Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Acna di Cengio story. Incredibile dossier
a 40 anni dalle esplosioni, morti, feriti, danni
Pagine inedite: incontro di studio al Patetta

Era l’11 maggio del ’79, All’Acna di Cengio salta in aria un intero reparto: 2 morti, 9 feriti, danni ingenti. Nessuno ha mai pagato per la tragedia. Nella sentenza non sono state chiarite, da perizie e testimonianze, cause e responsabilità. Massimo Macciò, docente, sindacalista e scrittore (Le bombe di Savona. Chi c’era racconta), ha incontrato due membri del Consiglio di Fabbrica Acna. Esiste un bloc notes su cui, per conto dello stesso CdF, risultano dichiarazioni di tutti i 50 addetti del reparto. Spesso erano testimonianze di gruppo. Serpeggiava la paura di perdere il posto di lavoro, un malessere diffuso. Pagine di storia inquietanti, mai approfondite, né rivelate prima d’ora. Con protagonisti noti ed ignoti. Se ne parlerà all’Istituto Patetta, di Cairo Montenotte, nel corso di un ‘incontro di studio – lezione aperta’, mercoledì 7 novembre, dalle 9,30 alle 13. Oltre al prof Macciò, Luigi Pregliasco, Pasqualino Adriano Tardito e l’ing. Fulvio Porta. Un clamoroso dossier con incontestabile verità seppure 40 anni dopo.

Massimo Macciò, insegnante e scrittore, da anni impegnato nelle ricerca della verità sulle bombe di Savona del ’74-75, imbattendosi nel ‘giallo’ della base americana di Pian dei Corsi, qui in un servizio d’archivio in Tv sulla presunta base segreta della Cia a Pian dei Corsi. Oggi tra i coordinatori dell’incontro all’Istituto Patetta di Cairo. Tema: La sicurezza sul lavoro, testimonianze e prospettive

Si preannuncia un incontro davvero interessante, anche perché si dimostra che la sentenza di assoluzione per 4 tecnici dell’Acna era errata o quantomeno poggiava su premesse strampalate. Il ‘vulcano’ Acna ormai destinato agli annali storici, ma sempre attuale. Ex operai e impiegati  ancora in vita, i famigliari di chi se ne è andato, un bagaglio di conoscenza per le giovani generazioni e quelle a venire. L’Acna che era definita la ‘fabbrica della morte o dei velini’ , ha avuto un costo di vite umane, malattie ed indicibili sofferenze, inquinamento di acque, interminabili strascichi in provincia di Savona,  nell’alessandrino, nel cuneese. Falde acquifere inquinate, oltre alle conseguenze più gravi nel fiume Bormida. Ci furono inchieste, indagini, alternarsi di pretori, magistrati inquirenti, giudici istruttori, tribunali giudicanti, perizie d’ufficio e di parte, un maxi processo soprattutto (con molte partici civili, Comuni e Province compresi), ingenti spese legali. Il tutto finito in bolla di sapone alla Suprema Corte penale di Roma.

Oltre ai costi in vite umane, ai danni ambientali su un vasto territorio, servirono prima miliardi di lire, poi milioni di € per disinquinare il sottosuolo dove sorgeva la fabbrica. Oggi il dossier inedito che può essere  motivo di riflessione pure per i cronisti che nel corso dei decenni, ora da corrispondente della Val Bormida, ora da redattore, sono  stati a loro  volta testimoni dei tempi. Cosa scrivevano, cosa si riusciva a sapere dell’attività in fabbrica, quali erano i rapporti con la direzione, con il Consiglio di fabbrica, con le tre maggiori sigle sindacali. Migliaia di articoli nelle pagine locali, inviati speciali dei quotidiani liguri e a volte nazionali. Decine di locandine cubitali davanti alle edicole. Servizi della radio e della Tv pubblica. Non si ricorda, tuttavia, un’inchiesta giornalistica approfondita, puntuale, a 360 gradi si direbbe, dai quattro maggiori settimanali di allora: Panorama (ora Mondadori – famiglia Berlusconi e in via di cessione), l’Espresso, l’Europeo, Epoca. Alcuni dei loro direttori sono in vita ed hanno ricoperto ruoli pubblici importanti nella politica o nella storia editoriale e giornalistica del Paese.

Tanti organi di informazione se ne occuparono, ma come dimostra l’inchiesta svelata dopo 40 anni, l’Acna story ha ‘nascosto altre esplosioni’. Non solo, quanto accaduto alle 3,15 del mattino al forno 4 (cloruro di alluminio) con un ‘botto’ avvertito fino a Ceva, con 11 addetti presenti al lavoro, la morte di Aurelio Moro e Alberto Poggio, fu persino attribuito, tra le ipotesi dell’azienda, ad un attentato e a cause esterne. Negli interrogatori dell’epoca la paura, quasi l’omertà. Testimonianze, nell’indagine interna del sindacato, che si contraddicono. C’è chi riferisce di scarsa manutenzione, di reparto allo sbando, gravi carenza della sicurezza. O addirittura di un operaio rimasto ignoto che avrebbe chiuso (per errore?) la valvola by pass del cloro causando la tremenda deflagrazione.

IL COMUNICATO STAMPA DELL’ISTITUTO PATETTA

REDATTO DAL PROF. MASSIMO MACCIO’

Lo schizzo del reparto Cloruro di Alluminio fatto nel 1979 da Luigi Pregliasco sul blok notes su cui fu redatta l’inchiesta del Consiglio di fabbrica e mai divulgata
Veduta area dello stabilimento Acna di Cengio, nel rotondo, il reparto Cloruro di Alluminio che esplose

ECCO L’IMMAGINE DEL FORNO SALTATO IN ARIA DOPO L’ESPLOSIONE

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Massimo Macciò

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