 1717 al 1799 e l’istituto Oddi in Albenga, condotto dal 1722 al 1798. Le Scuole Pie di Oneglia inoltre ospitavano all’occorrenza il Vescovo, quando doveva spostarsi per le visite pastorali o per altri motivi. Un manipolo di lettere indirizzate dal Vescovo al Rettore del collegio e fortunatamente conservate ci consentono di osservare più da vicino questo legame con la comunità calasanziana. Intendiamoci, nulla di strepitoso: aspetti quotidiani, ricorrenti e perfino spiccioli. Dalle missive risulta che era solito concedere di assolvere il precetto pasquale nella chiesa del collegio, che si complimentava per la benedizione col Santissimo, che gradiva l’invito all’accademia di fine anno scolastico, consueta nella didattica calasanziana, e se non poteva di persona rimandava il vicario generale, che aveva nominato il Rettore revisore ecclesiastico per la stampa.

Qualche chierico diocesano svolgeva la mansione di prefetto nei collegi di Oneglia o di Carcare, per pagarsi gli studi: Mgr Biale s’informava sul progresso degli studi se filosofici e stabiliva il programma e teologici. Tale forma
mentis quanto mai prudente è ancora più avvertibile quando gli si propongono chierici scolopi candidati agli ordini sacri: non di rado esprime riserve, dubbi, perfino rinvii e la stessa graziosa ospitalità offerta in episcopio potrebbe anche avere lo scopo di formarsi un’idea de visu degli ordinandi. Una missiva sembra un consulto di diritto canonico circa l’ammissione all’ordine. Nel concedere poi la patente di confessore il Vescovo sembra restio: a suo dire la formazione scolopica era carente di una soda conoscenza in teologia morale, tanto da voler esaminare padri ormai maturi e già muniti di patenti, sia pure rilasciate da altri ordinarî diocesani. Ad evitare interpretazioni sinistre o non confacenti, gioverà rammentare la propensione del presule per la teologia morale, come si arguisce dagli accenni offerti in precedenza.

Nel marzo del 1848 Monsignore scrive: “Ho letto sui pubblici fogli la lettera dei Padri Scolopi delle Carcare, e da Savona mi veniva rimessa quella pubblicata da quei reverendi di quel collegio in ordine alle loro proteste contro il proprio Superiore. Non le posso spiegare la sorpresa che mi ha cagionato lo scorgere le firme di tanti religiosi in una lettera di quella portata. Quella dei Padri di cotesto collegio non è comparsa: forse non [con]divideranno quelli ardenti sensi di indignazione con i loro confratelli”.

I religiosi dei citati collegi infatti avevano protestato pubblicamente contro l’iniziativa del loro Provinciale, il solerte Padre Agostino Dasso. Egli durante i moti rivoluzionari a Genova, appreso che si stava per assalire la residenza dei Gesuiti aveva avvisato con un biglietto il Superiore della Compagnia di Gesù e per questo atto di doverosa carità e giustizia fu accusato come spia. Monsignore mostra di ignorare che anche i padri della comunità di Oneglia il 3 maggio 1848 avevano passato alle stampe una protesta alla congregazione provincializia dell’ordine, sostituitiva del padre provinciale, per ribadire la loro simpatia ai confratelli genovesi. Codesti interventi critici nei riguardi del Superiore francamente lasciano molto perplessi, a prescindere dalle plausibili buone intenzioni, ma può essere che uno dei motivi – alcuni sembrano destinati a restare oscuri – sia spiegabile col tentativo di evitare il cosiddetto male peggiore. Certo il Biale, indole precisissima che reputava proprio dovere sorvegliare e correggere – com’è giusto, del resto – la cosa procurò una mala impressione, parendogli una vera e propria offesa all’autorità del superiore e al voto dell’obbedienza. Non a caso, anni dopo, nel concedere un permesso non inviò al richiedente P. Natale Boyer, bensì al Rettore, volendo significare il rispetto della gerarchia e l’esclusione d’ogni pressappochismo.

    Quando per le note leggi eversive stava per essere ridotto ad uso profano il convento francescano di Santa Maria degli angeli di Alassio, chiese anche all’ordine scolopio se volesse installarvi una scuola.

    Nel 1853 si deliberò l’apertura di un regio istituto per i sordomuti diretto da un religioso del Calasanzio. Esso era stato finanziato dai comuni, dalla provincia, dal governo e si auspicava il concorso dei privati cittadini “acciocché il maggior numero possibile di sordomuti s’abbia dalla pubblica e privata pietà i mezzi onde accorrervi a ricevere con l’educazione una seconda vita”. Nel regno sardo di terraferma i sordomuti erano stimati ad oltre seimila. Il Vescovo inviava una circolare a tutti parroci per ragguagliarli del nuovo istituto diretto da P. Denegri, allievo di P. Ottavio Assarotti, fondatore dell’istituto per sordomuti di Genova. Si rallegrava per questo nuovo servizio “destinato a dar nuova vita religiosa, morale e civile a tanti disgraziati”. I parroci dovevano “far conoscere ai genitori e parenti di cotali infelici il grave obbligo che ad essi incombe dinanzi a Dio di procurare ai loro sordomuti quella educazione che nei passati secoli aveasi per impossibile, ma che in oggi, mercé degli sforzi di uomini (in ispecie del nostro ceto) investiti del genio della carità e della religione, si è resa attuabile e portata a certo grado di perfezione”.

Riporta poi un lacerto di una missiva del “rinomatissimoAbate Rosmini – ne era estimatore? – diretta al P. Denegri. “L‘esperienza ci scopre nel sordo-muto una condizione sì lacrimevole da muoverci orrore, cioè per una parte la capacità di atti morali, i quali, mancando il freno della religione, sotto il predominio dei sensi saranno molto più facilmente cattivi che buoni e torranno ai battezzati la grazia santificante; e per l’altra l’incapacità di rimediare a tale sventura per mancanza di fede attuale in quel Salvatore che solo può togliere da noi il peccato. E però se vi ha chi debba sentir compassione del sordomuto, fuori dubbio è il clero, il quale non può rimanersi indifferente nella misera condizione morale di tante migliaia di meschinelli e rifiutarsi di concorrere coll’opera e la parola ad effettuare il grande assunto dell’Assarotti“.

I religiosi scolopi furono cacciati dalla loro scuola di Oneglia nel 1857 dopo una persecuzione ossessiva durata vari anni, che lascia allibiti, tanto più per provenire perfino da alcuni membri del clero. Fra i padri avvicendatisi in Oneglia ricordo P. Stanislao Prato rettore nel triennio 1845-47: con lui Monsignore colloquiava volentieri. Le loro famiglie erano ragguardevoli in Celle (oggi sono estinte ambedue) e il canonico Raffaele avrà certo conosciuto sin dai primi anni il giovane Stanislao, tanto bravo e studioso.

Le Clarisse della SS.ma Annunziata – Su questa congregazione religiosa sarà opportuno soffermarci un poco, nche per essere sorta durante il pontificato di Mgr Biale e da lui autorizzata. Maria Francesca Ranixe (Porto Maurizio, 1796 – Diano Castello, 1875), mossa dal soprannaturale desiderio di aiutare bimbe e fanciulle, nel gennaio 1824 aveva aperto una scuola a Porto Maurizio. Quando poi l’antico monastero di Santa Chiara delle Clarisse, soppresso nel 1810 della legge napoleonica, stava per essere ridotto ad uso profano, la Ranixe si unì alle cinque monache superstiti e contribuì a riaprirlo, ma con la clausola dell’insegnamento

Crescendo il numero delle allieve ed avendo il governo emanato norme sull’istruzione femminile, il comune di Porto Maurizio propose alla Ranixe se fosse disposta a trasferire le scuole nell’immobile della SS.ma Annunziata, già convento francescano osservante. Il disegno fu ovviamente partecipato anche al Vescovo il quale pur approvandolo, prospettava una soluzione interlocutoria, suggerendo la chiamata di religiose consolidate, quale le figlie di N.S. dell’Orto fondate dal Gianelli o le figlie di N.S. di Misericordia fondate dalla Rossello, preferibili per essere liguri, ovvero le figlie della carità di San Vincenzo de Paoli o le suore di Santa Giovanna Antida Thouret. Non si trattava di antipatia, semplicemente Monsignore temeva insorgessero malumori all’interno delle monache clarisse (di clausura), perché la loro regola non prevede l’insegnamento. Sotto l’aspetto legale inoltre l’immobile era stato messo a disposizione del Vescovo per il seminario con un decreto governativo del 27 marzo 1829 e perciò egli poteva retrocederlo soltanto se vi si stabilisse una congregazione religiosa.

    Sciolse il nodo Madre Ranixe, supplicando il Pontefice perché autorizzasse la fondazione di un conservatorio nell’ex monastero della SS.ma Annunziata. Superati i vari intoppi da parte delle consorelle e di altro genere, la Sacra Congregazione dei vescovi e regolari autorizzava il conservatorio il 4 aprile 1851, grazie al triplice appoggio di Mgr Biale, del vincenziano Michele Calvi, del consiglio comunale e di altri. Finalmente l’Ordinario diocesano erigeva canonicamente la nuova comunità religiosa con decreto 14 gennaio 1853 e di lì a poco promulgava le loro costituzioni.

    In tal modo Porto Maurizio ebbe assicurata l’educazione femminile, grazie alla nuova famiglia religiosa, la cui scuola inaugurata con l’anno 1852-53 fu subito frequentata da oltre trecento fanciulle.Le religiose concessero i locali allo scoppio del colera nell’estate del 1854, dichiarandosi disponibili ad assistere i colpiti, come anche nel 1855. Il medesimo anno la legge soppressiva degli ordini religiosi non le colpì, poiché si dedicavano all’insegnamento.

    Dopo vari preparativi, nell’autunno 1858 il comune Porto Maurizio affidava alle Clarisse della SS.ma Annunziata la direzione dell’asilo infantile istituito in quel torno di tempo, ma insinuando che si fondessero con le monache di Santa Chiara, sotterfugio evidente per impadronirsi dei beni altrui. Non potendosi effettuare codesta fusione, grazie anche al parere del Vescovo, si affidava senz’altro l’asilo alle Clarisse della SS.ma Annunziata, fissando norme che Mgr Biale ritenne di non approvare, e giustamente, giacché ledevano le regole delle religiose, offrivano un onorario pressoché irrisorio, disancorato dal numero dei bambini e – lo si intuisce – esponevano le suore ai capricci della commissione per l’asilo. Non si esclude che fosse il pretesto bramato per non affidare alle suore l’asilo, le quali anzi furono ingiuriate dalla commissione e presentata in modo non veritiero la faccenda, tanto da suscitare una protesta ufficiale del consigliere avvocato Bartolomeo Ferrari.

    Nel 1860 gli amministratori del municipio tornarono alla carica per cacciare le Clarisse dal complesso della SS.ma Annunziata e non corrisposero più l’onorario di maestre comunali. Tutti i motivi avanzati dall’autorità civile furono dimostrati insussistenti e falsi dalle suore, ma essa non ebbero risposta alcuna. Continuarono tuttavia gratuitamente la scuola, grazie anche all’intervento del Vescovo in loro favore che evidentemente frenò le vessazioni, per qualche anno almeno. A livello legale l’immobile apparteneva alle suore ed esse vi avevano speso somme rilevanti per il restauro se non per la ricostruzione dell’edificio, oltre alle spese per far officiare la chiesa annessa a beneficio della popolazione.

Alla fine gli amministratori municipali di Porto Maurizio riuscirono a cacciare le monache ignorando tutte le voci contrarie in loro favore. L’istituto trovò una nuova sede a Diano Castello dove fu accolto col più sincero favore, assunse le scuole femminili e la conduzione dell’ospedale e vi fissò la casa madre.

Feste e prodigi – Un avvenimento memorabile, gemello – per dir così – nelle diocesi di Ventimiglia e di Albenga fu il prodigioso movimento degli occhi e il mutato colore del viso in due statue di Maria Vergine, ambedue modellate da Salvatore Revelli (1816-59), e venerate a Taggia e a Loano. Quella custodita nella parrocchiale dei SS. Filippo e Giacomo in Taggia (dono dell’artista nel 1851) il giorno 11 marzo 1855, mentre un gruppo di fedeli pregava, mosse gli occhi e tale evento si replicò più volte nei giorni seguenti, testimoni numerosissimi cittadini di ogni ordine e grado. Di più, i lineamenti si fecero più belli, tanto che lo scultore, chiamato da Roma, non la riconosceva più.

Mgr Lorenzo si fermò una settimana a Taggia, costituì una commissione e celebrò un accurato processo canonico al termine del quale dichiarò l’assoluta notorietà del fatto e l’assoluta onestà e sincerità dei centoventi testi escussi. Ragguagliata la Santa Sede, ne ebbe il plauso con un breve da Pio IX in persona. Il 1º giugno 1856 l’effigie mariana fu solennemente incoronata alla presenza del vescovo fratello Raffaele, di Mgr Alessandro Riccardi vescovo di Savona e Noli e di Mgr Filippo Gentile vescovo di Novara.

Nell’anno 1864 anche la statua dell’Immacolata nella chiesa di Sant’Agostino in Loano non solo abbassò gli occhi ed impallidì nel volto, ma pianse. Essa propriamente apparteneva ai Padri cappuccini ed era stata commissionata all’artista attorno al 1856. Con un triduo iniziato il 23 aprile 1857, la sacra effigie era stata inaugurata con memorabile solennità: alla santa Messa del 23 si erano alternati nella celebrazione, in pompa magna, il Vescovo diocesano Mgr Raffaele, il Vescovo di Savona Mgr Ottaviano Riccardi, il predicatore D. Elice di Loano e D. Gaetano Alimonda, futuro cardinale. “Il solenne triduo terminò con una grandiosa processione per le vie della cittadina, in mezzo ad una folla enorme convenuta anche dai paesi vicini, rallegrati dalle note gioiose della banda di Finalmarina; la popolazione manifestò la sua gioia illuminando le finestre delle case e con scoppi di mortaretti accompagnati persino, ad intervalli, dal rombo del cannone che sparava a salve dall’alto della torre del palazzo; la lunghissima processione era onorata dai due vescovi del triduo con tutti i loro accompagnatori, e in ultimo, ecco la Madonna, la splendida statua di Maria Immacolata, portata a turno dai confratelli dei due oratori cittadini, scortata dai reali carabinieri…”.

Privati i religiosi del loro convento per le leggi eversive Rattazzi del 1855, essi vi erano rimasti fino al 1864, quando il comune proprietario del complesso vi collocò le scuole. In tale frangente l’effigie era stata trasportata nell’ex chiesa agostiniana. Qui appunto il pomeriggio dell’8 marzo 1864 alcuni fanciulli videro la statua mariana muovere gli occhi e piangere, prodigio ripetuto più volte in sèguito. Dopo cinque giorni le autorità civili ordinarono la chiusura della chiesa, col rancido pretesto di possibili disordini. Il superiore cappuccino P. Stanislao allora, paventando che i nemici della religione rubassero o distruggessero la statua, la affidò al Dr Carlo Rubadi di Loano, nella cui cappellina privata rimase undici anni, continuando a manifestarsi in modo prodigioso. Quando poi i Cappuccini poterono tornare a Loano e ricostruire chiesa e convento (1873-74) la statua fu loro restituita il 21 marzo 1875 ed oggi risalta sopra l’altare maggiore.

Come il fratello, Mgr Raffaele aprì subito un processo canonico il 7 aprile 1864, presieduto dal vicario generale Anacleto Siboni; si raccolsero 34 testimonianze, ma poi restò sospeso. Il fatto lascia stupiti e perplessi sotto il profilo del diritto canonico e così è spiegato dal P. Lazzini sopra menzionato: “Gli avversari non solo fecero chiudere il tribunale vescovile dopo tre giorni d’attività, ma pensarono di istituire un contro-processo. Fecero venire da Finalborgo, sede giudiziaria zonale, un giudice perché questi indagasse sulla veridicità delle asserzioni giurate dei testimoni. Questi furono convocati e capziosamente interrogati circa il movente delle loro deposizioni, se non fossero stati per caso istigati o consigliati da qualche frate o altra pia persona, tutto con ipocrite blandizie, ma anche con minacce se avessero deposto il falso. ma tutti, sedegnati da quel modo di procedere e soprattutto offesi che non si credesse loro, negarono ogni maligna insinuazione del rappresentante dell’autorità civile. Vista la deludente riuscita, pensarono di rifarsi su una debole fanciulla di dodici anni, ma questa con coraggio sostenne sempre la verità della sua deposizione. Vistisi sconfitti nell’uso delle maniere delicate, quegli sventurati e vigliacchi pensarono di terrorizzarla, rinchiudendola in una stanza buia, come in prigione, finchè non avesse affermato il contrario, ma […] la coraggiosa fanciulla non indietreggiò…”.

Perché il processo canonico non fu riaperto? Poteva l’autorità civile sospenderlo? Il Vescovo volle evitare attriti, ma – viene da pensare – a scapito della verità e della giustizia? Di sicuro, a Taggia la faccenda si era dipanata in modo sereno. La cricca liberal-massonica – l’ipotesi appare del tutto verosimile – vedeva nel prodigio mariano uno schiaffo all’operato disonesto e ladronesco dello stato, in particolare nella recente legge Rattazzi per la quale era state disperse le comunità religiose. Era un’evidentissima prova altresì di quanto le decisioni governative non rappresentassero per nulla la stragrande maggioranza della gente. Sappiamo tutti che i votanti non raggiungevano neppure il due per cento dei cittadini! Stato democratico? Eh, via .

Il duplice prodigio di Taggia e di Loano postulerebbe molte cosiderazioni. Rammentiamo appena il dogma dell’Immacolata Concezione proclamato l’8 dicembre 1854; il prodigio di Taggia iniziato l’11 marzo 1855 (tre mesi e tre giorni dopo!); il prodigio di Lourdes il 25 marzo 1858 (tre anni da Taggia); Loano l’8 marzo 1864 (nove anni da Taggia). Aggiungo l’apparizione alla Salette avvenuta il 19 settembre 1846 (nove anni da Taggia) e la specularità delle date della Salette e di Loano: 1846 e 1864. Le simmetrie e le concordanze sono frutto del caso? Che cosa insegna la matematica statistica?

Con lieto fasto condiviso dai fedeli tutti, il 15 agosto 1863 Mgr Raffaele assistito dal fratello Mgr Lorenzo e da Mgr Ottaviano Riccardi vescovo di Savona e Noli coronò nella piazza antistante la cattedrale ingauna l’effigie della Madonna di Pontelungo, sempre cara al cuore dei fedeli, di ieri e di oggi. Ancora circondato da vari prelati liguri, nel 1868 festeggiava in Porto Maurizio la canonizzazione di S. Leonardo, proclamata in Roma da Pio IX il 29 giugno 1867.

Varia – L’episcopato del Nostro si dipana in decenni fondamentali per la storia dell’Italia contemporanea. Come da bimbo aveva sentito parlare della rivoluzione francese e veduto la caduta della Serenissima Repubblica e da ragazzo la tirannide napoleonica e da giovane gli anni della Restaurazione, i moti del 1821 e del 1831, così da pastore seguì le discussioni mazziniane e giobertiane, la guerra di Crimea, le tre guerre di indipendenza, la dichiarazione del Regno d’Italia, la convenzione di settembre 1864, la traslazione della capitale a Firenze, l’inqualificabile mercimonio di Nizza e della Savoia regalate alla Francia, pseudo alleata, pelosa ed interessata, la vile aggressione al superstite stato pontificio nel 1867, i così detti briganti massacrati nel mezzogiorno dai sedicenti liberatori piemontesi, la diffusione del socialismo, l’emigrazione degli italiani affamati e tutte le vicende anteriori e posteriori. Assistè anche a calamità, come il colera scoppiato nel 1854 che nella provincia di Oneglia mietè oltre mille vittime, quello del 1866, e vide le chiese ridotte ad ospedali. Ignoro se nel 1854 potesse recarsi nell’Urbe per assistere alla solenne definizione del dogma dell’Immacolata.

Nel torno di pochi anni la cultura perdeva le caratteristiche cristiane, perché inquinata da un mucchio di –ismi, positivismo, determinismo, evoluzionismo, materialismo col conseguente mutamento della società. Constatò il legittimo movimento nazionale trasformarsi in persecuzione alla Chiesa e ai suoi membri; vide il popolo sempre più oppresso e spuntare ideologie che pretendevano di parlare a loro nome. Dagli anni Sessanta vide la vacanza di quasi metà delle diocesi italiane, impedendo il governo l’ingresso dei vescovi processati, imprigionati, in esilio, morti di crepacuore. Subì le reiterate leggi eversive, da ultimo quella del 1866-67, perpetrata nel silenzio ufficiale – se non erro – della curia albenganese, come di molte altre curie diocesane. E vide insinuarsi una divisione ideologica nel clero, fomentata dal laicismo e dal liberalismo per disgregare dall’interno la Chiesa. Di certo, il liberalismo pecca quanto meno d’incoerenza, anzi “sfacciatamente mentisce a se stesso, quando pretende imporre il suo pensiero, quando annoia e castiga il prossimo collo inculcarlo e vendicarlo”.

Per contrastare il progetto che oltre ad eliminare il potere temporale del Pontefice, ardiva di distruggere l’autorità religiosa, la sua influenza sul popolo e riduceva al diritto privato la regolamentazione giuridica concernente la Chiesa si formarono due sostanziali tentativi: chi auspicava il ripristino di una ierocrazia della civiltà cristiana e chi perseguiva un avvicinamento, più o meno illusorio, fra la Chiesa e la modernità. “Molti cattolici italiani reagirono alla laicizzazione della vita pubblica, opponendosi alla politica anticlericale del nuovo stato da posizioni intransigenti nella fedeltà al Pontefice nella volontà di riproporre una presenza cristiana nella società, ma non più da un profilo legittimista”.

Mgr Biale apparteneva codesto filone, per quanto ci è dato sapere. È certo che moltissimo fecero le nuove congregazioni religiose e le unioni dei vescovi diocesani, costume per l’innanzi inaudito. La disunione dei vescovi era del resto considerata una delle cinque piaghe della Chiesa da Antonio Rosmini. Essi abbandonarono la consueta autonomia, talora l’isolamento, per riunirsi in assemblea di indole non conciliare. L’intervento collettivo inoltre, se di protesta nei confronti dei governi, era difficilmente perseguitabile rispetto all’intervento di un singolo ordinario. In questa luce, dopo il trambusto quarantottesco, si riunirono i vescovi della provincia ecclesiastica ligure al Santuario di N.S. della Misericordia in Savona “come luogo il più centrale… ed asilo il più avventurato” nei giorni 19-24 ottobre 1849. Mancava l’Arcivescovo di Genova, per essere vacante la sede a motivo delle inframmettenze dello stato. In diciasette tornate si discussero nove argomenti (disciplina del clero, curie ecclesiastiche, registri parrocchiali, beni ecclesiastici, insegnamento religioso, censura dei libri, concordati, argomenti vari) e al termine dell’assise inviarono una relazione alla Santa Sede. Appare evidente che “i riflessi sulla vita religiosa di questa assemblea si devono valutare diocesi per diocesi; indubbiamente l’impatto non fu immediato, anche perché degno di nota è il fatto che a tali riunioni in forma nuova e non contemplata dal diritto canonico, e quindi ancora sperimentali, che avviarono una prassi che si consolidò più tardi nelle conferenze episcopali, si evitò di dare pubblicità e un risvolto liturgico esteriore adeguato: riunioni dunque condotte con discrezione, quasi da passare inosservate”.

A ridosso dell’episcopato bialesco avvenne la chiamata dei Salesiani in Alassio su iniziativa del prevosto D. Francesco Della Valle. La città era rimasta pressoché priva d’istruzione maschile, una volta allontanati i PP. Domenicani dal collegio di S. Tomaso nel 1849. Dopo reiterati tentativi con alcuni ordini, D. Francesco si recò a Torino per invitare D. Bosco ad Alassio, ovviamente col beneplacito dell’Ordinario diocesano. Il fondatore, già celebre, giunse col treno a Savona il 28 novembre 1869, accompagnato dal segretario D. Michele Rua e tramite una carrozza proseguì per Albenga dove ossequiò il Vescovo, del quale rimase ospite. L’anno precedente il Presule aveva inviato alla S.Sede una lettera commendatizia per l’approvazione della società salesiana. Il 2 dicembre 1869 il comune alassino stipulò con D. Bosco una convenzione per affidargli le scuole elementari e ginnasiali ed il convitto. Agli edifici proposti dal Municipio D. Bosco preferì l’ex convento di S. Maria degli angeli, già seminario estivo al tempo del predecessore di Mgr Biale: lo acquistò il 20 settembre 1870 (!) e le scuole iniziarono nell’ottobre successivo. Mgr Raffaele ne gioì dal Cielo, come aveva gioito quando l’apertura era ormai ritenuta certa.

Il collegio alassino è il primo fondato fuori del Piemonte e fra i più prestigiosi della congregazione. Mgr Lorenzo Biale, grazie anche a questa fondazione, chiamò il direttore D. Francesco Cerruti e gli si raccomandò affinchè venisse anche nella diocesi intemelia. Così avvenne.

Gian Luigi Bruzzone

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