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Benvenuta…Montecristo ! in Val Tanaro

La notizia si conosce da un po’ di tempo: “Montecristo ricompra l’acqua San Bernardo“. Il romanzo continua? Montecristo è anche l’isola toscana sulla quale – nel romanzo di Alexander Dumas – un certo Dantès dopo aver recuperato un tesoro di cui gli aveva rivelato l’esistenza un vecchio compagno di carcere, sotto le mentite spoglie del “Conte di Montecristo” si vendicò di coloro che, un tempo suoi amici, lo tradirono. E’ leggenda.

Altrettanto leggendarie sono le “Fonti miracolose di San Bernardo” nell’alta Val Tanaro. Prima dell’anno 1000, addirittura Aleramo avrebbe curato i suoi disturbi renali e circolatori con quelle acque. Successivamente anche Napoleone ed il Re Vittorio Emanuele II ne avrebbero apprezzato la qualità e le virtù.

E’ da sempre noto che le Alpi Liguri e Marittime sono un compendio geologico ricco di acque “leggere” ossia povere di sali minerali, contrariamente ad altri siti italici di natura vulcanica prodighi di sorgenti ricche di sali. Durante la belle èpoque in alta valle del Tanaro si svilupparono iniziative per l’utilizzazione a fini salutistici e sfruttamento economico della risorsa. Ad Ormea, a partire dal 1886 sorse il prestigioso stabilimento idroterapico annesso al Grand Hotel. A Garessio negli anni ’20 fu costruito l’albergo Miramonti per ospitare la clientela internazionale che si recava alle adiacenti Fonti. Il Grand Hotel di Ormea è diventato la sede di una delle cinque scuole forestali d’ Italia. L’Albergo Miramonti di Garessio, distrutto da un incendio, dal 1986 rimane uno spettrale ammasso di rovine.

A Garessio, accanto all’aspetto terapeutico–termale dell’acqua, nei primi anni ’20 Ottavio Rovere captò 3 sorgenti in località Badi e confezionò bottiglioni da 2 litri con tappo in sughero e capsula in stagnola. Più tardi cedette l’attività alla “Birra Metzger & C.” e nel 1926 nacque l’industria dell’imbottigliamento. Curiosità: con amministrazione a Imperia. Ottimamente localizzato in fregio al parco ferroviario per poterne sfruttare le potenzialità logistiche, venne successivamente realizzato lo stabilimento. Il trasporto su gomma per lunghe distanze non era ancora efficace ed efficiente come oggi. La risorsa ferrovia rappresentava un plus rispetto a marchi di sorgenti imbottigliate in lunghe e profonde valli alpine svantaggiate dal sistema viario. Già nell’anteguerra la “San Bernardo” poteva facilmente raggiungere le tavole delle famiglie e dei ristoranti delle grandi città italiane. La diffusione era garantita, altrettanto il gradimento.

Le prime etichette del 1926

Per la tipica enfasi e prosopopea garessina “Garessio è il più bel paese del mondo”! Non poteva essere che l’acqua S. Bernardo non fosse “la più leggera del mondo”! Slogan persino utilizzato dalla pubblicità dell’epoca, quando ancora poche erano le acque commercializzate. Se per leggerezza si intende il basso contenuto totale in sali minerali dopo il trattamento a 180 °C, la fonte Lauretana, la Lurisia, l’Acqua S. Anna ed altre sono ancora “più leggere”. Per rimanere in Val Tanaro, altrettanto “più leggera” è l’acqua della fontana pubblica di Cantarana di Ormea.

Nei primi decenni del dopoguerra contando sulla leggerezza, sulla leggenda, sulla pubblicità e sulla logistica la “San Bernardo” si è consolidata sul mercato del Nord Italia come acqua alta di gamma. Ha raggiunto produzioni fino a 180 milioni di pezzi all’anno con buona soddisfazione per gli azionisti.

Azionisti che nella seconda parte degli anni ’80 avevano ben capito che, amate dai consumatori perché hanno pochi sali, le sorgenti dell’arco alpino facevano gola alle multinazionali. La SanPellegrino spa ad esempio, cresceva e stava entrando in relazione con numerose altre aziende del settore, tanto da essere in grado di assorbire nel 1990 la Crippa & Berger titolare della Fonte Levissima capace di oltre un miliardo e duecento milioni di bottiglie l’anno.

Riguardo ai rapporti “costi/scala”, le imprese idrominerali che desideravano sviluppare la loro attività e la loro dimensione erano dunque “costrette” a scegliere la via della crescita esterna, cioè dell’acquisizione di altre realtà produttive. Altri imprenditori in difficoltà tecnologica, causa l’avvento dei nuovi contenitori in plastica, o con problemi finanziari legati alla concorrenza sul prezzo, avevano intravisto nel passaggio di mano una delle poche modalità con cui ottenere comunque un realizzo dei costi “affondati” sostenuti e degli investimenti immateriali effettuati, altrimenti difficilmente recuperabili.

Per rimanere sul mercato, o per creare valore da farsi liquidare in caso di cessioni azionarie, per la San Bernardo spa era determinante crescere: servivano nuove sorgenti e impianti di imbottigliamento, quindi capacità produttiva. Non ci volle molto a capire che l’alta Valle Tanaro, Ormea in particolare, offriva ciò che serviva. Un potenziale di acqua almeno 5 volte superiore a quello di Garessio. Bisognava fare presto! Occorreva poter salire sul treno che stava passando. Attraverso un’operazione segreta “di elevata arguzia finanziaria” gli azionisti Dorna, Venco e Frizzoni stavano infatti vendendo le Fonti San Bernardo alla Perrier-Vittel, un gruppo francese.

Stupefacenti i rapporti instaurati con la Pubblica Amministrazione: in brevissimo tempo vennero ottenuti i “permessi di ricerca” e le successive “concessioni” relative a cinque sorgenti. Da esse sgorgano mediamente 40 litri di acqua al secondo (oltre 1,260 miliardi di litri l’anno). Tanto per capire, la concessione “Rocca degli Uccelli” fu accordata nel dicembre 1990. Era collegata alla realizzazione dello stabilimento di imbottigliamento che stava per essere realizzato in un primo lotto di un ben più grande progetto ipotizzato. La concessione idrico-mineraria si estende su un’area di 391 ettari con salvaguardia per altri 305 ettari al canone iniziale di 304,28 € poi portati a 8.077,39 €. Il Comune deliberò la vendita di terreni per 281.092 mq con le entrostanti sorgenti a 0,03 € il mq. Il 3 agosto 1994 venne ulteriormente accordata alla S.p.a. San Bernardo (passata poi alla San Pellegrino di Milano e, in seguito alla Nestlé Italia) l’ulteriore concessione ventennale “Ulmeta” su un’area di 67 ettari anch’essa collegata ad un programma di investimenti, per il canone di 2.582,39 €. In Piemonte i canoni sono ora aggiornati con un Decreto dell’ex Presidente Cota dell’ottobre 2013.

Una piana alluvionale in destra del fiume Tanaro, il “Chersone“, venne scelta quale sito ove realizzare il nuovo stabilimento. Il comune provvide a realizzare il ponte di accesso. Per superare le difficoltà di attuazione delle previsioni urbanistiche dovute alla eccessiva frammentazione della proprietà fondiaria attraverso un comparto, i molti proprietari furono convinti a cedere a prezzi bassissimi (intorno ad 1 € al mq) i loro terreni. Da lì a poco sarebbero divenuti industriali. Furono millantate anche strane promesse di impiego. A distanza di un quarto di secolo esistono venditori che lamentano come il patto di assunzione di persone da loro indicate “ex latere promittentis” non sia stato onorato, anche se formante oggetto complementare ed integrativo dell’atto di vendita.

Lo stabilimento di Ormea in località Chersone

In una intervista del novembre 1990 quando era in costruzione l’edificio di Ormea, e nello stabilimento di Garessio si utilizzavano 120 dipendenti più gli stagionali, il direttore generale della S. Bernardo dr. Venco, affermava che “…lo stabilimento di Ormea potrà avere un numero di dipendenti pari a Garessio.” Nulla si è verificato al proposito: nei due stabilimenti oggi si contano 88 addetti.


Lo stabilimento di Ormea – loc. Chersone.

Persino l’acquedotto comunale venne messo a disposizione della San Bernardo: per portare l’acqua di Ormea allo stabilimento di Garessio, dicevano le malelingue.

A stabilimento ormeese appena inaugurato, nel 1991 già spiravano venti di guerra dell’acqua tra Ormea e Garessio: lavoratori stagionali preoccupati di eventuali mancate riassunzioni, invitavano sindacati e proprietà a specificare bene che il congiunturale calo delle vendite era dovuto – secondo loro- alla minore qualità dell’acqua ormeese!

Le cose hanno preso una ancora diversa piega nell’aprile 1992 quando, a sorpresa, Nestlé ha “scoperto” di possedere una quota compresa tra il 13 e il 14% del mercato italiano delle acque minerali. Perrier, il gruppo francese che già deteneva il 35% della San Pellegrino, e di cui il colosso svizzero aveva preso il controllo dopo una lunga battaglia con Ifint ed Exor (finanziarie della famiglia Agnelli) aveva infatti partecipazioni di maggioranza nell’ Acqua Vera (9% del mercato italiano), San Bernardo (circa il 3,5% del mercato) e Spumador. Dichiarava infatti al “Sole-24 ore” l’allora direttore generale di Nestlé: “Abbiamo appreso noi stessi con stupore dell’esistenza di queste partecipazioni dopo aver chiesto chiarimenti in materia a Perrier. Si tratta di quote di controllo oscillanti tra il 70 e l’80% che, inutile negarlo, ci riempiono di soddisfazione, dato che la crescita nelle acque minerali in Europa resta per noi una strategia assolutamente prioritaria”. La sopravvenuta “posizione dominante” sul mercato, con più del 35% della quota, ha però comportato un’inchiesta della Commissione UE che ha usato criteri restrittivi, valutando i vari segmenti produttivi (acque lisce, gassate, bibite) piuttosto che il settore delle acque minerali nel suo insieme.
Iniziava così il balletto dei marchi. Non essendo consentito “l’abuso” della posizione dominante sul mercato, l’Antitrust della UE imponeva, e continua ad imporre, la vendita di marchi minori del colosso svizzero. Per di più, già dal 1995 i grandi nomi delle acque minerali sembravano in affanno e vedevano diminuire le loro quote di mercato. A tutto vantaggio dei prodotti a prezzo più basso venduti negli hard discount. Se Nestlé, che aveva il 49% della Cfhr la quale controllava la San Pellegrino, avesse potuto intervenire nella gestione del gruppo ci sarebbe stata una drastica riorganizzazione, ma la legge antitrust lo impediva. Il management avrebbe sicuramente realizzato una migliore collaborazione con Vera e S. Bernardo che non fornivano buona redditività.

Nestlé, dopo aver assunto il completo controllo della Vera e della Sanpellegrino continuò ad imbottigliare San Bernardo a Garessio, mentre a Ormea confezionava Ulmeta, la marca senza fortuna utilizzata per contenere l’assalto dei primi prezzi e che secondo i programmi del gruppo avrebbe dovuto essere spinta maggiormente nella vicina Francia.

Giorgio Giugiaro immagine promozionale della San Bernardo

Col 2009, l’inizio della crisi economica ancora in corso, l’introduzione delle “casette dell’acqua”, le campagne di stampa a favore dell’acqua del rubinetto, anche il settore delle acque minerali ritorna in crisi. San Pellegrino a marzo comunica il taglio di 282 dipendenti su 1.850. Nestlé annuncia la vendita di un po’ di “minerali”. La prima della lista a passare di mano al prezzo di 3 milioni è l’acqua Claudia. A seguire sarebbe toccato a San Bernardo e Recoaro per le quali erano già in corso contatti con possibili compratori. Contatti continuati, nonostante le scaramucce sindacali del 2011.

Antonio (a ds, Ceo Montecristo) ed Emanuele Biella

Fra le richieste di acquisto, Sanpellegrino ha deciso nel marzo scorso di privilegiare quella ricevuta da parte del Gruppo Montecristo. Per la comunità locale è importante sottolineare che i comunicati lo indicano come una realtà industriale che ha fornito le necessarie garanzie di continuità e di sviluppo del business. Il gruppo Montecristo è una società composta da famiglie italiane che da generazioni operano nel settore delle acque minerali e nel beveage. L’ufficialità del passaggio di proprietà è del 30 aprile scorso. Alcune cose positive sono già state realizzate: la conferma della figura apicali di stabilimento, la rivisitazione dei formati con l’introduzione di nuovi pregevoli contenitori, il deciso orientamento all’export. Non più ai margini della costellazione Nestlè, la leggenda San Bernardo può continuare.

G.B.

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