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Ceriale e ‘Ortoblu’: (ri)scoprire la terra, cercare un futuro coltivando la memoria

Valorizzare il territorio, dopo averlo in gran parte deturpato. Proporre ciò che è rimasto della produzione agricola, un tempo fiore all’occhiello della piana ingoiata, per migliaia di ettari, dal cemento speculativo poco generoso verso Ceriale. Cittadina per decenni descritta come centro agricolo d’eccellenza e stazione balneare in un fertile piano coltivato ad ortaggi pregiati, frutta e viti fino alla collina, di Peagna, degradante sul mare.  E ora sono in auge le mostre-manifestazioni  dedicate ai prodotti agroalimentari del territorio. Scopo dichiarato: rilanciare l’agricoltura. 

 

Ceriale, maggio 2013, inedito panorama ripreso dalle alture del Castello Borelli di Borghetto

Un’occasione di promozione verso i turisti. Un tormentato e critico tessuto turistico frutto di scelte compiute negli ultimi decenni.  Serve far conoscere i più volenterosi e forse intraprendenti produttori diretti che non hanno abbandonato le terre degli avi, o ne hanno acquistato.  Eredi e magari testimoni di cosa è accaduto nel mondo agricolo della piana.

Lo specchio meno appariscente di una Liguria che solo nell’ultimo decennio ha avuto la diminuzione più forte del numero di aziende agricole. E c’è un altro dato a testimoniare l’allarmante situazione del settore.  Ha avuto modo di evidenziare  Franco Lorenzini, del Dipartimento per i censimenti Istat, nell’ottobre 2011: ” Molte aziende denunciate come agricole non si sono rivelate tali. Su 33 mila censite, soltanto 20 mila hanno i requisiti per essere considerate tali.”

La proprietà agricola, in Liguria, ha un carattere prevalentemente famigliare, è diminuita la manodopera  pure in campagna. Una tendenza costante con un meno 43 per cento nel decennio in provincia di Savona, un  meno 24 per cento in provincia di Imperia

La prima conferenza regionale dell’agricoltura era stata organizzata  nella primavera del 2012 dall’assessore regionale Giovanni Barbagallo. Il censimento (14 i coordinatori e 155 rilevatori) gestito direttamente dalla Regione, ha consentito di tracciare  un quadro assai completo per affrontare interventi di pianificazione e programmazione concreti, assenti da tempo memorabile. Indispensabile  all’orientamento delle scelte dei soggetti economico-sociali e istituzionali. Comprese le rappresentanze di categoria, il cui ruolo propulsivo ha lasciato a desiderare, anche a causa di un scarso ricambio  generazionale ai massimi livelli di rappresentanza.

Qualcosa sta cambiando, impossibile tuttavia recuperare tutto il tempo e soprattutto  riconquistare le aree produttive abbandonate. Parliamo di pianura e non di montagna. Alla ricerca di un futuro migliore per i giovani, coltivando  la memoria. Quando la piana ingauna deteneva il primato di miniera capace di produrre primizie non solo per il centro e nord Italia, ma per i mercati del centro e nord Europa.

Troppi errori nella gestione del territorio, nella mancanza di coordinamento in grado di competere, tutelare i produttori, grandi e piccoli, della maggiore pianura ligure insieme a quella di Sarzana. Per anni al timone sono rimasti  gli stessi personaggi, diventati notabili di lungo corso. Entrati negli ingranaggi del potere politico, anziché liberi rappresentanti del mondo dell’agricoltura produttiva. Si è passati dagli ortaggi, alla frutta, ai fiori, alle piantine in vaso, ai vasetti di aromatiche.  Per riscoprire che forse era sbagliato,  con illusioni sbandierate in ogni modo.  Lo testimoniano decine di articoli d’archivio stampa testimoniano il trionfalismo di maniera.  Convegni tematici per un falso ed effimero sviluppo, visto le conseguenze, i risultati dello sconvolgimento settoriale a cui siamo giunti.

Oggi si ascolta un altro megafono e parola d’ordine da mezzi busti: ” Valorizzare il territorio, le produzioni locali, proporsi al turista col basilico, l’olio, i pomodori, le zucchine, i mercatini a chilometro zero ( ma non tutti rispettano il regolamento), incentivare la filiera corta, la vendita diretta, far conoscere, apprezzare la qualità, i sapori, vini compresi”.  C’è il discorso prezzi da non sottovalutare, come accade.

Aiutare le aziende famigliari a farsi conoscere.  Assistiamo ad un crescendo boom di esposizioni,  di iniziative collaterali capaci di animare per uno o due giorni i lungomare, le piazze, i centri storici, paginate di pubblicità, articoli redazionali.  Coinvolgendo le associazioni e le istituzioni. Agriturismi e produttori.

Certo dietro le manifestazioni si muovono vari interessi, basti pensare ad alcune società specializzate nell’organizzazione e nel proporsi ai Comuni; ci sono quelli della filiera pubblicitaria, quali giornali, web on line, promozione di siti internet, opuscoli, manifesti, orchestre.  Nulla di male, purché alla fine si tirino le somme dei risultati, pur nel tempo.

Non ci si dimentichi troppo in fretta gli annunci, spesso strumento effimero. Prendiamo qualche esempio, a caso, e significativo.  Che fine ha fatto la strombazzata ed originale spot- proposta di un doc ligure per i ristoranti con il menù a chilometro zero? Quale la sorte dei prodotti tipici che dovevano caratterizzare nel disciplinare degli appalti pubblici anche le mense delle scuole e degli ospedali?  E la costituzione  di una elaioteca  per la valorizzazione dell’olio? E chi ci ha mai rendicontato della sorte  del fondo agricolo europeo che investiva nelle zone rurali, attraverso i corsi di formazione 2007-2013? E quale sorte ha avuto la sbandierata proposta di un marchio doc per  i fiori della piana di Albenga, presentata a suon di titoloni  nell’aprile 2011? Quale è stato il risultato pratico  della presenza a Fruttinfiore, vetrina per i magnifici “4 di Albenga”?

E l’etichetta di garanzia dei prodotti della piana che doveva contraddistinguere nei negozi della Riviera la coltivazione nel nostro territorio? Chi ha dato forfait? Perché è  stato di fatto abbandonata ed è sufficiente fare il giro della spesa e della merce esposta, delle etichette proprio nella città della costa.  Mentre è più facile trovare la targhetta di provenienza in città del Nord Italia dove la nomea ingauna pare abbia valore aggiunto.

Bene la produzioni di ortaggi data in ripresa già nel giugno  2007, con l’aumento di superfici coltivate, annunciava  Aldo Alberto (Caoopintesa) e dietro l’angolo c’era la certificazione Igp per carciofo spinoso, zucca trombetta, asparago violetto, pomodoro cuore di bue.  Chi ha la possibilità o la voglia di farsi un giro attraverso le terre della piana, scoprirà che non solo c’è molto invenduto (solo colpa della crisi mondiale e della concorrenza? o della cronica mancanza di una filiera di vendita come avviene invece in Alto Adige, Trentino, Emilia Romagna?) di fiori e delle aromatiche.

Intere piantagioni di carciofi hanno fatto bella mostra, non raccolti. Mentre sulle bancarelle dei mercati settimanali si assiste all’esplosione dei carciofi provenienti dalla Sardegna. Stessa qualità organolettica? Neanche a dirlo. Solo un esempio dei tanti, dei troppi.

La Liguria e i suoi 101 peccati di gola, titolava  Il Secolo XIX nell’agosto 2000. Tutti prodotti tipici da rilanciare. Ben vengano le mostre per dare coraggio ai nostri contadini, soprattutto ai giovani. Bando all’illusionismo e   si proceda in fretta al rinnovamento delle rappresentanze. Come molti auspicano nella gestione della cosa pubblica,  avanti con la meritocrazia, l’onestà, la capacità al primo posto.  I parolieri di lungo corso lasciamoli in compagnia dei giocolieri. A godersi il riposo. Di danni, alla società, ne hanno già prodotti troppi? E allora: ottimismo si, ma della ragione.

L. Cor.

ALCUNE IMMAGINI  DI ‘ORTOBLU’ RIPRESE SABATO POMERIGGIO A CERIALE

 

  

  

 

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