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Cercasi (dis)onorevole ‘istigatore’ del tentato suicidio del giornalista Mario

Un amico freelance tenta il suicidio. E mi chiede di raccontarlo: “E’ utile ai colleghi”. Non volevo, lui ha insistito. I motivi? “Di cuore e di lavoro”: silurato per la citazione di un onorevole, il resto è venuto da sè. Ma gli indignados della penna dove sono?

 

Prima di scrivere questo post ci ho pensato diecimila volte. Non volevo, nonostante le insistenze del protagonista.
Il quale giorni fa mi ha scritto dicendomi tra capo e collo, come se fosse la cosa più normale del mondo: “Sono ricoverato da 15 giorni, dopo aver cercato lucidamente di porre fine alla mia vita. Ragioni divise a metà tra questioni sentimentali e professionali. Se vuoi raccontare la mia storia, fallo pure. Con nome e cognome“.
Mi ha lasciato senza parole.
E alla mia richiesta se potessi fare qualcosa per lui, mi ha detto: “Purtroppo temo nulla, Stefano. Ma se il mio gesto puó servire a far capire la situazione di noi tutti freelance, cambia il nome se vuoi e ritieni, e usala liberamente“. Ho rifiutato. Lui ha insistito.
Non ci ho dormito, poi ho buttato giù il pezzo. Gliel’ho mandato.
Lui mi ha risposto, testualmente: “Grazie per il riguardo che mi riservi, Stefano. Sono commosso e onorato, ma anche di più. Pubblicarlo è utile al prossimo. Sei liberissimo, in ogni caso, di fare tutto ció che ritieni. Con inossidabile gratitudine, tuo M“.
M. è un collega. Molto serio e molto stimabile. Bravo. Attento. Un freelance vero, di quelli che girano, che hanno occhio, che intuiscono le storie e le notizie e hanno le palle per saperle leggere bene, nelle pieghe e nelle sfaccettature. Uno “quasi famoso“, oltretutto, per aver a lungo lavorato per seguitissimi programmi televisivi d’inchiesta, quelli da peak time, firmando reportage importanti e pericolosi. Fino a quando, anche lui, è rimasto invischiato nella grande frana collettiva della professione. In particolare, della libera professione.
E allora, come tutti, si è rimboccato le maniche.
Le capacità le aveva. L’esperienza pure. Si trattava solo, ha pensato, di ricominciare.
Ma questo è un lavoro in cui, quando finisci in fondo alla buca, la risalita è difficilissima. Soprattutto se sei corretto, onesto, professionale. Insomma se sei un giornalista e non un quacquaracquà. E M. non lo è, nè lo era.
Va a dirigere un quotidiano on line in Liguria, cronaca scottante tanta, mezzi pochi, compensi coerenti alla situazione generale del giornalismo italiano. Fate voi.
Poi il fattaccio: “ll giornale ha ricevuto una citazione in giudizio per danni da un onorevole e nella trattativa con l’editore ci è finita la mia testa“, scrive M. “Da lì l’impennata della crisi familiare e il buio, che si trascinava da anni, ha avuto il sopravvento“.
M. ha quarantacinque anni e la sua email si concludeva così: “Inviato con qualche difficoltà da iPeones (sic)”.
Qualche difficoltà
Insomma avete capito bene: il collega non è stato messo alla porta perchè aveva sbagliato, o era responsabile, o aveva procurato un danno. E’ stato messo alla porta a prescindere, prima di qualsiasi accertamento giudiziario, come merce di scambio, diciamo pure come “risarcimento conciliatorio” tra il bellicoso e protervo politico e il pavido editore. Fine dei giochi, out.
Ora, secondo certi cervelloni i freelance, i pubblicisti, i contratti a termine, i cococo, gli abusivi, i collaboratori fissi, gli hobbysti, i dilettanti e i ciarlatani appartengono tutti alla medesima categoria. Così uno che, per vocazione e per scelta, non ha mai voluto essere assunto viene equiparato, sotto tutti i profili, non solo a chi desidera (legittimamente, sia chiaro) l’assunzione, ma perfino a chi, dicendolo chiaro, fa un altro mestiere e di quello, paciosamente, campa.
Un appiattimento grottesco di differenze enormi. Pensate solo agli oneri, le spese, la assunzioni di responsabilità, l’isolamento anche fisico e i rischi (giudiziari inclusi, per l’appunto) che incombono sul libero professionista. Le pressioni. Le incertezze.
Ma se a lasciarci (anche solo professionalmente, il che non è poco) le penne sono pure quelli bravi, che hanno esperienza, fegato e capacità, che può succedere agli altri, magari meno provveduti, oppure “ricongiunti” in virtù di qualche detestabile gabola, oppure semplicemente più ingenui o mandati allo sbaraglio da editori, direttori, capi servizio senza scrupoli?
Chi ha qualche anno sulle spalle, lo sa: nelle redazioni la colpa è sempre di chi non c’è e non può difendersi, ovvero dei collaboratori esterni. Oppure di chi è più facile far fuori.
Ecco allora qualcos’altro di serio a cui pensare per il rieletto presidente Iacopino e la sua appena nominata giunta in OdG. Idem dicasi per le fervide mente sindacali che pretendono di rappresentare, senza mandato, giornalisti che non sanno, nè vogliono, nè possono difendere. E ai quali ridono in faccia senza neppure aver capito che lavoro realmente fanno.
In ogni caso, sulla vicenda di M. e su tante altre, fortunatamente meno tragiche, non ho mai visto indire scioperi o fiaccolate, nè fare trasvolate per partecipare a molto visibili manifestazioni all’estero.
Scusate lo sfogo.

Blog di Stefano Tesi – : http://blog.stefanotesi.it/?p=2234#sthash.UhygRMiS.dpuf

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