Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Campochiesa di Albenga: viaggio di Fasano nella ristorazione genuina, famigliare, onesta

Silvio Fasano,  fotoreporter, pubblicista,oltre 40 anni di esperienza, memoria storica della Riviera Ponentina, riprende il viaggio alla riscoperta delle tradizioni e della cucina famigliare.  L’ottava tappa a Campochiesa d’Albenga. Il ristorante Le Rapalline, da 42 anni gestito dalla stessa famiglia. Fasano non da voti, lasciamoli alle autorevoli guide (Michelin e Gambero Rosso le più diffuse), ai Raspelli vari, professionisti da cachet e agli inflazionati ‘esperti-giudici’ della asserita ‘buona tavola’. Il successo alla fine lo determina il cliente che non segue le mode, ma il palato. Magari ha un pizzico di cultura culinaria, dote assai rara. Se Artusi è riservato ai cuochi, quanti hanno letto la pratica guida alle ‘combinazioni alimentari’? Mangiare correttamente,  favorire la digestione, prevenire le comuni malattie da ‘menù’ e buongustai.  

Nella voce archivio e andando a rileggere i servizi fotografici di Silvio Fasano –  album di ricordi di persone comuni e ‘importanti’ oppure avvenimenti in questa o quella località savonese , magari sfuggiti a lettori e navigatori – è possibile fare una lieta sorpresa, trasmettendo il materiale via internet, a parenti, amici, conoscenti. Utilizzando l’apposita casellina del blog.

Il primo arrivo di Fasano è stata la trattoria Vignola di Pogli (Ortovero) con la nuova gestione di successo. Poi il sempre affollato Ristorante Sport di Cisano sul Neva. Gli Antichi Sapori (ex Rosalina) a Garlenda. Ad Andora l’estroso ristorante Italo’s. Ad Albenga, una novità ligure perché unica norcinoteca: Cantina del Re Carciofo. Ad Alassio La Pantera Rosa, 40 anni di storia. A Borghetto S. Spirito, un articolo sulla seconda pizzeria-ristorante più longeva della cittadina, La Borghesina. E ancora, il nuovissimo agriturismo Antica Ferriera sorto in un’antica dimora ristrutturata in mezzo ai campi, a ridosso dei boschi, nella dimenticata e tranquillissima frazione Isallo (Magliolo).

A tutti gli operatori della gastronomia il primo consiglio è quello di non farsi fuorviare dalla moda (haute cuisine e chef di nome ma senza attributi) e dai soldi: tanti, tutti e subito. Ne da un immediato successo. Chi va piano va sano e lontano. Occorre riproporre la vera ‘buona cucina’ delle tradizioni, genuinità, semplicità. Ognuno con i propri valori e origini. Senza dimenticare che siamo in terra ligure: savonese, imperiese, genovese, spezzina, Alpi del Mare. Ogni area ha i suoi piatti della ‘nonna’. Ci permettiamo di ricordare quale successo ha avuto anni fa un locale moderno che una sera in settimana proponeva un piatto unico (si poteva poi chiedere altro). Ricordiamo il ‘Pacan‘, nel centro storico di Laigueglia, con il minestrone ritrovato, come Dio comanda, alla genovese. Altra settimana la burridda autentica, lo spezzatino non stracotto. Dopo i primi mesi, era di fatto un’impresa trovare posto. Corsa obbligata alla prenotazione. E in sala, clienti di ogni età, di ogni classe sociale si fa per dire. Ecco un esempio, purtroppo, caduto in disuso.

Come sono caduti in disuso, per tanti ragioni, i taglierini fatti in casa, gnocchi e ravioli casalinghi (non quelli artigianali magari gradevoli, ma prodotti a quintali al giorno, con l’uso di macchine anziché sapienti mani). Un pesto di quelli che non rinvengono agli stomachi più delicati. Chi ricorda del nostro entroterra ligure-piemontese i gnocchetti di farina di castagne, ravioli di borraggine e ortiche, con burro e salvia o al sugo di coniglio (cotto al vino bianco). Sapori spesso scomparsi proprio nella nostra Liguria, più valorizzati e praticati in Toscana dove, non a caso, troviamo ancora quel turismo d’élite e di alta qualità, da noi sempre più raro, fuggito per colpa della cementificazione selvaggia, a gruviera.

 

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S.Fasano

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