Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Loano corsa verso palazzo Doria. Osservazioni di un vecchio brontolone per deformazione professionale. Una vita al servizio della giustizia

Loano vota per il Sindaco, COVID permettendo. Nella vita amministrativa è un fatto di primo rilievo. Eppure non percepisco, oltre la cerchia dei candidati e degli addetti ai lavori, entusiasmo o vivo interesse. Il cittadino normale non si appassiona, rimane distante. Non è una novità. Alla scorsa consultazione partecipò meno del 60 per cento degli aventi diritto. Negli anni 60-70 si andava ben oltre il 90 per cento. Una involuzione democratica sulla quale occorrerebbe riflettere.

di Filippo Maffeo

L’autore dell’articolo, Filippo Maffeo, magistrato in pensione, ha esordito da giovane sostituto procuratore della repubblica a Genova, quindi a Savona, Imperia e in Toscana. E’ stato pretore capo ad Albenga e giudice del Tribunale di Savona. Da studente universitario, alle comunali del 26 -27 novembre 1972, fu eletto come indipendente nella lista Dc. Il motto elettorale del gruppo era: Un voto per il progresso della tua città. Tra i candidati l’allora sindaco uscente Mario Rembado, il prof. Gino Borghese direttore didattico , il geom. Nicola Campisi, il dr. Felice Bosisio, Bruno Berton, il dr. Flavio Casto, il rag. Manfredi de Francesco, il dr. Arturo Germano, l’ins. Eliodoro Garassini, Giorgio Leonardi Vugi , l’ing. Nicolò Elena, Ebe Pasquale, l’ins. Andreino Viglino, Fernando Richero, Mario Panozzo presidente dell’Associazione Albergatori (117 associati, oggi una ventina), Luisella Rosso, Giacomo Ravera, il bancario Giuseppe Ice Tassara, Nicola Vaccarezza (papà di Angelo), Pietro Rocca, Angelo Rubado, Attilio Ottonello, il cav. uff. Pietro Goso, mister preferenze, il popolare Mario Fraguglia (Mariet de Milan), Vincenzo Arena, Edoardo Ambrogio (presidente dell’ospedale A. Ramella), il rag. Andreino Franchelli. l’ins. Giuseppe Guzzetti. Le liste presentate erano 7: oltre alla Dc, il Pci, Psdi, Pri, MSi, Pli e Psi

Non conosco i contendenti. Ho vissuto per circa 46 anni in Loano e non li mai incontrati, neppure per caso, in pubblico o in privato. Da 16 vivo e voto in un altro Comune. Penso di essere  nelle condizioni migliori per curiosare e per valutare in modo sereno, con l’ottica distaccata del normale cittadino, il quadro “politico” loanese, nel tentativo di intravvedere il futuro.

Fare il Sindaco non è facile, anzi è più difficile -e pericoloso- di quanto si creda Molto più semplice è “stramaledir le donne il tempo ed il governo” seduto in compagnia al bar o, solo, alla tastiera. Amministrare gli interessi ed i beni comuni richiede competenza, dedizione e passione. Non sempre è facile trovare soluzioni che siano accettate da tutti o almeno dalla maggioranza. Per amministrare è indispensabile uno stimolo dettato non dall’ambizione ma dallo spirito di servizio e di missione. Tutti i politici dicono di avere questa motivazione profonda. Poniamo e concediamo loro almeno il beneficio del dubbio, in attesa dei risultati. A priori esiste, peraltro, un criterio, alquanto oggettivo per verificare se e quanto amino e conoscano il territorio che aspirano ad amministrare e, quindi, se davvero il loro impegno è disinteressato. E’ la conoscenza del territorio e della sua storia. Gli aspiranti, prima della validazione della candidatura, andrebbero sottoposti ad un esame preliminare da parte di una commissione pubblica. Dovrebbero dimostrare di conoscere adeguatamente la storia patria, fatto che proverebbe almeno un interesse specifico per i luoghi e la Comunità nella sua evoluzione temporale; interessamento che costituisce il primo passo per l’amore patrio.

Generoso pensiero fu sempre quello di raccogliere e di tramandare ai posteri le memorie ed i fasti de’ propri maggiori, e far conoscere ai tardi nepoti le glorie e le storiche vicissitudini del suolo natio. Col ricordo di queste notizie noi ci trasportiamo colla mente a conversare come di presenza con quei nostri antenati, che vissero nelle nostre medesime mura, che respirarono le stesse auree di vita, che coltivarono questi campi, che calcarono queste vie, che ebbero comuni con noi queste case, questi terreni, questi templi del Signore, e frattanto col nostro pensiero assistiamo ai loro commerci, vediamo i loro lavori, partecipiamo alle loro amarezze, e ci associamo alle gloriose lor gesta. Per quanto siano umili i nostri casolari, per quanto siano di poca importanza le memorie degli avi nostri, per quanto la Patria abbia ristretta la sua fama politica, storica, letteraria, sempre desterà in noi e ne’ figli l’affetto più caldo, la consolazione più soave il conoscerne le notizie, il parlarne sovente, il rinnovarne la dolce ricordanza”.

Con queste frasi, eleganti per prosa e dense di significato, si apre il proemio che Padre Enrico, carmelitano,  (al secolo Michelangelo Schiappacasse, nato a Sanremo il 5.12. 1858 e morto a Genova il 16 ottobre 1891, sepolto nelle tombe proprie dei Padri Carmelitani nel camposanto loanese) antepose alla sua monumentale opera intitolata “Cenni storici e memorie della città di Loano”, impresso in Genova nel 1879 per i caratteri della Tipografia della gioventù. A Padre Enrico, che per lunghi anni visse a Loano nel Convento del Carmelo, è dedicata una strada, quella che in basso costeggia il muro del terrapieno del piazzale del Carmelo. Solo se conosci il passato puoi dirti cittadino, fino in fondo, di quei luoghi e della comunità che su quei luoghi, nel tempo, ha sofferto, lavorato e prodotto.

Se vuoi amministrare una città devi conoscerne ed amarne il passato. Conoscere per deliberare, conoscere per amministrare. Soltanto in questo modo puoi sentirti davvero cittadino e primo cittadino. Soltanto cosi, riconoscendo lo sforzo ed i sacrifici dei Padri, ne conservi il patrimonio e, prima di introdurre modifiche e novità, senti la necessità di riflettere a lungo e con attenzione, evitando l’improvvisazione, il pressapochismo e probabili pasticci. La storia di un luogo equivale al manuale di uso e manutenzione di un apparecchio. Solo se l’hai letto e metabolizzato puoi utilizzare il dispositivo, o la macchina, al meglio, senza causare guasti od incorrere i inconvenienti.

Loano, nel suo piccolo, ha un passato, remoto in particolare, di rilievo.

Un passato di continui progressi, che si fermano negli anni 80. Dopo soltanto ordinaria amministrazione e completamento di quanto ideato e programmato prima; gli amministratori post 80, hanno, per così dire, vissuto di rendita, talvolta disperdendo parte del patrimonio ricevuto in eredità. Proviamo a guardare da vicino i contendenti di oggi e cerchiamo di enucleare quel che il futuro ci riserva, curiosando, magari con un po’ di malizia, tra le righe dei programmi. I Candidati sono, entrambi, amministratori locali di lungo corso, anche se non hanno mai indossato, come titolari, la fascia tricolore del Sindaco.

Luca Lettieri sorridente sottoscrive l’accettazione della candidatura

Uno, Luca Lettieri -vice Sindaco estromesso recentemente, per reconditi motivi, dal Sindaco Pignocca– mette in evidenza la propria esperienza amministrativa. All’età di 47 anni vanta ben 24 anni di esperienza come amministratore comunale. Leggo che ha cominciato militando nel M.S.I, per passare in Alleanza Nazionale, poi nel PDL ed ora nella Lega. Nel suo curriculum non si trova traccia alcuna di risultati amministrativi o politici concreti. Un laborioso, lungo mestiere e nessuna indicazione di provvedimenti elaborati, di punti programmatici realizzati o di obbiettivi pratici raggiunti. Oggettivamente, quindi, un amministratore locale di lungo corso e di lungo percorso tra partiti vari, a produzione ignota. Lui non parla dei propri “successi” negli interventi pubblici che la stampa riporta. Forse è una pudica forma di riservatezza. Chi sa parli.

Piccini all’insegna del sorriso

L’ altro candidato Sindaco, Giacomo Piccinini, non fa riferimento alla trascorsa militanza politica ( dalla DC a FI e all’UDEUR, se non erro) che forse giudica, ora, poco significativa e non degna di menzione.,  Testualmente afferma: “Per me, e per tutti i componenti di questa Lista Civica, è centrale riportare Loano ai livelli qualitativi conosciuti in passato, sia attraverso una sua costante, puntuale ed attenta manutenzione, sia con disegni ambiziosi, di ampio respiro, che la proiettino nel futuro, costruendo fin d’ora anche la prosperità di domani.” Ci informa che la sua è “una sfida che non mi spaventa perché, per indole e per professione, è mia abitudine dare il meglio delle mie capacità, mettendo a disposizione la preparazione, l’esperienza e la progettualità necessarie, sempre nell’interesse di chi mi affida un compito. E così, anche per amministrare Loano, utilizzerò la stessa sensibilità attenzione e disponibilità per ascoltare le esigenze dei cittadini. Gli amici con cui abbiamo dato vita alla Lista Civica abbracciano con la mia stessa energia la voglia di una Nuova Grande Loano. Gli amici con cui abbiamo dato vita alla Lista Civica abbracciano con la mia stessa energia la voglia di una Nuova Grande Loano.”. Conclude sostenendo che per amministrare non è necessaria l’appartenenza ad un partito. Non sarà necessaria questa appartenenza, ma aiuta e condiziona il politico e, soprattutto, garantisce l’elettore, che in futuro non potrà rivalersi sul gruppo politico che ha espresso un candidato rivelatosi, alla prova dei fatti, inadeguato.

Anche Piccinini ci offre la comoda e rapida conoscenza, in rete, di quel che intende fare e, nelle dichiarazioni pubbliche, richiama i successi, (di chi?) del passato (quale passato? Quello del secolo scorso o quello post 2000?) In uno spot elettorale, simbolico e muto, mette in evidenza ed in collegamento il Palazzo Doria, la Torre pentagonale, la nuova “sistemazione” della Piazza della Parrocchia ed il Porto (nel quale evidenzia, chissà perché, una forma geometrica molto vicina al triangolo). Evoca disegni ambiziosi senza enunciarne, però, neppure uno, sia pure a titolo d’esempio.

Piccinini che, come si diceva ha un lungo trascorso politico, scrive, senza riferimenti concreti, di grandi risultati del passato, ma non se ne attribuisce neppure uno, nemmeno in concorso con altri. Anche in questo caso un silenzio frutto di modestia o pudore? O non vuole urtare la sensibilità di nuovi potenziali elettori? Chi sa parli. Nessuno dei due ci parla di appartenenze associative o di legami con enti, strutture, organizzazioni private. In particolare nessuno dei due ci dice se è iscritto o meno alla Massoneria, come qualcuno ipotizza.

Forse è soltanto pudore. Forse alcune cose è meglio farle e non dirle. Altrove, in Europa, non avviene. L’appartenenza alla Massoneria non è segreta e neppure riservata. Se, in ipotesi, fossero Massoni, uno o entrambi, (obbedienza di Piazza del Gesù o obbedienza di Palazzo Giustiniani che sia) i vincoli di fratellanza potrebbero incidere sulla loro gestione quotidiana della cosa pubblica? Immaginiamo di no, ma la moglie di Cesare deve stare lontana anche dal semplice sospetto di condotte condizionate o non totalmente libere o etero pilotate. Il cittadino loanese non massone deve, quindi, sapere. L’appartenenza alla Massoneria (non segreta, nell’accezione della legge Anselmi) non è vietata dalla legge, è vero. Non è, peraltro, proibita, sempre dalla legge, la dichiarazione pubblica di appartenenza; dichiarazione che, sotto il profilo della trasparenza democratica, appare assolutamente necessaria, per un pubblico amministratore.

Entrambi i candidati, si diceva, hanno messo a disposizione di tutti, attraverso la rete internet, il proprio programma, formalmente analitico ed esteso a quasi tutti i settori della vita amministrativa locale. Approfittiamone e tuffiamoci nella lettura. Prima di spingerci ai dettagli possiamo fare alcune considerazioni generali.

Riscontriamo che, a fronte di una elencazione di progetti talvolta minuziosa, manca una chiara indicazione delle priorità e, soprattutto, delle modalità e dei tempi di realizzazione degli impegni. Per la genericità diffusa i due programmi sembrano, globalmente, più un elenco di intenzioni che la prospettazione di interventi concreti e prossimi. Aleggia una diffusa nebulosità. Non sono programmati, neppure in via generale, iniziative radicali e-o rivoluzionarie, in grado di marcare la nuova sindacatura. Nessuna rivoluzione, nessuna innovazione, escluso quel che si dirà -e si teme- in tema di illuminazione pubblica. Entrambi sembrano schiacciati sull’esistente, al di là della enunciata volontà di cambiamento.

Sono programmi già letti in passato. In entrambi, nei vari settori, il verbo ricorrente, usato dai candidati, è “migliorare”; ma nessuno dei due ci dice come. Si può inferire che i due contendenti seguiranno, in buona misura, la gestione dei precedenti amministratori, con l’intenzione, però, di apportare miglioramenti. Non pare, pertanto, azzardato affermare  che, per entrambi, sarà una gestione day by day, giorno per giorno, attenta al quotidiano ed alle occasioni che nel tempo sarà possibile cogliere; quando sarà, se sarà.

Nella situazione data non è necessariamente il male peggiore. Il cittadino normale, non frastornato ed intontito dalle promesse, non terrà il giudizio sospeso nell’attesa degli annunciati obbiettivi roboanti e di gran momento, degli orizzonti luminosi e progressivi, mostrandosi tollerante per possibili defaillances nella gestione dell’ordinario. No; seguirà giorno per giorno, senza attese messianiche, l’evoluzione degli avvenimenti, la persistente stasi o i risultati conseguiti nella gestione dell’ordinario, per constatare  se i promessi “miglioramenti” siano arrivati o meno.

Comunque, al di là di questi tratti generali comuni, tra i due programmi ci sono differenze, non leggere. Guardiamole da vicino.

  • TASSE

Lettieri mette in evidenza, al primo punto, (quindi è un impegno di cui va fiero) la volontà di mantenere inalterata la pressione fiscale.

Piccinini invece mantiene, in materia, un cauto, profondo e totale silenzio. Presenta tante voci di programma, ma non scrive nulla, propria nulla, su tasse, imposte o tributi.

Il differente approccio può influenzare, e non poco, il risultato elettorale.

  • EDILIZIA ED URBANISTICA

Lettieri: “Ci prefiggiamo un’attenta gestione del territorio per garantire la conservazione e la difesa del patrimonio edilizio storico esistente e la conduzione delle trasformazioni o sostituzioni edilizie, puntando al miglioramento della qualità urbana e alla valorizzazione dei beni vincolati. E’ nostro intendimento terminare il lavoro svolto di definizione del PUC tenendo ben presente delle norme regionali e nazionali (legge sui sottotetti, piano casa, norme edilizie di impulso alle attività produttive) che negli ultimi anni hanno consentito nuove edificazioni a prescindere dall’indirizzo politico dell’amministrazione comunale. Continuo reperimento dei fondi necessari per la realizzazione di alloggi di edilizia sociale convenzionata nelle aree già individuate dai piani ERP e ERS. Mantenimento delle attività svolte di programmazione, gestione e controllo, di concerto con il Comando Polizia Locale, dell’attività edilizia. Costante controllo del territorio con il potenziamento della sorveglianza edilizia e gestione urbanistica di convenzioni finalizzato all’ottenimento del massimo beneficio di opere di urbanizzazione e di riqualificazione. Massimizzazione dell’informatizzazione dei procedimenti autorizzativi. Tutela delle aree ricadenti nel vincolo idrogeologico, in aree SIC e percorse da incendi. Continuo aggiornamento professionale del personale sulle modifiche della disciplina regionale di settore. Inoltre proponiamo l’introduzione dei seguenti piani. Il piano del colore che regolamenti e disciplini puntualmente le caratteristiche tecniche degli interventi sui prospetti e in particolare il disegno delle facciate dei fabbricati edificati sul territorio. Il piano della luce, ovvero uno studio illuminotecnico scenografico che valorizzi tutta la città, che garantisca il giusto illuminamento delle aree pubbliche e private esterne, che miri al contenimento energetico e all’abbattimento dell’inquinamento luminoso. Il piano dell’arredo urbano necessario a equipaggiare gli spazi pubblici urbani con elementi fissi e mobili, immessi in una immagine coordinata della città. Proponiamo altresì alcuni interventi di forte impatto e di riqualificazione urbana: La messa in sicurezza di via Bulaxe con la realizzazione di passaggi pedonali protetti. Il restyling di Corso Europa mediante un ridisegno complessivo, scenografico e di forte impatto estetico, attraverso un progetto architettonico/artistico. La riqualificazione urbana della via Aurelia, e del quartiere delle Olivette, mediante un intervento mirato al miglioramento dell’immagine della città.”

Piccinini: “È fondamentale definire progetti organici per gli ambiti territoriale, economico, sociale, culturale, correlandoli in un quadro generale di pianificazione strategica per ripensare, riorientare, rilanciare il territorio. Si deve quindi partire dalla redazione del Piano Urbanistico Comunale, nelle nuove linee indicate da Regione Liguria, dando applicazione al principio della rigenerazione urbana, del consumo zero di suolo. E’ necessario aggiornare le Norme di Attuazione con gli operatori del settore e i cittadini, riqualificare aree urbane con recupero del centro storico con particolare riferimento alla salvaguardia e valorizzazione mediante accordi pubblico/privato e “bonus” amministrativi. Sarà necessario incentivare la cooperazione progettuale, economica e urbanistica tra pubblico e privato, connessa ad una semplificazione responsabile ed a una maggiore efficacia dell’azione amministrativa. Rivalutazione degli spazi pubblici, verde urbano e servizi di quartiere. Promuovere per le aree di riqualificazione che prevedono un accordo Pubblico/Privato, promuovere dei concorsi di architettura per incentivare l’innovazione progettuale, favorendoli con incentivi fiscali o volumetrici. Riordino e potenziamento della viabilità urbana ed extraurbana, percorsi pedonali e ciclabili. Sarà compito di questa Amministrazione mettere a sistema la periodica pulizia dei rii incidenti sul territorio e la progettazione la messa in sicurezza degli alvei e delle sponde, per poi richiedere finanziamenti regionali per l’attuazione delle stesse. Progettare e ricostruire, mediante finanziamenti ad hoc, la barriera soffolta di levante, ormai distrutta dalle numerose mareggiate occorse. E inoltre necessaria una mappatura del territorio comunale in merito a: realizzazione e superamento delle barriere architettoniche, piste ciclabili e flussi di traffico.”

Come si vede entrambi vogliono il PUC. ma non enunciano nessun elemento che consenta di intravvederne, sia pure per sommi capi, il contenuto. Zero consumo del territorio in senso letterale o come linea di tendenza? O saranno ammesse nuove volumetrie e, eventualmente, in quale misura?

Inquietante e stupefacente appare l’impegno, che Piccinini assume, per la revisione delle norme di attuazione del P.R.G.con gli operatori del settore e i cittadini”. I destinatari delle norme, gli operatori del settore, chiamati a scriversi le regole relative alla loro attività insieme ai cittadini; i cittadini (chi, quanti, in quale forma, come organizzati?), novelli giureconsulti, chiamati, come foglie di fico,  a copertura di una manovra di sostanziale rinuncia all’esercizio autonomo della pubblica potestà normativa. Le norme le scrive il Consiglio Comunale, con i tecnici di fiducia, interni od esterni, designati. I privati, notoriamente non benefattori, specie in ambito edilizio, restino nel campo che l’ordinamento loro affida e non siano ufficialmente chiamati a scrivere le regole, specie quando, potenzialmente, sono diretti destinatari e fruitori personali. Facciano e depositino delle proposte pubbliche, aperte alle controdeduzioni di altri privati e destinate all’approvazione degli organi pubblici competenti.

Del pari inquietante appare l’enunciazione di “bonus” amministrativi, espressione che, tradotta in italiano, significa “incrementi volumetri”. Nuovi interventi nel centro storico (escludendo quindi eventuali brutture costruite negli anni del boom edilizio) etichettati come risanamenti e caratterizzati da aumenti di volumi, tutto farebbe tranne che abbellirlo; verosimilmente otterremmo maggiore oppressione edilizia ed alterazione degli equilibri odierni, cristallizzati dal tempo ed espressione della storia.

Giovanni Andrea Doria, il 13 maggio 1675 scriveva ed ordinava al Commissario di Loano: “Essendo molto conveniente, che per decoro ed armamento del luogo le fabbriche siano fatte con ordine e simmetria. E non volendo Noi lasciare d’invigilare pure questo, che ridonda in onore del pubblico, ordiniamo perciò e comandiamo che nell’avvenire ogni e qualunque persona che intenderà di fabbricare sì nel presente luogo, come nel borgo, ce ne debba dare prima parte per sentire quello che ne occorrerà, sotto pena in caso di contravvenzione della demolizione della fabbrica e di scudi venticinque d’oro da applicarsi per un terzo alla camera, per altro terzo a Commissario e per l’altro al denunciatore. Ed acciocché niuno ne possa pretendere ignoranza, farete voi pubblicare la presente ed affiggere nei luoghi soliti, e Nostro Signore vi guardi.” Firmato Gio. Andrea Doria. (Una precisazione-divagazione storica appare opportuna, per un ulteriore riferimento a Loano, è necessaria. Nella dinastia Doria i Giovanni Andrea sono più d’uno. L’ estensore del provvedimento fu Giovanni Andrea Doria III Landi. Figlio di Andrea III Doria Landi e di Violante Lomellini. Nato nel1653 e morto nel 1737), figlio di Andrea III e Violante Lomellini, ereditò il casato Doria al compimento del diciottesimo anno. Nel 1671 si unì in matrimonio alla giovane nobildonna romana Anna Pamphilj, nipote di papa Innocenzo X. Le nozze, in occasione delle quali Villa del Principe a Genova fu arricchita di nuove opere d’arte, garantirono ai Doria l’eredità del patrimonio pamphiliano. Qualcuno, magari, si chiederà: ma questo dettaglio è importante? Importante forse no, ma interessante sì, perché la storia si ripete e la storia è tra noi. Palazzo Doria era (anche) la casa di villeggiatura estiva dei Doria. Il nostro Gio. Andrea, invece, per necessità ed ancora bambino, di tre-quattro anni, vi si fermò per un biennio consecutivo.  A causa di una violenta epidemia di peste che investì Genova e la Liguria nel biennio 1656-1657 -non è la peste dei promessi sposi, del 1630, dalla quale Genova e la Liguria furono risparmiata- nel tentativo, riuscito, di porsi al riparo dall’epidemia, Violante col figlio Gio. Andrea si ritirarono, per due anni, a Loano, Proprio qui, nella chiesa del Carmelo, fu sepolta, poi, dopo la morte che la colse nel 1708.)  

Aneddoto a parte, come l’ordine trascritto evidenzia, gli antichi avevano ben a cuore il decoro urbanistico, sanzionando severamente le violazioni e stimolando persino la delazione, con un premio in denaro. Lasciamo inalterato il loro lavoro, anche quando, oggi, a noi non appare perfetto. Interessante appare, per converso, la previsione di Lettieri relativa al restyling di Corso Europa, mediante un ridisegno complessivo, scenografico e di forte impatto estetico, e del quartiere delle Olivette. Ovviamente il riferimento è alle strade, ai portici ed ai marciapiedi, cioè a beni pubblici o di uso pubblico.

  • SICUREZZA PUBBLICA

Il programma di Piccinini è preciso, analitico, fattibile e, se realizzato, sicuramente efficace. Leggiamo:

La presenza dei cittadini sulle strade, per lavoro o per diletto, deve rappresentare, in sintonia (con) l’Amministrazione Comunale e le Forze dell’Ordine, un aggregante unico per la realizzazione di: • mappatura del territorio per individuare le aree percepite dalla popolazione come pericolose; • maggior presidio del territorio e coordinamento delle forze dell’ordine; • presidio orario più esteso del territorio da parte della Polizia Municipale; • incremento dei sistemi di videosorveglianza estesi anche sopra la Via Aurelia; • lotta all’abusivismo commerciale ideando nuove modalità operative; • estensione della fascia di illuminazione ed incremento dei punti luce; • riduzione dei rumori attraverso una perfetta equazione tra il diritto di quiete del cittadino e le necessità commerciali delle categorie; • lotta al degrado con appositi servizi di Polizia Municipale, in collaborazione anche con i Servizi Sociali; • contrasto alla criminalità organizzata ed alle eventuali infiltrazioni mafiose nel tessuto economico mediante protocolli d’intesa con Prefettura, forze dell’ordine e le associazioni di categoria; • collaborazione con le scuole e le famiglie per una sempre maggiore educazione civica; • coordinamento con Ispettorato del Lavoro e ASL per la lotta contro il lavoro nero e le violazioni sulla sicurezza.” (ndr: la parte relativa all’illuminazione è stata evidenziata in grassetto dal redattore,  perché, sotto diverso profilo, anche Lettieri se ne occupa, come  in seguito si vedrà).

Ci sono tutti i punti (cominciando dall’educazione civica e dalla partecipazione attiva di tutti, cittadini compresi) su cui intervenire nella non facile lotta contro l’illegalità, nelle sue varie forme di rilievo penale, amministrativo, civile o soltanto sociale. Interessante l’attenzione riservata alla necessità di contenere e ridurre i rumori.

In materia il programma di Lettieri prevede: “Prosecuzione dei progetti sulla sicurezza urbana finalizzata a garantire una migliore qualità della vita dei cittadini, anche attraverso la collaborazione con il “Terzo Settore” che operano nel campo dell’educazione alla legalità e del contrasto alle forme di violenza. Prosecuzione del progetto “Controllo di Vicinato” che ha visto in questi anni la costituzione di un numero considerevole di gruppi di cittadini. E’nostro intendimento installare la video sorveglianza nelle zone dove si sono creati i gruppi aderenti al progetto. Piano per la chiusura dei parchi pubblici comunali con protezioni per garantirne la sicurezza e potenziamento del progetto “Vivere il parco”. Continuazione nel contrasto al commercio ambulante abusivo con sequestri di merce contraffatta e generi alimentari (frutta e verdura). Prosecuzione della collaborazione con i gestori degli stabilimenti balneari e gli albergatori per potenziare i servizi di vigilanza e contrasto del fenomeno del commercio ambulante abusivo, con la messa a fattor comune delle risorse comunali (pattuglie della Polizia Locale) e dei privati (pattuglie della vigilanza privata). Garanzia di reclutamento di agenti “stagionali” per il potenziamento dei turni estivi notturni, contrasto abusivismo commerciale e dei ciclisti nelle aree pedonali. Prosecuzione e potenziamento del progetto “Estate e Sicurezza”. Controllo degli agenti di polizia locale sul corretto conferimento dei rifiuti solidi urbani anche a mezzo di telecamere. Costante manutenzione e ammodernamento dell’impianto di videosorveglianza comunale e impulso alle convenzioni con i privati, compresi stabili condominiali, per l’installazione di telecamere. Piena collaborazione con le altre forze dell’ordine per l’espletamento di servizi congiunti e per la messa a disposizione del proprio impianto di videosorveglianza territoriale e delle telecamere. Collaborazione con le Forze dell’ordine (Polfer) per lo sgombero delle aree delle Ferrovie dello Stato, con il personale TPL (Trasporto Pubblico Locale) e l’Agenzia delle Dogane.”

Le differenze sono notevoli ed esprimono approcci politici diversi. Sembra di poter affermare che Lettieri fa leva più sulla partecipazione dei privati che non sugli interventi diretti del Comune.  Propone la prosecuzione di iniziative mai decollate (controllo di vicinato) con l’installazione di telecamere dove i gruppi si sono costituiti (che non sono, però,  necessariamente le zone in cui le telecamere potrebbero essere maggiormente utili); il collegamento tra telecamere e gruppi fa pensare ad una spesa a totale o parziale carico dei cittadini, fatto di per sé auspicabile, ma, le telecamere vanno messe, se a carico dell’erario comunale,  in primis, dove servono, secondo i cittadini e, soprattutto, secondo le Forze dell’Ordine e non dove si è formato un gruppo di controllo che le richiede. Lettieri, inoltre, propone la partecipazione, nel contrasto del commercio abusivo, di “pattuglie della vigilanza privata, pagate, par di capire, dai gestori dei bagni marini; “pattuglie” che, prive come sono di poteri di coercizione fisica, non sarebbero in grado di fare nulla o quasi. In spiaggia, per chiamare i vigili, se davvero il Comune vuole e può intervenire, bastano il bagnino e-o il gestore. Diverso l’approccio nel controllo di vicinato; il cittadino, se assiste a fatti criminali, non ha poteri d’intervento diversi dall’esercizio della legittima difesa (sua o di altri), nei casi, nelle forme e nei limiti previsti dal codice (art.52 c.p.); ha solo il potere-diritto di inseguire il reo e-o di denunciare e richiedere un intervento. Se, peraltro, viene responsabilizzato con la partecipazione ad un gruppo, probabilmente diventa più attento e partecipe. In termini diversi, ufficialmente inserito in un gruppo di controllo, è meno portato agirarsi dall’altra parte ed a “farsi i fatti suoi”. Lettieri, poi, propone la chiusura dei parchi, ma non spende una parola sui “rumori molesti” e sull’estensione dell’illuminazione. Su entrambe le questioni, ben rilevanti, ritorneremo.

Come si vede entrambi prevedono l’impiego di telecamere per aumentare la sicurezza. Non ipotizzano una soluzione legate alle telecamere ed a portata di mano, che potrebbe rivelarsi preziosa. Potrebbe -sia consentito il suggerimento- essere approfondita la metodica di controllo e presidio del territorio, prevedendo la creazione di una centrale operativa in cui installare monitor che riproducano e le immagini riprese dalle telecamere collocate nelle “zone a rischio”; monitor controllati 24 ore al giorno da almeno un operatore, che, quando rileva situazioni anomale o di pericolo, allerta una pattuglia mobile, della locale, quando possibile o di altre forze di Polizia. Minor dispendio di personale, maggior estensione territoriale del controllo da parte del singolo operatore, possibilità di intervento in tempo reale o quasi.

  • ILLUMINAZIONE PUBBLICA

Come abbiamo visto Piccinini se ne occupa nell’ambito della sicurezza. Estensione della fascia illuminata. Il concetto espresso è: più punti luce, più tranquillità, più sicurezza. Sarà anche un concetto banale, non originale, ma è incontestabile.

Lettieri, invece,  tratta il tema  dell’illuminazione sotto un diverso profilo, -quello degli effetti scenici , del risparmio e della riduzione dell’inquinamento luminoso-, nel capitolo dedicato all’urbanistica ed all’edilizia, in tre righe, Poche parole, ma con effetti potenzialmente rivoluzionari, perché cambierebbe l’illuminazione pubblica per come la conosciamo e la stessa percezione visiva della città in orario notturno  Sul punto, senza particolare enfasi, quasi incidentalmente, Lettieri prevede: “Il piano della luce, ovvero uno studio illuminotecnico scenografico che valorizzi tutta la città, che garantisca il giusto illuminamento delle aree pubbliche e private esterne, che miri al contenimento energetico e all’abbattimento dell’inquinamento luminoso”.  Sono espressioni non facilmente comprensibili, specie se annegate, come nello specifico, in un diluvio di previsioni programmatiche, di ogni tipo. Che cosa si dovrebbe fare con questo piano, il cui nome stesso “studio illuminotecnico scenografico”, (terminologia che certamente non appartiene al candidato e proviene, anche per l’apparente tecnicismo, molto probabilmente, da qualche proposta commerciale che il Comune ha ricevuto da ditte interessate) preoccupa? Ci vogliono stupire (Il Sindaco aspirante o chi questo testo ha a lui suggerito) con “effetti speciali”e  pirotecnici di luci o, più realisticamente, vogliono  introdurre una diversa illuminazione, quella con proiettori a led?  La dizione usata, (insieme ad altri elementi, come vedremo meglio tra poco)  “giusto illuminamento delle aree pubbliche e private esterne” fa razionalmente pensare alla sostituzione delle lampade a vapori di sodio o di mercurio oggi usate, con  lampade led  di prima generazione, non adatte a tutti gli usi e che in breve tempo rischiano di essere superate e di restare, inutilizzate ed invendibili, in qualche deposito sul territorio nazionale o in Olanda o nell’immenso impero cinese.

Le lampada led illuminanti a 360 gradi -come quelle a vapori di sodio o di mercurio o come le vecchie lampade Edison ad incandescenza- ed idonee, per potenza, all’illuminazione di ampie zone esterne, sono, ormai, in dirittura d’arrivo ed sono già ampiamente diffuse nell’illuminazione domestica.  Lampade led per illuminazione stradale proposte oggi, apparentemente nuove, sono, in realtà già virtualmente superate. L’evoluzione tecnica galoppa. Lampade led di vecchia generazione, quindi, vanno “piazzate” con urgenza. Attenzione, non sono solo ipotesi maliziose; la sostituzione è già in corso in Comuni vicini e quasi confinanti con Loano; i primi a non essere soddisfatti, per quanto personalmente consta, sono proprio gli amministratori pubblici, che, evidentemente, non avevano mai visto prima i led in opera nelle vie urbane.

A sostegno del led, sia  nella versione tecnica attuale, si invoca, da parte dei venditori, la riduzione dell’inquinamento luminoso (inquinamento è sinonimo di danno ambientale, ma la luce danneggia chi e come?). Ti propongono, i piazzisti, soluzioni definite (da loro) efficaci ed economicamente vantaggiose ma, alla prova dei fatti, ti ritrovi (però ormai è tardi, hai firmato il contratto) un’illuminazione cittadina insufficiente, inadeguata, inquietante e spettrale, tanto da fare la gioia di Jack lo squartatore. Fasci di luce iperconcentrata che illuminano a mala pena, per l’estensione di 25-20 mq.mq., il piano stradale sottostante, lasciando al buio pesto tutta l’area circostante. Non riesci neppure a vedere la facciata e la sagoma di una casa posta 15 metri dietro il lampione. Provare per credere.

Si diceva che il verosimile significato della frase “giusto illuminamento delle aree pubbliche e private esterne” sia l’approdo all’illuminazione cittadina a led, che produce effetti dianzi descritti.  Ci sono indizi precisi, nel lessico di Lettieri, forse non suo, ma da lui usato. Il primo è la non certo casuale sottolineatura e distinzione delle aree  pubbliche e private esterne; gli altri due, entrambi univoci e convergenti sono: a) l’esigenza del risparmio e b) la menzione della  riduzione dell’inquinamento (termine di moda, sotto il quale si sono spesso nascoste le più vergognose speculazioni). Perché gli elementi indicati sono da considerarsi indizi univoci, gravi e convergenti e, si ripete, tali da far ritenere che si vuole introdurre il led a luce concentrata a spot nell’illuminazione delle strade urbane? La risposta è questa: perché la lampada led ora usata per l’illuminazione stradale è: 1) la sola che garantisca una netta separazione tra l’area pubblica, (che viene illuminata) e la contigua area privata esterna (che resta al buio); 2) la sola che, rispetto alle lampade normalmente usate, quelle a vapori di sodio, assicura un maggior risparmio (non nel prezzo d’acquisto iniziale, però, ma nella quantità d’energia e, sembra, nella maggior durata e quindi minore necessità di manutenzione; 3) rispetto alle lampade tradizionali, anche a vapori di sodio, quelle a led oggi in uso sono le sole che fanno luce esclusivamente verso il basso e non lateralmente, a 360 gradi. Per dirla in altri termini, imprecisi ma idonei ad esprimere il concetto, se sei un muro (sia perdonato per il paragone) fuori del cono d’illuminazione del led, tu vedi lui, ma lui non vede te, non ti illumina, scompari nel buio circostante, non diffondi luce perché non ne ricevi. La luce non viene riflessa  solo dall’asfalto sottostante e non da tutte le superfici verticali circostanti; quindi la luce complessivamente immessa nell’ambiente è minore.

Illuminare una città, però, è cosa ben diversa dall’illuminazione di un raccordo autostradale, di una galleria, di una strada urbana ad alto traffico. Più luci immetti e meglio è.Più luce viene riflessa meglio è. Si chiama “illuminazione ambientale”. I piazzisti del led non si curano, però,  dell’illuminazione ambientale,  è l’illuminazione che da decenni appreziamo, quella della “ville lumiere”, quella che è sempre importante ma che rileva ancor di più in una città che vive di turismo e di luce diffusa, anche nottetempo, quella che oggi garantiscono le recenti lampade a vapori di sodio e che domani potrebbero domani assicurare anche le lampade a led con diffusione a 360 gradi. Questa illuminazione per il piazzisti del led di oggi è diventata, con sfoggio di ammirevole fantasia, “inquinamento luminoso.

Le lampade led oggi in commercio non sono ancora adatte a tutti gli usi. Vanno benissimo nei semafori e sono accettabili nelle gallerie o nelle strade non urbane; non altrove. Vanno introdotte con attenzione e moderazione, calcolando bene il rapporto costo-benefici. Speriamo che i candidati, in particolare Lettieri, leggano questo pezzo e, ora o dopo l’elezione, si documentino eventualmente presso altre fonti per correre urgentemente ai ripari, dopo aver constatato che le precedenti considerazioni sono fondate. Quanto all’inquinamento luminoso è bene che si sappia che il solo danno, del tutto insignificante per qualità e quantità, che i promotori del led a fascio sono riusciti a trovare, riguarda esclusivamente gli osservatori astronomici; osservatori che, per quanto è dato sapere, a Loano non esistono e che, dove operano, possono svolgere agevolmente il loro lavoro, senza fastidi di concreto rilievo.  Messo da parte questo pericolo, inesistente perché insignificante, maggiore attenzione, invece, andrebbe posta sugli effetti nocivi del led segnalati in alcuni recenti studi.  Secondo queste ricerche la luce a led sulle strade ha effetti dannosi sui mammiferi, riducendo la produzione di melatonina, e sugli insetti e, indirettamente, sui volatili notturni che di esse si cibano. Sotto i led è stato trovato un numero di larve di falena notturna inferiore del 50 rispetto al numero delle larve presenti nei cespugli in prossimità delle lampade a vapori di sodio o di mercurio. Più preoccupanti sono le conclusioni alle quali è giunto un altro lo studio, secondo il quale il led riduce nei mammiferi la produzione di melatonina, fino ad un quinto del solito, con effetti sulla quantità e qualità del sonno, ma non è certo questa la sede per sviluppare ulteriormente l’argomento. Danni magari non del tutto provati, ma ben più significativi dell’inquinamento luminoso che solo un’invenzione pubblicitaria e vale come una “bufala”.

  • OCCUPAZIONE DI SUOLO PUBBLICO E DEHORS.

Piccinini affronta, indirettamente e genericamente, il problema quando scrive: “riduzione dei rumori attraverso una perfetta equazione tra il diritto di quiete del cittadino e le necessità commerciali delle categorie”, anche se il riferimento sempre più rivolto all’emissione di rumori che all’occupazione del suolo. Parrebbe, però, strano che in materia di occupazione il criterio dell’equilibrio, del bilanciamento tra gli opposti interessi, venisse abbandonato. La politica, peraltro, è l’arte del possibile e nulla, quindi, può essere escluso.

Lettieri invece dedica al tema una previsione specifica. Leggiamola, è interessante.

SUOLO PUBBLICO E DEHORS. Modifica al regolamento per i dehors dei bar e ristoranti in accordo con le associazioni di categoria e ampliamento della possibilità, in parte già in vigore, di occupare gli spazi inutilizzati nel centro storico cittadino, soprattutto nel periodo estivo, garantendo comunque il passaggio dei pedoni e dei mezzi di soccorso. Questa volta è Lettieri a chiamare i privati nella regolamentazione normativa. Si cambia il regolamento in accordo con le associazioni E gli altri cittadini? Per loro basta il previsto limite del passaggio dei pedoni (in fila indiana?) e dei mezzi di pubblico soccorso. Il Comune rinuncia a parte del suo potere normativo e manca l’astratta previsione della partecipazione di “cittadini” – che, però,  tanto somiglia ad una foglia di fico- di cui parla Piccinini  quando ipotizza la modifica delle attuali norme d’attuazione del P.R.G. Le associazioni di categoria si accorderanno col Comune sul suolo pubblico, ma chi tutelerà la generalità dei consociati? Ai ristoratori viene attribuito un potere non previsto dall’ordinamento. Perché i ristoratori hanno più potere dell’anonimo cittadino che abita in un contiguo edificio e, magari, dopo una giornata di lavoro, parcheggia lì il proprio veicolo, porta lì i bambini a giocare o correre in triciclo oppure a spasso il cane e vorrebbe, soprattutto,  una serata se non silenziosa almeno tranquilla? Il punto dolente, però, maggiore è un altro.

E’ noto che i nostri “politici” spesso bisticciano con le lingue straniere ed ancor più spesso giocano sull’equivoco. Non certo Lettieri, che, nel curriculum, vanta conoscenza ottima del francese e buona dell’inglese. Mettiamo i puntini sulle i. Dehors significa “fuori”. E’ un avverbio della lingua francese, usato tal quale anche dalla lingua inglese, con identico significato. Si traduce in italiano con “fuori”. Estensivamente il termine ha assunto un significato ulteriore, con riferimento ai bar e, in genere, agli esercizi pubblici di somministrazione ai tavoli di cibi e bevande. Il dehors di un bar o di un ristorante non è il suolo pubblico prospiciente il locale. No. E’ una struttura ,(magari non stabilmente infissa al suolo, ma stabile), composta da un pavimento, una delimitazione laterale ed una copertura, oltre i tavoli e le sedute. La precisazione non è di lieve momento. Se il dehors è la struttura che ho appena cercato di delineare, il significato della previsione “occupare gli spazi inutilizzati nel centro storico cittadino, soprattutto nel periodo estivo, garantendo comunque il passaggio dei pedoni e dei mezzi di soccorso” è comprensibile. Struttura più spazio per il transito di pedoni e veicoli di soccorso (a crescere: macchina dei carabinieri, ambulanza, camion dei vigli del fuoco); abbiamo la possibilità di intravvedere ed individuare uno spazio fisico.

Se invece dehors significa soltanto spazio esterno al locale tutto diventa incerto. Si potrebbe estendere la situazione in cui versa, ad esempio, Via Ricciardi, una stradina stretta che vede per quasi l’intera lunghezza una fila di tavoli a 4 posti sul lato a monte ed una seconda fila di tavoli più piccoli sulla sinistra. Al centro lo spazio sufficiente per il passaggio di un pedone da solo, purché rispetti il senso di marcia alternato con il cameriere. Se deve passare l’ambulanza, i tavoli vengono spostati. E’una previsione tutta sbilanciata a favore degli esercenti. Del resto la scelta dell’aggettivo “inutilizzato” non sembra casuale: si fa riferimento al non utilizzo da parte dei ristoratori-baristi, perché non è dato comprendere quale sia il suolo pubblico, utilizzabile come dehors, che, nel contempo risulti completamente inutilizzato e non veda almeno il passaggio delle persone o il parcheggio di veicoli. Torniamo allo spazio (da garantire) per “il passaggio dei pedoni e dei mezzi di soccorso” Abbiamo descritto la posizione dei tavoli in Via Ricciardi, che per gran parte della sua lunghezza e quasi tutta la larghezza è occupata con tavoli e sedie. La strada è larga meno di tre metri. Come può passare non dico il camion dei Pompieri, ma almeno un’ambulanza o, peggio, il camion dei pompieri? Che cosa avviene nel caso malaugurato di un incendio o di un’infarto? I pompieri o i portantini aspettano lo sgombero della strada? Ed i tavoli, in fretta e furia, i gestori dove li mettono? Forse i passati amministratori, che hanno largheggiato nelle concessioni, non si rendevano ben conto di quel che facevano e non pensavano alla loro concorrente responsabilità colposa nel caso di un evento dannoso, per le persone o le cose, causato e aggravato dal ritardo nei soccorsi. O forse confidavano nella buona sorte. Si potrebbe chiedere agli abitanti in Via Ricciardi, ad esempio, quanto costi loro, in termini di qualità della vita, la presenza diffusa di avventori in tutta la strada sino alle ore piccole, se e quando riescono a chiudere occhio nelle calde notti estive e, infine, se e quanto il sonno perduto incida nella loro successiva giornata, se e quanto quella congerie di tavoli turbi la loro serenità in relazione a situazioni di emergenza. Domande che nessuno ha loro mai posto. Meglio non dire o ricordare loro che il personaggio al quale la strada è intitolata, un poeta loanese del 600,- oltre che segretario di un Doria che non ho ancora individuato-si suicidò, fracassandosi la testa contro un muro, per essere stato sospettato di coinvolgimento di una truffa in danno del suo Signore. Meglio non parlarne, potrebbero essere indotti in tentazione.

Sul punto sembra proprio che Lettieri voglia generosamente elargire anche gli ultimi spiccioli di suolo pubblico (inutilizzati?) ai gestori di bar e ristoranti, i cui interessi ovviamente non collimano con quelli della generalità. Tra l’interesse ad incrementare le opportunità di guadagno dei gestori lavorare e gli interessi del resto della popolazione, che rimane pur sempre “proprietaria” dei beni pubblici e, quindi, può vantare superiori diritti. Uso privato sì, a condizione che, almeno, non produca danni.

Loano vota. Il vecchio osservatore potrebbe anche snocciolare altri mugugni (piste ciclabili, da estendere e collegare alla rete regionale (Lettieri).  quando quelle esistenti non sono sempre vere piste, perché non sempre riservate di fatto, all’esclusivo transito delle bici e che, quindi,  non sono, sotto questo profilo, conformi alle prescrizioni normative. Sono necessariamente, fisicamente, per mancanza di adeguato spazio, destinate ad essere percorse dalle auto. Sono, spesso, più una finzione, mere strisce sull’asfalto, che una realtà; esprimono un’aspirazione e non una realizzazione. Non sono frequentate, la presenza di biciclette è sporadica, quasi eccezionale e ciò impedisce di percepire immediatamente la loro inadeguatezza.

Occorre mettere da parte le velleità e rassegnarsi al fatto che le strade, nell’area centrale della Città, sono quelle che sono e che non c’è posto per tutto e tutti (circolazione vetture, parcheggio, pista ciclabile e, talvolta, pista pedonale), in barba al principio dell’impenetrabilità dei corpi. Le piste sono state tracciate sulla carreggiata, in strade, a senso unico o doppio senso di circolazione, troppo strette per garantire il contemporaneo passaggio di una bici e di una o due auto nel caso di doppio senso di circolazione.

Ad esempio in Via Libia, a senso unico, (la strada all’ombra di alberi secolari, che lambisce le vecchie mura a monte di Palazzo Doria, quella che dalla Torre Pentagonale e porta alla Piazza del Pallone, che ispira quiete e tranquillità, inopinatamente aperta al traffico automobilistico), la pista non può non essere invasa, specie nella strettoia finale che immette nella piazza. In strade a doppio senso di circolazione e contestuale pista, si è fatto ricorso al palliativo del senso unico alternato. Ad esempio sul Lungomare Marconi. È stato apposto il cartello di senso unico alternato (con precedenza a favore di chi proviene dal centro) e tutta la strada -o quasi-  è diventata, di fatto e di diritto, una lunga strettoia. Un espediente che rasenta il surreale, perché la segnaletica orizzontale e verticale non viene rispettata. La pista è sempre e disinvoltamente invasa dalle auto in uscita, come è normale che avvenga, in quel contesto; chi arriva da Borghetto deve fermarsi, ma anche se lo fa, l’automobilista che viaggia nella direzione opposta deve necessariamente invadere la pista ciclabile. Non c’è posto per due macchine affiancate. Chi arriva da ponente deve fermarsi, ma non può smaterializzarsi per far passare l’altra auto e poi rimaterializzarsi; fuori della ciclabile non c’è spazio per due; quindi la vettura che esce da Loano non può fare altro che passare sulla pista.

O i monopattini (si immagina elettrici, perché gli altri, in salita, sono solo un intralcio) per collegare le zone a monte dell’Aurelia con il lungomare (Piccinini: “possibilità di spostamento costa-entroterra con mezzi pubblici e/o biciclette/monopattini. Disincentivare il più possibile l’utilizzo delle macchine private negli spostamenti all’interno della città, ma anche fra Comuni limitrofi”). Ohibò!!! Nuvole minacciose si addensano nell’ orizzonte degli automobilisti.

O gli ospiti del Ramella accompagnati al bagno marino con tanto di carrozzella (anfibia) (Lettieri: Tutti al mare!! Attivazione di un progetto sperimentale di balneazione a favore degli ospiti della residenza protetta Ramella: possibilità per tutti di giovarsi dei benefici del mare attraverso l’utilizzo di carrozzine studiate appositamente per garantire la sicurezza in acqua, favorendo anche le camminate sulla sabbia, in collaborazione con le fisioterapiste, quale fonte di benefici per la salute.).

Si potrebbe, magari si dovrebbe,  scrivere altro. L’inchiostro, però, è finito. Vinca il migliore!

Filippo Maffeo

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