Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Albenga storica. L’Abate di S. Maria e di S. Martino all’Isola Gallinaria. Epitaffio inedito del vescovo Biale, docente di teologia morale e missionario rurale, nel camposanto di Firenze


L’isola di Gallinaria. In quest’isola, la più estesa della Liguria, fra Albenga ed Alassio, distante un miglio dalla costa, già menzionata dagli eruditi romani Gaio Terenzio Varrone e Lucio Moderato Columella, visse come eremita S. Martino. Per questo sorse in Albenga una tradizione ascetica – quasi certamente di tipo cenobitico e non eremitico – e si fondò un monastero.

di Gian Luigi Bruzzone

Passato alla regola benedettina, i monaci si trasferirono anche a S. Calocero in terraferma e il monaco Benedetto divenne vescovo di Albenga e Santo. Assurto a notevole fama e potenza, il monastero ricevette parecchie donazioni formandosi un considerevole patrimonio. All’inizio del Trecento tuttavia le guerre infestanti la Liguria, il diminuito numero dei religiosi, l’ingordigia dei privati e del comune albenganese sui beni abbaziali, e varie altre vicissitudini, addirittura la cacciata dei monaci da parte dei ghibellini nel maggio 1322, ridusse il millenario cenobio in uno stato pietoso. Con l’anno 1473 fu dato in commenda.

Tralasciando il catalogo degli abati commendatarii avvicendatisi nel corso dei secoli, segnalo soltanto che la commenda soppressa dalle leggi giacobine nel 1797-98, fu ristabilita da Pio VII nel 1826 e conferita al Cardinal Agostino Rivarola, ultimo abate commendatario. Poco dopo la morte di lui avvenuta alla fine del 1842, Gregorio XVI nel 1845 assegnava al Vescovo di Albenga Mgr Biale il possesso dei superstiti beni abbaziali. Di fatto nei documenti ufficiali al nome di Mgr Biale segue il titolo di “Abate commendatario di S. Maria e di S. Martino all’Isola Gallinaria“.

Allorchè si ventilarono voci sul progetto eversivo del Regno sardo, caduto in mani anti-liberali e massoniche, per impadronirsi del patrimonio immobiliare della Chiesa, Mgr Biale ritenne opportuno alienare l’isola – che d’altra parte non dava reddito – e chiesta ed ottenuta l’approvazione della S. Sede, il 3 aprile 1866 la cedeva a Leonardo Gastaldi, banchiere di Porto Maurizio, “pel corrispettivo di annue 75 lire di rendita italiana. Il governo ne contrastò l’atto e credo la questione siasi sciolta con obbligare il nuovo proprietario a corrispondere invece l’annua rendita di cento lire del debito pubblico”. A tutt’oggi l’isola è di proprietà privata.

Forse grazie a questo esiguo reddito, Monsignore effettuò alcuni lavori nell’episcopio, piuttosto modesto invero e privo di qualsivoglia comodità (secondo i parametri odierni), facendo costruire fra l’altro il pavimento del salone oggi chiamato degli arazzi, alla maniera veneziana e con l’inserimento del proprio nome al centro.

Il Concilio Vaticano primo – Preannunciato ai cinquecento prelati radunati in Roma per i 1800 anni dal martirio dei Santi Pietro e Paolo (26 giugno 1867), Pio IX nell’estate del 1869 indiceva la celebrazione di un concilio ecumenico da aprirsi l’8 dicembre 1869. Di fronte a tanto evento Mgr Biale ne partecipava i fedeli diocesani. “Gli empi ne fremono di rabbia; i politici mondani lo guardano con diffidenza; i nostri fratelli separati si svegliano dal sonno di secoli. Ma i buoni cattolici ne sono commossi di gioia e di meraviglia e senza dissimularsi le difficoltà del tempo, aprono il cuore alle più belle speranze sui risultati segnalatissimi che avrà quest’avvenimento per l’avvenire della Chiesa e della società”.

Per i fedeli il pastore sollecitava un triplice “spirito di venerazione, di docilità, di preghiera, che v’impongono il sacro dovere di apprezzare come si conviene il grande avvenimento che si prepara; di disporvi sin d’ora ad ubbidire agli infallibili decreti di quella venerabile assemblea; di coadiuvare collo spirito di penitenza e di preghiera l’opera del concilio medesimo”. Nella città eterna sarebbero affluiti da tutto l’ecumene i padri conciliari per deliberare sul programma: “La gloria di Dio, l’integrità della fede, il decoro del divin culto, l’eterna salute delle anime, la disciplina del clero, l’osservanza delle leggi ecclesiastiche, la cristiana educazione della gioventù, la comune pace e concordia di tutti“, per adoperare le parole del Sommo Pontefice.

    Evento straordinario, come straordinario era il frangente storico. “Quanti nuovi bisogni sorsero in seno ai popoli credenti! Quanto sono variate le relazioni e le attinenze della Chiesa col mondo! A quale condizione l’hanno ridotta le prepotenze e le rivoluzioni che si succedettero in Europa! Quanti errori nuovi, profondi, radicali, attaccano le basi stesse di ogni religione, nonché del cattolicesimo! Qual nuovo spirito di vertigine antireligiosa ha penetrato le ime viscere e l’organismo stesso della società! Il Sommo Pontefice fu colpito di profondo dolore allo spettacolo di tanti mali e non pago d’aver condannato ripetutamente i nuovi errori, d’aver provveduto sapientemente agli urgenti bisogni del popolo cristiano con solenne esercizio di sua suprema autorità, vide giunto il momento di chiamare intorno a sé tutta la Chiesa docente presentare al mondo lo spettacolo non più visto da tre secoli di un ecumenico concilio“. I fedeli ammodo avrebbero accolto le auguste decisioni con docile obbedienza non soltanto per umana ragionevolezza, ma sopra tutto per l’evangelica dottrina dell’infallibilità e dell’autorità della Chiesa, tanto vituperata da protestanti e dai razionalisti di turno.

Con la preghiera e le virtù la Chiesa discente era chiamata ad unire gli sforzi con la Chiesa docente, e mentre si constatava un meraviglioso spirito di attaccamento alla fede apostolica, si coglieva contestualmente un livore satanico nel mondo.

Mgr Biale partì alla volta di Roma probabilmente insieme col fratello Vescovo di Ventimiglia e col Vescovo di Savona, accompagnati dai rispettivi segretarii (per Mgr Raffaele era D. Filippo Allegro, laureato in teologia a Torino e futuro successore di lui sulla cattedra ingauna), servendosi della carrozza fino a Savona e da Savona del treno. Partecipò alla solenne apertura dell’assise conciliare composta da 641 prelati e fu presente alla prima ed alla seconda sessione iniziata il 6 gennaio 1870 nella quale si distribuirono moduli preparatorii e dal 22 marzo al 6 aprile si discusse la costituzione De fide catholica, il cui schema era stato comunicato il 10 dicembre.

A questo punto Monsignore lasciò Roma per recarsi ad Albenga: non partecipò per tanto né alla terza sessione, del 22 aprile, né alla quarta del 18 luglio, nella quale si approvò la costituzione De Ecclesia Christi con la definizione dell’infallibilità pontificia. Piuttosto anziano e malandato in salute, egli intendeva celebrare nella sua cattedrale i riti della settimana santa. Non si esclude che alla partenza abbia influito il desiderio di non votare il documento sull’infallibilità. Invero la sua idea era notoria, poiché nelle bozze preparatorie del documento, egli si era espresso in modo negativo, non aveva cioè sottoscritto il postulato pro definitione infallibilitatis: il Biale fu uno degli otto vescovi italiani di questo parere. Si precisa che non erano contrari all’infallibilità in sé, bensì ritenevano che accentuare l’assolutismo della Chiesa apparisse una sfida inopportuna al mondo contemporaneo e alle istituzioni (pseudo) liberali. Gli anti-infallibilisti prima o dopo proclamarono l’adesione al dogma nelle rispettive diocesi, non Mgr Biale, morto nel frattempo.

Mgr Raffaele raggiunse il mondo dei più il 12 aprile 1870, mentre si trovava a Firenze. Il suo cadavere fu inumato nel cimitero dell’Antella, presso Firenze, nell’ampia cappella di S. Giuseppe, fondata da D. Giuseppe Scappini (1805-94) pievano dell’Antella e fondatore del camposanto medesimo. La lapide marmorea, in senso longitudinale, è corredata da un prolisso epitafio latino, di cui offro il testo, fin’ora inedito. Da essa si ricava che la scelta del camposanto dell’Antella sia attribuibile al fratello Mgr Lorenzo.

HEIC PRID.ID.APR.AN.MDCCCLXX

MEDIO IN CURSU MORS INTERCEPIT

RAPHAELEM BIALE

AN.N.LXXXIII.M.VII.D.III

DOMO GENUA

EPISCOPUM ALBII INGAUNII IN ORA LIGUSTICA

DIOECESIM E CONCILIO VATICANO REPETENTEM

XXX ANNOS CONCREDITUM GREGEM VOCE EXEMPLO

SANCTISQUE INSTITUTIS EXCOLUIT

CLERUM DOCTRINIS INBUIT S.ALPHONSI DE LIGORIO

EIQUE NOVAS AEDES UBI A TENERIS AD SACERDOTII

FORMAM FINGERETUR RECLUSIT

SAPIENTIA AEQUITATE CONSTANTIA

TRISTISSIMIS TEMPORIBUS

PRAESIDIO RELIGIONI FUIT

DOMUS DEI NITORI CONSULUIT

PAUPERES PERPETUO IUVIT

MORIENS HAEREDES SCRIPSIT

LAURENTIUS EPISCOPUS ALBII INTEMELII

FRATRI UNANIMI MOERENS P.

Mgr Biale intimo – Il Nostro aveva abbracciato lo stato ecclesiastico per libera scelta, stornando anzi una professione già intrapresa. Docente di teologia morale, canonico nel capoluogo ligure, ma missionario rurale, così da avere una conoscenza del tessuto sociale più completa, per quanto abbiamo arguito, fu uomo di fede: credeva che Dio si manifestasse attraverso gli avvenimenti quotidiani che gli elargisse la Grazia necessaria per compiere con l’apporto dell’impegno personale quanto è nostro dovere, forse senza attendersi illuminazioni straordinarie. Riconosceva che tutto concorre ad un armonioso insieme. Prudente e vigilante non lasciava arrugginire le doti concessegli dalla Provvidenza, né si tirava indietro per pigrizia.

Che Monsignore tendesse alquanto al severo, mi pare indubbio. Ma prima di emettere un doveroso giudizio – il vescovo oltre che padre è anche giudice – s’informava, soppesava ogni ragione e non si muoveva per un preconcetto. Se si sbagliava? Chiedeva scusa! Così avvenne con M. Leonarda Ranixe, fondatrice delle Clarisse della Santissima Annunziata. Un partito di suore a lei avverse, tramite alcuni sacerdoti creduloni “seppero tanto bene e così colorire le cose” che Mgr Biale prestò loro fede e impose a M. Leonarda di dimettersi dalla carica di superiora. Smascherate poi le calunnie, il Vescovo si ricredette e visitato il conservatorio confessò di essere stato ingannato e “chiese scusa da averla fatta troppo soffrire”, reintegrandola nell’ufficio.

Chi lo conobbe da vicino e ne fu collaboratore fedele, ne evidenziò fra l’altro questi caratteri dell’indole: “Franco egualmente con chi era al di sopra come al di sotto di lui, non adulava nessuno, come non voleva da nessuno essere adulato. Rendeva a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò ch’è di Dio: non esagerazione, non fanatismo nella sua condotta: ma chi lo vide mai transigere col dovere e colla coscienza? Io l’udii in un’occasione solenne e pericolosa pronunciare queste nobili parole: Seguo la mia coscienza, non temo, non spero nulla da nessuno… Formavasì, ragionando e pregando, anche nelle gestioni più complicate e nei momenti più difficili, la coscienza sicura delle sue azioni e poi avanti coraggiosamente senza atterrirsi delle difficoltà, senza curare i giudizi degli uomini. Ed era insieme d’una semplicità, che nulla sapeva dissimulare e che s’attirava prima la stima e poi l’amore di tutti. Quanti apprestandosi a quella maestosa e seria presenza, rimanevano un tratto colpiti, timidi e incerti, pareva trovassero a stento le parole: ma poi, a mano a mano animati, confidenti e lieti nel suo conversare, se ne partivano innamorati di tanta rettitudine, bontà e semplicità dell’uomo giusto”.

Merita riporto il ricordo di un patriota che lo aveva conosciuto da ragazzo: teste non sospetto, essendo massone ed accanito anticlericale. Scrisse tuttavia di lui: “Uomo pio e virtuoso, per natura, indole e costume era alieno dall’ingerirsi in faccende spettanti al potere civile, tutto consacrato al bene della diocesi, affidata alle sue cure. Amante del vivere semplice, d’animo più gentile che vigoroso, non accoglieva piaggerie per sé, non le vedeva di buon occhio per altrui e sotto le apparenze di atti maniere, che di primo tratto potevano sembrare burbere e severe, nascondeva un cuore d’oro, capace di esaltarsi un fatto nobile e gentile, alle miserie del popolo, alle malvagità dell’oppressore. Anche la sua parola, sulle prime grave e quasi rude, parea toglierti ogni confidenza; ma via via che si prolungava il conversare, non tardarvi a indovinare la onesta bonarietà dell’animo e quel suo fare spicciativo e schietto ti lasciava confidente e pago. Della persona proporzionato ed alto, rilevate le linee del volto, bocca grossa e un bel naso, occhio dolce e sereno, ampia la fronte, appariva in lui una gravità maestosa che induceva rispetto”.

    E rammentando il periodo scolastico: “Più di una volta a me giovinetto (e, allora, alunno esterno del Seminario), cui lo star nella pelle costava tanta fatica, nelle visite che soleva fare alle scuole, prodigava parole di encomio ora per gli studî prediletti, ora per esercizi di declamazione, nei quali il professore credeva scorgere in me speciali attitudini. E quando più tardi, nell’età balda e ardente, scombiccheratore di giornali, mi occorse incontrare il vecchio e venerando prelato, sempre a me benevolo e gentile, alludendo con garbo ai miei ferventi entusiasmi, mi ricordava a mezza voce:

  • Rispetto alla religione, sapete…, raccomando…
  • Oh sì, Monsignore; il mio è amore di patria e libertà…, il più santo degli amori…
  • Bene, bene! e sorrideva”.

    A titolo di curiosità si segnala la stretta vicinanza col numeroso parentado, in particolare col fratello Vescovo di Ventimiglia, col fratello Luigi, col cugino Michele Colla, canonico di N. S. delle Vigne. Questi ultimi gli curavano gli affari sia concernenti il patrimonio familiare, sia talora della diocesi. S’è alluso come nell’episcopio avesse chiamato la sorella Marianna per accudirlo e non di rado ospitava per qualche tempo suo fratello o altri parenti. I restauri effettuati dal Biale nell’antico – quanto scomodo e melanconico palazzo vescovile – hanno lasciato una vistosa testimonianza dell’arma familiare effigiata nel pavimento alla veneziana del salone, oggi adibito a spazio museale.

Conclusione – Come la sua generazione, Mgr Raffaele Biale vide o sentì narrare la caduta della Serenissima Repubblica, le traversie degli anni giacobini e dell’impero napoleonico, la crudeltà di un Buonaparte che assale e distrugge e la fortezza di un Pio che soffre, protegge, edifica. E poi la restaurazione, il romanticismo e i suoi addentellati con la politica, i dibattiti più o meno scoperti sui problemi e sull’avvenire italiano, l’allargarsi delle sette carbonara e massonica, i moti rivoluzionari, la predicazione di un Mazzini e di un Gioberti e di altri infervorati più o meno sinceri, l’incipiente sentimento di autonomia e di indipendenza nazionale, presto divenuto sedicente liberale, ossia laicista.

Dopo il ’46 l’ideale di nazionalità, l’auspicio di regimi costituzionali erano divenuti pressoché ovvii, mentre si concretizzava la partecipazione civile alla politica. L’ampolloso ma seducente verbo giobertiano diventava furioso attacco contro i Gesuiti rei di ogni male possibile. Appariva il vero scopo – ne era consapevole il Gioberti? Ovvero utile idiota di forze occulte? – di distruggere la Chiesa, iniziando da una parte di essa, col solito ostentato pretesto di desiderare il bene di lei.

La campagna, così ben orchestrata, colpiva la Congregazione del Beato Leonardo altresì, cui faceva parte il Nostro, ma pare che egli tacesse, quanto meno in pubblico. Come tutti i liguri accorti peraltro il Biale aveva compreso il fine dell’andamento così detto liberale del governo piemontese dopo il ’48. Già negli anni ’30-40 dell’Ottocento del resto, in alcuni strati del tessuto sociale, pochi per numero, ma capaci di condizionare per trovarsi in posti chiave del governo e del potere, la Chiesa era giudicata con acrimonia, ora per influsso giansenista, ora per la sempre più pervasiva secolarizzazione – vale a dire il distacco della fede dalla storia – , ora per altri fenomeni tipo l’antigesuitismo. Dopo il ’48 per una consonanza di molteplici fattori, in apparenza anche discordanti fra di loro, l’esigua minoranza sopra allusa, tiranneggiò la società tutta tramite un’ ideologia divenuta categoria assoluta, ossia una ‘religione politica’.

Il moto risorgimentale era sbocciato bene – per così dire – condiviso da tutti gli strati della società, clero compreso. Del resto gli abitanti dei vari stati della penisola si sentivano italiani appunto per essere cattolici, oltre che per la lingua, peraltro parlata da un’esigua percentuale. Quando si intuì quanto rilevante fosse il favore della Chiesa per il movimento nazionale e per conseguenza il peso che avrebbe rivestito nella futura compagine statale, unitaria o confederale, si ebbe un’incredibile azione orchestrata da più parti, ma riconducibili ad un unico concetto, per indebolirla, per imprigionarla nella sfera privata, per farla ritenere inattendibile, per distruggerla in una parola, se fosse possibile. Assumendo la strategia dell’illuminismo, si vomitarono deformazioni e calunnie e si adoperò l’armamentario terminologico di progresso, moderno, superato, libertà, scienza, ragione, demodè, oscurantismo, inadeguato, retrivo, reazionario e via sproloquiando.

All’occhio attento e all’intelletto studioso del nostro pastore non sfuggì il gonfiarsi di codesta ideologia, imposta al popolo non di rado con la forza anche fisica, con la violenza e l’inevitabilile, anzi voluta ad arte, frattura fra la Chiesa e lo stato. Spogliata nel torno di pochi decenni di prerogative, di privilegi (più o meno effettivi) ed anche del patrimonio, la Chiesa proseguì nella sua missione più profonda, quella spirituale. Non a caso Mgr Biale puntò sulla più accurata formazione del clero, sulla vita interiore, sull’esemplarità degli ordini religiosi, sulle strutture educative.

Gian Luigi Bruzzone


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